BRANCIAROLI FRA MESTIERE E VITA

CREPUSCOLARE INTERVISTA FRA I RUDERI DI ROMA  ANTICA  A  FRANCO BRANCIAROLI– L’ATTORE CI PARLA DELL’INFANZIA, DEL SUO MESTIERE, DEI PROTAGONISTI DELLA SCENA ITALIANA- “SOLO CIO’ CHE PENSIAMO DI PERDERE CI APPARTIENE VERAMENTE- LA FEDE? CERCO DI DISSIMULARLA, NON PERCHE’ MI VERGOGNO, MA PERCHE’ PENSO CHE SIA LEI A VERGOGNARSI DI ME. VIDEO

In quell’ ombelico della Roma antica, più o meno tra i Fori e il Palatino, incontro Franco Branciaroli. Quando è nella Capitale vive in un tranquillo Residence, dove tutto nelle stanze appare essenziale. Tutto, tranne le parole che sembrano rivestite di un fascio di nervi. Settant’ anni che compirà alla fine di questo mese, Branciaroli è l’ attore di teatro meno attore che conosca. Nel senso che del mestiere non ha nessuna considerazione sacrale.

È un po’ come quei meravigliosi ruderi che si intravedono dalla finestra: hanno assistito al farsi della storia e oggi guardano con indifferenza alle loro stesse vicende: «Potrei usare la parola disincanto, se non pensassi che è stata talmente abusata da apparirmi sospetta, perfino contaminata dal cinismo, dalla rabbia, dalla curiosità malsana con cui si affrontano le questioni del mondo», dice e non si capisce se sia una condanna senza appello o un modo di assolversi.

Come definirebbe il suo rapporto con il teatro?

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« Del tutto casuale, almeno all’ inizio. Non avevo mai visto uno spettacolo, non studiavo, non avevo ambizioni di recitazione. Volendo evitare il servizio militare accolsi il suggerimento di un’ amica attrice, la figlia di Franco Ossola giocatore del Torino. Mi disse che al Piccolo di Milano selezionavano allievi».

E lei andò?

«Provai a entrare. Il corso durava tre anni. E ti esentava dal servizio militare. Purtroppo avevo la erre blesa e Strehler implacabilmente voleva bocciarmi. Fu Paolo Grassi a intercedere e a recuperarmi.

Essendo afflitto dallo stesso difetto si mostrò comprensivo. Disse: teniamolo per un anno e vediamo se riesce a correggersi».

Che percezione aveva del mestiere dell’ attore?

«Nessuna in particolare, salvo un vago senso di curiosità. Salendo su un palcoscenico, anche la prima volta, si capisce se si è lì per caso o per necessità e se dunque val la pena proseguire. Credo di aver provato immediatamente la sensazione di voler recitare e in seguito ho sentito questo stato d’ animo come un dono».

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Dono nel senso di un talento che non si sa di avere?

« Certo, ma anche come un’ offerta per partecipare a qualcosa di grande e inaspettato. Qualcosa che sembra sempre sul punto di morire e a cui l’ attore ogni volta ridà vita. Penso al dono come all’ opportunità che viene da fuori. A quei dieci o venti capolavori dell’ umanità che negli anni sono passati nella mia testa. Mi hanno ripagato dell’ ignoranza giovanile. La mia vocazione teatrale fu una scoperta tarda e progressiva. Non avevo cose importanti cui pensare. Alle quali incatenarmi».

C’ è un lato servile nella professione?

«Parlerei di ubbidienza. Amo ubbidire al grande regista e comunque al regista intelligente. Non amo il regista amico. Devo avere di fronte un ” nemico” cui dimostrare che quanto chiede, o esige, anche l’ impossibile, può essere attuato».

Quella dell’ attore è dunque un’ arte secondaria?

Carmelo Bene

«Più che secondaria “neutra”. L’ attore è uno strumento, la sua volontà è assolutamente marginale. L’ apprendistato artistico finisce quando si rinuncia alla genialità».

Cosa intende per genialità?

« La genialità è un ostacolo, un vero fraintendimento che nasce dalla convinzione di possedere qualcosa di unico. Cos’ è la creatività senza un testo che la sostenga? Nulla».

Geniale fu Carmelo Bene.

« Fu una mescolanza di genialità ed esibizionismo. Un outsider. Più che un attore fu un gigantesco fonatore. La sua tecnica vocale gli consentiva di tutto. Peccato che abbia avuto qualche imitatore di troppo».

A chi pensa?

«A quegli interpreti che gli rifacevano il verso. Si diceva che imitassero cantando e sussurrando. Ha presente la dizione di una frase come “Vieni caro…”. Impiegavano un tempo di battuta infinito. Ciò che in Bene era ancora tradizione in loro fu estenuazione della parola ».

Lei ha lavorato con Bene.

