DOLORE Q.B.

Giada Ceri dà conto della sua esperienza di «operatrice della riabilitazione» fra i carcerati con un viaggio nel ventre di una prigione dove tutti, anche il visitatore occasionale, fanno i conti con «la giusta quantità di dolore»

La Scrittrice si addentra nel dedalo delle carceri in incognito, in punta di piedi. Ne sonda i meandri disposta a perdersi, a inciampare, a fermarsi davanti agli accessi sbarrati e in fondo ai vicoli ciechi, a tornare indietro per ripartire da capo, armata di pazienza, determinazione, intelligenza, non però della sicumera di chi si aspetta di venirne a capo. È sommessa, silenziosa e — si perdoni l’asprezza del calzante tecnicismo — endofasica, cioè interiore, intima, formulata nella testa per sottili figure di pensiero, la voce narrante che racconta dando forma allo spazio segreto, nascosto, occulto, paradossale dell’universo penitenziario.

Che si tratti di un’esperienza personale, che l’autrice si occupi da anni delle problematiche delle prigioni contemporanee collaborando da «operatrice della riabilitazione» (questa la definizione del suo ruolo in burocratese) in ambito penitenziario lo si apprende dal risvolto di copertina. Che chi narra, e a un cosmo tanto serrato e complicato come quello in cui si patisce la pena, in cui si soffre, avverte il titolo, La giusta quantità di dolore, riesce a dare una — adeguatamente spiazzante — forma narrativa abbia la stoffa dello scrittore, lo si coglie dalla prima pagina.

Giada Ceri, azzecca il tono, indovina la tonalità — sonora ed emotiva — giusta fin dall’incipit, senza bisogno di stare a studiare le variazioni da mettere in chiave: il carattere della sua prosa, il timbro del suo strumento si erano rivelati fin dai suoi esordi, avvenuti una quindicina di anni fa, lei allora era appena trentenne, con il romanzo L’uno. O l’altro (Giano, 2003) seguito da Il fascino delle cause perse (Pequod, 2009). Già allora il suo talento aveva mostrato singolari qualità: una luminosa sagacia, una grande finezza di intuizione, una

“La giusta quantità di dolore” è un libro oggi necessario, aggettivo antipatico ma qui realmente calzante, perché, come scrive Luigi Manconi nella sua preziosa Introduzione, i tratti indistinti e sfumati delle figure che lo compongono sono in grado di testimoniare qualcosa di molto preciso: l’universo carcerario, con le sue storture e difficoltà, “non è una vicenda di alcuni, è una vicenda di tutti”. Dall’articolo di Matteo Moca sul sito Ristretti Orizzonti (qui)

Con questo spirito colei che ora racconta varca le mura del carcere che, apprende, «deriva dall’aramaico carcar, “sotterrare”». Ne misura la planimetria di non-luogo, la concretezza tutt’altro che utopica di territorio del disagio reale, gli assurdi spazi celati a chiunque dentro cui si è totalmente visibili a tutti, la geometria da primordiale Uroboro, il serpente che si morde la coda, la mappa da labirinto kafkiano: «Svoltiamo a un angolo, saliamo due rampe di scale e imbocchiamo un altro corridoio. In quale parte della prigione siamo finiti? Non pensavo ci saremmo spinti così addentro al cuore di tenebra — e di questo corridoio, di nuovo, non si indovina la fine».

Spettacolo dei detenuti della Compagnia della Fortezza Volterra

Ne analizza con curiosità e incredulità la logica e la grammatica. Decostruisce la sintassi dei funzionari e dei coordinatori: «Le frasi di quest’uomo che mi guarda dall’alto in basso pur arrivandomi alla spalla riescono a confondermi anche le idee che non ho». Incenerisce l’ipocrisia degli eufemismi e degli stereotipi: «Un’istituzione che mette al centro la persona mi fa pensare a un poligono di tiro»; il «buongiorno» di una coppia di agenti, pronunciato la mattina presto davanti all’ennesima porta blindata fa credere che forse, chissà, potrebbe ancora accadere qualcosa di buono, anche in un luogo «dove nemmeno Pascal scommetterebbe sull’esistenza di Dio».

Dei detenuti osserva la nudità delle celle — tavolo sedia lavandino water —, la povertà della dieta, la monotonia delle giornate, la lentezza incomputabile delle ore: «Lo scorrere del tempo viaggia senza di me», legge sul muro di uno dei loro loculi. Assiste alla loro messa in scena di sé stessi: a teatro, quello allestito dalla Compagnia della Fortezza di Volterra, un’occasione per reinventare Shakespeare, per identificarsi con i protagonisti di una tragedia, per prendere coscienza del gioco infame del Fato, delle connivenze oscure tra Colpa e Destino…

Incontra coloro che lottano inesausti per difendere, dei carcerati, il diritto alla riservatezza, alla salute, all’istruzione, alla rieducazione, personaggi di statura epica, grandiosi antieroi, «affascinanti» paladini delle «cause perse»: il Capitano, la Contessa, la Mitragliatrice — una che mitraglia parole sulla carica della propria motivazione e della buona fede nella propria missione, senza permettere all’ombra di un dubbio di turbarla —, il Gatto, la Volpe, una ieratica, serenamente dimessa Nostra Signora della Bella Morte. Figure splendenti, disposte a scontrarsi con tenacia, oltre che contro le sbarre invalicabili dei penitenziari, con «l’ottusità delle istituzioni», incapaci di pensare sé stesse se non — avverte Luigi Manconi nella polemica prefazione — al prezzo di vergognarsi di sé. Figure coraggiose quanto la muta, tagliente, intelligentissima Scrittrice, sapiente abbastanza da riconoscere che, in galera, come in letteratura, uno straordinario potenziale di bellezza, di crescita e di maturità si può riporre nella «giusta quantità di dolore».

Articolo di Alessandra Iadicicco per la Lettura /(qui)

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