ALBERTAZZI E LE COSCE DELLE DONNE

albertazzi3Giorgio Albertazzi, attore e regista, famoso soprattutto per la sua carriera teatrale, è morto sabato scorso a 92 anni. Era nato a Fiesole nel 1923, aveva debuttato a teatro nel 1949. Con le Memorie di Adriano ha dato vita ad uno spettacolo teatrale fra i più seguiti degli ultimi decenni: «Ci ho messo un paio d’ anni a imparare a recitare come Ricci e Benassi. Ci ho messo tutta la vita a imparare a non recitare più. Io non recito, io sono».

 

 

Il modo migliore per ricordare Giorgio Albertazzi sono le sue stesse parole. In un’intervista di 9 anni fa a Giancarlo Dotto Albertazzi si scopre anche poeta:

“Marlon Brando è morto / è scoppiato / otre pieno di genio / e anche Marcello / è morto / e Vittorio / e Carmelo / con le sue mille birre / e la sua / incommensurabile fonè / tutta gente eminente / della mia generazione / e io / che ci faccio qui / a trastullarmi / in questo nulla molle / pietoso e pigro / tra mille?».

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Segue poi un video per risentire ancora una volta la sua inconfondibile voce e quel bel viso, tale anche da vecchio, in cui la malizia del teatrante ci restituisce la magia del palcoscenico e l’allure di una icona vivente.

Nell’intervista Albertazzi parla di sé, delle sue donne, dei colleghi, racconta aneddoti. Un po’ gigione, un po’ provocatore, un po’ pensatore, insomma lui! Ma come per ogni attore che si rispetti è lecito domandarsi: se recitazione e vita sono così fusi una nell’altra, quanto è finzione e quanto è realtà?

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Se hai l’ idea della vecchiaia come scandalo e rovina, incontrare Giorgio Albertazzi nella sua nuova casa romana che recita i suoi versi inediti in jeans rossi e bretelle nere è una delusione assoluta. O una liberazione.

A 83 anni i suoi occhi mandano lampi, l’ attenzione è vigile, la voce ferma, la memoria piena, pensa, progetta, dispone, la sua casa pullula di prosperose ragazze, attrici, assistenti, forse fidanzate, tutte molto devote. «Sono come i vecchi capi indiani che dormivano con le giovani vergini.

Davano sapienza e ciucciavano vita». Ha finito di scrivere Titania la rossa da Shakespeare (ha debuttato sabato scorso a Piacenza), mentre curava la regia di Salomè, recitava Adriano e dispensava serate dantesche.

Confermato per il quinto anno direttore del Teatro di Roma, non ha ancora pensato al suo epitaffio da vivo. E non ha molta voglia di farlo. È fin troppo evidente che ha venduto l’ eventuale anima al demonio.

«Mi sono occupato in passato di ricerche esoteriche con un gruppo che poi ho lasciato perché aveva preso derive mansoniane. Stavo a Pompei. Uno di loro venne a trovarmi e si schiantò intenzionalmente con la sua Dino Ferrari contro il guard rail. “Tanto Giorgio ci protegge”, aveva detto. Un altro esaltato afferrò una sera un coltello, voleva accoltellarmi».

albertazzi2E dunque, che ci fa ancora qui tra noi «a trastullarsi in questo nulla molle»?

«Mia nonna Leonilde è morta a 101 anni, la madre di mia nonna, Adalgisa, a 106. Si deduce che romperò i coglioni ancora a lungo».

Vittorio Gassman diceva che la vecchiaia puzza.

«Lo disse una volta anche a me, ma mia nonna aveva un odore stupendo e la pelle rosea. Sono i preti che puzzano. Loro sì. Da bambino scappavo dall’ odore dei preti».

Gassman è caduto in depressione.

«Ha avuto troppo dal suo corpo. Era un attore bello e prestante. Si sentiva invulnerabile. Non ha sopportato, mi risulta, le prime defaillance sessuali. Io non ho il mito del mio corpo anche se lo coltivo. Non bevo, non fumo, non mangio quasi più nulla. Ci uccidiamo mangiando».

 I vecchi sono pericolosi perché non gliene frega niente di come finirà il mondo.

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Albertazzi con Vittorio Gasmann

«I vecchi vivono nel presente, sono i testimoni della modernità. Lo scrive Sgalambro nel suo Trattato sull’ età. E scrive anche: “Si ringiovanisce sempre e s’ invecchia di colpo”».

Il teatro è affollato di grandi vecchi. È terapeutico il teatro?

«A questo non ci avevo mai pensato…».

Questo transitare da un’ identità all’ altra che vi affranca dalle patologie dell’ io.

«Io non recito, non fingo, non mi trucco nemmeno a teatro. È l’ infantilismo inguaribile dell’ artista che ci preserva».

Il manager di Bonolis ha detto, a proposito di Baudo, che lui non parla con un settantenne. Per dire, non sarebbe qui al posto mio.

«Un imbecille. Non avrebbe parlato con Ezra Pound».

Anche i politici si ostinano, sono longevi.

«Spesso sono attori mancati. D’ Alema è un settecentista. Mira al dettaglio, al nitore, la sua ironia è aspra, impopolare. Berlusconi è l’ attore mattatoriale di fine ottocento. E si capisce che ha un cuore d’ oro».

Le giornate di un giovane ottantenne.

«Di giorno assorbo, la notte elaboro. Sono le ore della notte quelle migliori per me. Dormo da solo. Da sempre, anche quando avevo storie importanti. Dormire con me sarebbe l’ inferno. Ci si unisce, per il resto, quando si vuole».