« Facemmo assieme Marlowe per la regia di Aldo Trionfo. Una tournée che ci impegnò per quasi due anni».

È curioso che Bene accettasse una regia non sua.

«Accettò per una forma di riconoscenza verso Trionfo. La morte del figlio di tre anni per un tumore gettò Carmelo in una grave prostrazione. Fu Trionfo a “costringerlo” a riprendere il teatro. Gli allestì il Caligola e gliene fu grato. Se ne ricordò anche anni dopo accettando la proposta di Trionfo».

Carmelo Bene

Era davvero solo un fonatore come lei lo definisce?

«Prevalse in lui la voce. Avrebbe voluto fare il tenore. La lirica fu la sua grande passione, ma non aveva i mezzi vocali adatti. E allora usò la voce come una meravigliosa provocazione».

Fu provocatorio in tutto.

« È vero, ma dietro alle sue apparenti provocazioni c’ era il gentiluomo del Sud, l’ erede di una certa tradizione aristocratica e terriera ».

C’ era anche la tradizione del grande attore italiano.

«I modelli erano Ruggero Ruggeri e Memo Benassi, grandissimi attori di cui Petrolini, implacabile, fece la parodia».

La lingua italiana è un ostacolo all’ interpretazione?

« Il punto è delicato. Recentemente ho fatto un Macbeth. Se si legge in inglese sembra jazz. Fatto in italiano è una storiaccia di streghe. Secondo me in traduzione reggono ancora bene le commedie di Shakespeare, non le tragedie che producono un effetto ron ron.

Giorgio Strehler

L’ italiano è una lingua per mentitori, per avvocati o per innamorati che non hanno paura di coprirsi di ridicolo. Il nostro massimo fulgore fu con la librettistica ottocentesca».

C’ è il caso Pirandello.

«È vero. I suoi drammi sono magnifici perché la sua lingua ha un ritmo segreto stranissimo. Credi che sia prosa invece è grande letteratura ».

Che spiegherebbe come?

« Non lo so, è sempre un mistero un grande scrittore. Forse nel suo caso c’ entra la Sicilia. Ogni grande artista porta in sé qualcosa di profondamente regionale».

Lei dove è nato?

« A Milano dove rimasi fino a quindici anni e poi a Torino fino ai quaranta. Mio padre aveva impiantato una piccola industria per la produzione della panna. Era un uomo che si era fatto dal niente. Veniva dall’ Abruzzo, sposò mia madre, nacqui io e prese in gestione un’ osteria. Era sulla strada per Novara. La mattina all’ alba passavano gli operai in bicicletta per raggiungere le fabbriche».

E si fermavano all’ osteria?

«Era una tappa obbligata. Una Cimbali a sei becchi preparava i caffè serviti con accanto la grappa. Gli operai sostavano, bevevano e ripartivano. Tutto il lavoro si concentrava in un’ ora. Nei tanti pomeriggi liberi mio padre vendeva yogurt. Scoprì che era semplice farlo e si mise a produrlo in proprio. Aprì un’ azienducola a Torino e si accorse che la città preferiva la panna allo yogurt. Era perfino più redditizia. Riconvertì la produzione e inventò un metodo per realizzare la panna sterile. Rispetto a quella pastorizzata aveva una durata più lunga. Fu così che diventammo ricchi».

Con quali conseguenze?

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«La prima fu di stupore. In poco tempo ci circondammo dei simboli del benessere. Andammo a vivere in una grande casa. Elegante.

L’ architetto disse a mio padre che c’ era anche il Noi per paura di smarrirci vivevamo dentro uno spazio piccolissimo. Come ex proletari, stavamo bene solo ammucchiati in una stanza. Mio padre, che non era mai andato al cinema, osservava la televisione come un oggetto scaraventato da un altro pianeta».

Beh, lei alla fine ne è uscito

« La verità è che borghese non lo si diventa se hai fatto la fame. Puoi atteggiarti, fingere, darti una ripulita, ma nessuno può toglierti ciò che eri all’ origine. Non ho fatto certe scuole, non ho capacità sofisticate di ragionamento, non so mettere ordine nel discorso. È vero, il teatro e la lettura mi hanno aiutato tantissimo. Ma alla fine resto quella roba lì».

Quella roba intende l’ odore della povertà?

« Intendo non prendersi troppo sul serio, consapevole da dove vengo».

Per questo ha accettato di fare i film con Tinto Brass?

«Ho accettato perché è un uomo intelligente e spiritoso che dissacra una materia infiammabile come il sesso. Mi considerava una specie di porta fortuna. Se c’ ero io sul set il film andava bene».

TINTO BRASS
Il regista Tinto Brass

Diceva delle letture fatte che l’ hanno aiutata.

