CASTIGO DI DIO

 

“Ieri sera ho letto l’ultima pagina del Castigo di Dio, secondo romanzo di Marcello Introna appena pubblicato da Mondadori, e sono ancora qui che ci penso-C’è una sorta di turbamento che scuote i miei pensieri, una leggera sensazione di disagio che non mi lascia ancora-Mi succede raramente e solo quando leggo storie importanti-Tra stupri, assassini, carestie ed epidemie, la violenza di questa storia rivolta lo stomaco ma ipnotizza la mente-Si arriva alla fine con il fiato corto, ma ci si arriva di corsa, perchè è impossibile sfuggire a quel male

(Elena Giorgi, La lettrice geniale (qui)

 

Marcello Introna

In un saggio del 1949, Natalia Ginzburg dice così: “ Il mio mestiere è quello di scrivere e io lo so bene e da molto tempo. Spero di non essere fraintesa: sul valore di quel che posso scrivere non so nulla. So che scrivere è il mio mestiere”. Leggendo Castigo di Dio di Marcello Introna mi è venuta in mente questa frase. Marcello è uno scrittore di mestiere e questo si vede in ogni pagina, in ogni frase che scrive. Castigo di Dio è una macchina narrativa perfetta che riesce a dosare gli ingredienti letterari senza che uno prevalga sull’altro. Cosa non semplice in un romanzo. Pochi scrittori oggi riescono a farlo e questi scrittori, tra cui Introna, sono un valore aggiunto alla letteratura contemporanea. Castigo di Dio si compone armoniosamente di tre elementi: la trama, la lingua, le descrizioni. Questa è la trama. Siamo a Bari, estate del 1943. Amaro è un uomo corrotto e malvagio, capo indiscusso della Socia, un edificio fatiscente della Bari vecchia, abitato da disperati, un “essere” vivo, pulsante e grondante umidità, sangue e dolore che respira il suo alito di morte non solo su chi ci abita, ma su tutta la città. Un luogo buio e senza speranza alcuna, una bolgia infernale popolata da disperati e reietti, uomini, donne, orfani senza famiglia, prostitute e pedofili che vendono e comprano sesso.

«Questa è la Socia, qui sono tutti ciechi. Le pareti per prime. Siamo anche muti e la maggior parte di noi è sorda. Molti sono morti anche se camminano ancora e altri non nasceranno mai.»

 Amaro è un uomo spregevole che gode nell’appropriarsi dell’esistenza stessa degli altri, rubando loro l’anima e spesso la vita.

“Tutto era cupo in Amaro. Da sempre servo dei potenti, da sempre aguzzino dei disperati, se intravedeva in qualcuno delle potenzialità, un qualsiasi talento, si scatenava e si chetava solo quando aveva disintegrato psicologicamente la vittima designata, costretta a strisciare come un serpente, ma senza quella bella pelle lucida, senza quell’armonia.Amaro era l’ossido che aggredisce il metallo, lo scorpione in attesa sotto la sabbia, la putrescina della carogna di un cane, era la guerra, il razzismo, l’opportunismo, il nazista che cavava denti d’oro ai deportati. Non provava affetto per nessuno e l’idea che nessuno ne provasse per lui lo irritava ancora di più perchè lo leggeva come un gesto di mancata sottomissione.Era cattivo. In un unico termine che meravigliosamente lo sintetizzava, era cattivo ed era nato così. Un castigo di Dio.”

E mentre il regime fascista cade e gli Alleati prendono il controllo della città, grazie alla complicità e alla protezione del prefetto Nicola Arpino, Amaro si serve dei suoi uomini, specialmente del suo sadico vassallo Filippo, per gestire la borsa nera, i traffici legati alla prostituzione e allo spaccio di stupefacenti. A creargli qualche problema ci sono gli articoli di denuncia di Luca “il Bracco”, un giornalista coraggioso, le indagini incalzanti del commissario Michele De Santis, e il disprezzo di Anna, la puttana più bella della Socia, la puttana “letterata” che conosce il latino e il greco antico e che riesce a  ritrovare un po’ di serenità solo quando può fare lezione ai due piccoli orfani che vivono in quell’inferno: Lorenzo e Francesco.

1943: Bari bombardata

Sullo sfondo di una città devastata dalla guerra (lo sbarco degli alleati, il bombardamento del porto di Bari da parte degli aerei della Luftwaffe, l’affondamento della John Harvey la nave inglese carica di bombe all’iprite) dalle privazioni, dalle clientele, la Socia è una realtà che nessuno vuole vedere, dalla quale allontanare lo sguardo. E’ un essere che non lascia scampo, dalle finestre cieche e dalle porte sbarrate. Chi vive nella Socia ha lasciato ogni speranza all’ingresso, sa che le tenebre sono eterne.

Percoco, romanzo di esordio di Marcello Introna

“Siamo in cento qui, forse centouno, oppure centotrè. Viviamo nella Socia e nella Socia dobbiamo rimanere. Non tutti hanno il permesso di uscire e, quando lo fanno, non sempre ritornano.”

Bari è lo scenario di questa Commedia umana, citando Zola, e certamente per un cittadino barese il pugno nello stomaco nel leggere queste vicende è molto forte, così come la commozione per certe immagini. Lo è anche per chi non vive a Bari, ma che attraverso la descrizione magistrale che Marcello Introna fa dei luoghi, delle strade, degli anfratti riesce a percepire atmosfere e sensazioni,  a farle proprie e a  non dimenticarle. Nelle descrizioni Marcello Introna è maestro:  esse non sono semplici espressioni artistiche ma diventano realtà che si manifesta pienamente al lettore. In lui c’è l’intuizione improvvisa dell’attimo che sta per dissolversi, di ciò che è accaduto .Un romanzo che disorienta, dove realtà storica, accuratamente ricercata e magistralmente riproposta e finzione letteraria spesso si confondono, dove i personaggi vivono di vita propria, con le loro ferite, le loro cicatrici e il loro destino. Personaggi sempre ben definiti nella loro prerogativa di essere buoni o cattivi; un espediente letterario molto coraggioso che rende il libro ancora più interessante. Marcello Introna non ha paura di mostrare senza timore alcuno il male  e il  momento in cui la società ha un crollo morale e le piccole azioni eroiche di alcuni personaggi non hanno nulla di consolatorio, anzi, acuisco il senso di smarrimento e di ineluttabilità. Egli vuole raccontare le cose vere e non le cose giuste,le cose che fanno nascere nel lettore ombre, non luci. Il  suo è un modo di vedere le cose, non solo di scriverle. Castigo di Dio ricorda nelle atmosfere La storia della Morante,  La pelle di Curzio Malaparte, in quella girandola di orrori fisici e morali di una città piegata e piagata dalla guerra. La lingua è mobile, duttile, segue i personaggi e il loro carattere. Ardita in certe immagini, in certi accostamenti diventa essa stessa filo conduttore delle vicende. La prosa ambigua, raffinata e fortemente connotativa, come solo la lingua di alcuni grandi scrittori post-moderni può essere, le variazioni poetiche, le immagini da cronaca nera così ben definite fanno di Castigo di Dio uno dei libri più interessanti del panorama letterario italiano e di Marcello Introna, che già si era fatto apprezzare con il precedente romanzo Percoco, uno degli scrittori più talentuosi di questi anni.  

Marcello Introna (Bari, 1977). Medico veterinario, è dottore di ricerca all’Università di Bari. Autore e sceneggiatore televisivo. Mondadori ha pubblicato nel 2016 il suo romanzo d’esordio, Percoco.

La recensione è di Marcella Rizzo, che ringraziamo per la collaborazione.

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