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Il regista Luchino Visconti

Sono anni che si certifica la morte del teatro.

«È più vivo che mai , lo dice il botteghino. Anche se io mi annoio a morte a teatro. Non mi riconosco. È tutto così scontato, tecnicamente ben fatto, per carità, ma il teatro è confusione, scorrettezza. Le soluzioni sono trappole, a teatro come nella vita. E mancano gli attori protagonisti, non c’ è più un Amleto».

Teorico del disordine?

«Viva l’ armonia dell’ imperfezione. C’ è qualcosa di più imperfetto del corpo di Marilyn Monroe? Vidi Edith Piaf con Visconti. Sembrava un ragnetto.

“Aspetta e vedrai”, mi disse Luchino. Cominciò a cantare e fu il miracolo».

Un rapporto mancato quello con Visconti?

«Un caso. Aveva uno strano rispetto per me. Venne una sera in camerino. “Ti rendi conto di cosa hai fatto? Sei impallidito. Ti ho visto impallidire in scena dalla platea. Mi era capitato solo con la Duse”. Mi ammirava. Ma non sarei mai potuto diventare il suo amante. Forse ero troppo intelligente».

Le attrici italiane.

«La Loren di perfetto non ha quasi nulla, è come una giraffa, una mostruosità della natura, quella bocca sproporzionata, due seni come meloni, i fianchi stretti, ma l’ insieme è irresistibile. Virna Lisi è la perfezione, una bellezza simmetrica senza scompensi. Ma non suscita nulla. Annoia come Piero della Francesca».

Monica Bellucci le suscita?

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Sophia Loren in Ieri,oggi e domani

«Molto. Mi piace, non è un canone. Ha questa bellezza tra l’ ottuso e lo scaltro. È pura vibrazione della carne».

È devoto a Dio perché ha inventato le donne o è devoto alle donne perché ci aiutano a dimenticare l’ assenza di Dio?

«Da uomo casto quale sono dico che le cosce delle donne sono la prova dell’ esistenza di Dio. Non mi piacciono le anoressiche. Quando tra le gambe di una donna passa un cane è l’ orrore. Tutta la mia vita è punteggiata dalle donne, ancora oggi continuano a dirmi che sono bello. Ho ricevuto amore più di quanto ne abbia dato. Da vecchio punto sulla pìetas dell’ erotismo».

Il teatro è di una noia mortale però è vivo.

«Comunque sempre più coinvolgente della futile pelle televisiva o cinematografica».

Il suo Memorie di Adriano è arrivato a 600 repliche.

«Ho letto solo da poco il testo della Yourcenar. Sì, ha capito bene. Non m’ interessava il suo testo, m’ interessava lei, la scrittrice, il suo desiderio nei confronti di Adriano».

Il più grande attore del Novecento.

«Marlon Brando. Come lui soltanto la Garbo. Dicevano di lei “un’ attrice ferma”. Era questa la sua grandezza. A teatro potrei anche dire Albertazzi, ma non mi giudico un attore. Appartengo più al genere degli Artaud, dei Carmelo Bene».

Con Carmelo erano frequenti le zuffe verbali.

«M’ irritava la sua ostentazione di farraginosa cultura ma lo ammiravo come musicologo e non solo. È stato un grande, il primo a scompaginare le mummie a teatro. A cinque anni dalla sua morte ci manca. Mi manca. Anche lui come tutti i grandi copiava».

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Marlon Brando

I grandi copiano?

«I mediocri imitano, i geni copiano. Imitare vuol dire rifarsi al modello e infatti gli imitatori sono tutti mediocri. Copiare vuol dire appropriarsi del modello. Rimasticarlo».

Lei copia?

«Ho appena finito di copiare Shakespeare per l’ ennesima volta, che a sua volta ha copiato Marlowe, Bandello, tutta la novellistica greca e romana. Picasso ha copiato le sculture precolombiane, Giotto la natura».

Tutta da buttare la televisione di oggi?

«È un mezzo che raccatta cronaca, imbarca chiunque, degrada l’ immagine, mostra quella cosa volgare che è il backstage della vita. Non si vedranno mai più cose come il mio Idiota televisivo con Gian Maria Volontè. Quindici milioni di telespettatori».

Non salva nessuno?

«Bruno Vespa è un gran professionista, mi piacciono certe cose che trasmette di notte La7. Trovo abominevole l’ equivoco dei presentatori celebrati come star».

Albertazzi, Salò, la democrazia.

«Arrestato per collaborazionismo e poi assolto. I quasi due anni di carcere sono stati i più interessanti della mia vita. La democrazia è il trionfo della mediocrità. Premia il medio, esclude la genialità che, in quanto tale, può portare al disastro.

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Carmelo Bene

La nostra è una democrazia apparente, partitica, irretita in una bagarre provinciale. Siamo vittime del perdonismo e del pentitismo, che detesto. Io non mi sono sono mai pentito di niente. Troppo facile. I delinquenti sono mediamente più intelligenti di quelli che stanno fuori».

Veltroni si è inventato la festa del cinema. E quella del teatro?

«La vuole fare Rutelli. Già, ma quale teatro e quali attori? Ah, come mi capirebbe Carmelo…».

Titania è anche un testo sulla maternità.

«Modernissimo. Anticipa il conflitto tra scienza e natura. Fa capire che i figli sono di chi li ama. Queste madri dal ventre secco amano mentre quelle vere spesso li sgozzano».

Giancarlo Dotto per “la Stampa” pubblicato da “Il Foglio del lunedì” – 28 MARZO 2007

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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