«Non fu semplice. Ricordo che nei primi anni Settanta si parlava tantissimo di Kerouac. Decisi di leggere Non a casa, ma in macchina. Con lo stereo che mandava musica. E io mi dicevo: leggi, leggi sto Kerouac! Leggevo provando una incontenibile noia. L’ ho capito dopo: se non sei abituato a leggere, se sei un’ altra cosa, non puoi cimentarti».

BRANCIAROLI

Lei è davvero strano. In fondo è come se giocasse con le sue origini.

«Mica le posso cancellare!».

Per gioco intendo che alla fine lei risulta molto più navigato culturalmente di tanti altri che sfoggiano. Mi racconti per esempio il suo rapporto con Testori con il quale ha avuto una lunga collaborazione teatrale.

«Lo conobbi in camerino. Venne a trovarmi, con mia grande sorpresa devo ammettere. Recitavo in una commedia, dove protagonista assoluta era Wanda Osiris. Aldo Trionfo la scritturò che aveva settantacinque anni. Non sapeva ballare, non sapeva cantare e non era neppure bellissima. Ma fu egualmente un mito. Andare in scena con lei volle dire, per un giovane alle prime armi come me, fare un’ esperienza stranissima».

Stranissima perché?

« Perché dal palcoscenico vedevo nella platea in prima fila i suoi ex boys, tra questi Sordi e Tognazzi. Erano ormai attori affermati. Ma avevano fatto una lunghissima gavetta. Era questo che mi aspettava? La verità è che da quello spettacolo effettivamente nacque un attore, una stella come disse un grande critico».

E Testori?

«Lui venne, mi pare fosse la metà degli anni Ottanta, a una nuova edizione del Nerone e mi propose uno spettacolo scritto da lui: In Exitu. Debuttammo alla Pergola di Firenze. E a un certo punto il pubblico cominciò a vociare, poi a urlare, infine a tirarci di tutto».

Cosa non andava?

testori giovanni
Giovanni Testori

«Interpretavo il personaggio di un tossico omosessuale. Il dramma aveva risvolti religiosi, ma il pubblico non capì».

Testori come reagì?

«Secondo me fu perfino contento. Lui diceva che il teatro era stato soppiantato dal cinema e che dunque restava un varco strettissimo. Passare da quella fessura senza essere ridicoli voleva dire per lui rappresentare l’ urlo della carne. Se il verbo si è fatto carne, diceva, l’ attore deve fare della carne il verbo».

Era un uomo tormentato?

« Non sono bravo a percepire l’ interno delle persone. Vedevo in lui lo scrittore, il drammaturgo, l’ uomo molto ricco e neanche tanto devoto, anche se era un cattolico».

Era anche nota la sua omosessualità.

«Non era un’ esperienza che sbandierava, la si poteva cogliere nella sua scrittura, a volte nei suoi testi. Una volta mi disse che non capiva questo paese così cattolico. Spiegami Franco, perché il culo di Visconti va bene e il mio no? Tra l’ altro in Comunione e Liberazione erano in molti a condannare l’ omosessualità».

Non gli impedì di avere un forte legame con il movimento.

LUCHINO VISCONTI
Luchino Visconti

«È una favola questa appartenenza. Però fu grande amico di Don Giussani. Il suo tormento era soprattutto nella maniera di scrivere. Ha scritto sei opere per me. Gliene sono immensamente grato. Come può esserlo un figlio».

Lei ha figli?

« No, ho una moglie straordinaria, affetta da sclerosi multipla. E forse era un bene non averli».

Che condizione vive?

« La prima cosa che spesso gli altri non sanno o tendono a rimuovere è che solo se sei abbastanza ricco puoi gestire la situazione altrimenti è molto complicato. Ho settant’ anni. Posso dire di aver fatto l’ attore e poi cosa ho fatto di altro? Adesso posso dire di essere stato utile a una persona. Di continuare a esserlo».

E lei?

«Annamaria è una donna piena di umorismo, molto più allegra di me. Un’ allegria senza disperazione, venata da una certa ingenuità. Mi sembra certe volte una bimba. E questo rende più trasparente il legame».

Cosa le ha insegnato?

«Che non puoi eludere il rapporto con gli altri. Non puoi far finta di niente e alla fine farla franca. Non so se è cristianesimo. Certo è una questione etica. Scoprii in una frase dello scrittore Gómez Dávila che etica vuol dire fedeltà a una persona».

Anche alla fede?

«Cerco di dissimulare la mia fede, non perché ne abbia vergogna ma perché penso che sia la fede a vergognarsi di me. Preferisco la parola fedeltà. In un mondo dove è facile tradire, essere fedeli a una persona dà un senso di pacata saldezza. Quando mia moglie non si accorge, la guardo nella sua postura, quasi fosse una bambina in un passeggino, e avverto questa tenerezza. Lei allora ride e io le faccio il verso. Solo ciò che pensiamo di perdere ci appartiene veramente».

Intervista di Antonio Gnoli per Robinson – la Repubblica

 

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