CA’ VENDRAMIN

Una generazione se ne va e un’altra arriva,/ma la terra resta sempre la stessa./Il sole sorge, il sole tramonta e si affretta a tornare là dove rinasce./Il vento va verso sud e piega verso nord./Gira e va e sui suoi giri ritorna il vento./Tutti i fiumi scorrono verso il mare,/eppure il mare non è mai pieno:/al luogo dove i fiumi scorrono, continuano a scorrere.

 

Con queste parole si apre i Libro di Qoèlet, contenuto nella Bibbia. I fiumi scorrono sempre verso il mare, ma la terra non resta sempre la stessa. Lo scoprì Gianni Celati, durante il viaggio del 1989 Verso la foce (è il titolo del libro che trasse dagli appunti del suo diario). Prima di lui fece lo stesso viaggio Mario Soldati: era il 1957. Giunto a Ferrara, in località Dogana Vecchia, proprio sotto l’argine del Po, lo scrittore piemontese assiste sgomento ai lavori idraulici che, allargando il vecchio argine, avrebbero sepolto quanto rimaneva del presidio fra due Stati: quello fra Serenissima e Pontificio.

Panorama da Ca’ Vendramin sul delta del Po.

Le terre cambiano, cambiano con esse gli uomini, spesso in peggio. Per meglio dire: terre e uomini cambiano insieme. Ed è una bella lotta stabilire il primato. Può più l’opera rovinosa delle acque alluvionali, l’incessante erosione dei marosi, oppure l’antropizzazione? A dire che , fino a non molto tempo fa, qualcuno era disposto a credere che queste terre padane così estreme, sbracciate sul mare, qualche cosa di speciale la conservavano. Ne fanno fede queste parole di Giovannino Guareschi, quello di Don Cammillo e Peppone. “Bisogna rendersi conto che in quella fettaccia di terra fra il fiume e il monte possono succedere cose che da altre parti non succedono.” Sono sicuro che Gianni Brera farebbe sue queste parole (lui di San Zenone sul Po)! Quando l’uomo si misura direttamente con la natura, tocca la sua piccolezza, ma la sua inquietudine esistenziale lo spinge ad andare oltre tali limiti, là dove tutto può succedere, dove cedono le paure e si fa più acuta la consapevolezza del mito.

Di questa lotta fra ambiente e uomo fa fede il Museo regionale della bonifica di Ca’ Vendramin, che visito accompagnato dal mio capitano Achab (http://www.ninconanco.it/col-capitano-achab/), uomo di scanni e abilissimo a scansar barene. Guardo lui stagliato lungo il profilo dell’argine e della ciminiera che sembra un obelisco. Mi viene da accostarlo a quel pescatore di Scano Boa,(www.comingsoon.it/film/scano-boa/20006/scheda/) atipico eroe e maldestro pescatore, inventato da Gian Antonio Cibotto, un altro squisito letterato, vegliardo indomito, impastato di versi, canne palustri e fango.

 

 

 

Le foto in bianco e nero si riferiscono ai lavori per la costruzione dell’idrovora di Ca’ Vendramin

Il consorzio o retratto (secondo la vulgata veneziana) risale al 1745. Nasce per iniziativa dei privati, proprietari terrieri e latifondisti interessati al controllo delle acque e alla bonifica dei terreni. Nel 1801 sotto Napoleone i tre preesistenti consorzi di bonifica vengono unificati e nel 1804 la manutenzione dei fiumi e degli argini diventa competenza statale. Nel 1815, quando ai francesi subentrano gli austriaci, il consorzio assume la denominazione di Consorzio agli scoli dell’Isola di Ariano, attuale Consorzio di bonifica del Delta del Po.

Il prosciugamento dei terreni avveniva attraverso poderose macchine idrauliche: la prima idrovora a Ca’ Vendramin, mossa da vapore, nei cui locali, costruiti fra il 1900 e 1903, oggi è ospitato il museo.  Due le idrovore secondarie, mosse da energia elettrica. Una rete allora all’avanguardia, progettata dal Genio civile di Rovigo, su indicazione di un abile ingegnere di Castelleone, Antonio Zechettin, meritatamente ricordato in un’iscrizione.

 

A causa dell’abbassamento del suolo fra gli anni 1950 e ’60 l’impianto perse la sua rilevanza e venne dismesso, a favore del nuovo impianto di Goro.

Il progetto iniziale prevedeva di allocare qui un ecomuseo, in cui valorizzare il significativo patrimonio storico e ambientale di Ca’ Vendramin, offrendo servizi culturali e occasioni per un uso intelligente del tempo libero e del turismo. La Fondazione Ca’ Vendramin, che pure vede la presenza, oltre agli enti locali, della Regione Veneto, è priva di mezzi finanziari adeguati. Il centro culturale per studi e ricerche collegate all’ambiente del Po è solo sulla carta.

Lo stesso vale per l’orto botanico, che il progetto prevedeva di specializzare nella salvaguardia e studio delle varietà botaniche tipiche dell’area deltizia. Dopo le restrizioni dei fondi per le gite scolastiche, anche questo flusso turistico, numericamente significativo, è andato ad esaurimento. Oggi, per entrare nel museo non bisogna certo farsi largo fra la calca. Ma forse è meglio così: queste sale enormi, in cui persistere l’odore del grasso minerale e della ruggine, in fondo stanno bene immerse nella penombra e nel silenzio. Silenzio fatto di rispetto e ammirazione per il tanto lavoro e il tanto ingegno profusi, nel produrre prima e nel mantenere in efficienza poi queste macchine che, pure inerti e scrostate, ancora riescono a trasmettere forza e a ispirare riguardo. Oltre che silenziose, queste sale diventano impenetrabili da novembre a tutto febbraio dell’anno successivo, in quanto il museo in quei mesi chiude. Un po’ come i rifugi di montagna!?

Nelle varie sale le didascalie sono puntuali, grandi pannelli illustrano la storia dell’edificio ed è possibili visionare materiale multimediatico. 

Manca, purtroppo, un opuscolo illustrativo takeaway.

Lungo le pareti della sala convegni troviamo una mostra fotografica sul tema Polesine, opera di una appassionata locale: Maria Burgato. Riproduciamo qui sotto alcuni dei suoi scatti.

Per informazioni e prenotazioni: www.fondazionecavendramin.it

Info@fondazionecavendramin.it

 

 

Lascia un commento

Potrebbe piacerti anche Altri di autore