FACCIAMO CHE ERO IO

 

VIRGINIA RAFFAELE, TALENTO, PASSIONI E PAURE DI UNA GRANDE SHOWGIRL- HA COMINCIATO CON I PROVINI A 17 ANNI: PUBBLICITÀ, FILM, FICTION, TRASMISSIONI TV RICEVENDO UN NO DOPO L’ALTRO: TROPPO MAGRA, TROPPO ALTA, TROPPO STORTA, TI SI MUOVE LA FACCIA.- INCASSAVA IL RIFIUTO E ZITTA E MUTA SI RIFUGIAVA DALLO PSICANALISTA- OGGI DICE: “STO IN AFFITTO, NON HO UN MARITO, NON SONO RICCA. L’UNICO FIDANZATO CHE AVREBBE VOLUTO SPOSARMI AVEVA QUATTORDICI ANNI, SI PRESENTÒ DA PAPÀ PER CHIEDERGLI LA MIA MANO- ALLA VITA CHIEDO EMOZIONI, ANCHE DOLOROSE- NON SONO MAI STATA SICURA DI ME, SE NON NELLA CONVINZIONE CHE VOLEVO FARE QUESTO LAVORO”.  

 

 

 

 

La nonna contorsionista. L’amore per Totò, Buster Keaton e Anna Marchesini I provini e quella faccia un po’ così. Raffaele, attrice comica e trasformista della risata, a maggio sarà su Raidue con uno show in quattro puntate.

Dice di sé: “Sono una perfezionista. Mi preparo in modo maniacale e i miei personaggi li indosso, annullandomi” Arriccia il naso, fa danzare le sopracciglia, strizza gli occhi, disegna con le mani scie acrobatiche nell’ aria. Dice che le capita anche alle tre di notte, quando non riesce a prender sonno. Allora si allunga sul divano e pensa, inventa, si maschera, lo sguardo al soffitto. Virginia Raffaele è uno slapstick non so quanto consapevole, non so quanto astuta.

L’istinto l’ha portata sulle tracce di Buster Keaton, Totò, Franco Franchi. Il piacere l’ ha costretta a rivedere innumerevoli volte In principio era il Trio con Marchesini, Lopez, Solenghi e A me gli occhi please di Gigi Proietti. A maggio, in quattro puntate di varietà one woman show su Raidue, tenterà di diventare adulta inseguendo il mito di Fiorello, ma adesso gioca come una bambina davanti a un bicchiere di champagne.

È una bella donna dentro una vita buffa. «Punti di vista. Capita che mi senta affascinante, questo sì, qualche riscontro l’ho anche avuto. Che sia in compagnia di un uomo o di un pubblico cerco lo specchio: purezza, sensualità, simpatia, capacità di ascolto. La vita no, può essere dura, gioiosa, stupefacente, piatta, ma mai buffa».

Nella vita ci sono profezie, premonizioni di un mestiere. La locandina di una bisnonna in crespo e mutandoni che di professione era “contorsionista e trapezzista”, doppia zeta «forse per sottolinearne una specialissima bravura»; la mamma con un pallino di piombo da tirassegno piantato per sempre in una guancia sotto l’orecchio; e poi la nostalgia, le ferite, la sete di rivincita, gli odori di un lunapark all’ Eur che sono famiglia e non sai dire se i ricordi sono qualcosa che hai o qualcosa che hai perduto. Vengono tutti assieme come i guai e i rimpianti.

 

«Ovvio che ne ho. Chi dice il contrario mente. Ognuno di noi si porta dentro i propri dolori, le proprie vergogne, le proprie lacrime. Il mio rimpianto è il lunapark, l’ho visto spegnersi, persone che all’ improvviso non avevano più niente ed erano diventate niente loro stesse».

È la storia, già raccontata molte volte, della sua dinastia di origini circensi. Quanto è stata importante la famiglia nelle sue scelte artistiche?

«È stata tutto e lo dico senza enfasi. Ma quando parlo di me cerco di evitare di parlare degli altri. Mi piace frequentare la discrezione e il pudore. Almeno nella vita. Ho bisogno di tenere qualcosa di mio, anche solo lo stare in casa a piedi scalzi».

C’ è sempre un inizio, un segnale di fumo che si avvista da lontano e ci chiama. Dove ha trovato in principio il fascino del mestiere?

«Nei cartoni animati. Hanno tempi comici perfetti. I vecchi Disney, gli Aristogatti, Ratatouille. La comicità è una bomba a orologeria, è fondamentale il tic-tac del silenzio prima dell’ esplosione della battuta. Se sbagli il tempo dell’ innesco sei fottuto. Da piccola guardavo molti film, i miei preferiti sono stati Una sirena a Manhattan, Labyrinth, Il Barone di Munchausen, Natale in casa Cupiello. E poi c’era La spada nella roccia, ma qui dovrei raccontare un’ altra storia».

Quale?

«Avrò visto quel film almeno quaranta volte, con papà. È solo un ricordo prezioso che scalda quando ci penso. Sa, quei ricordi dove rientri in un attimo. Dove rivedi tutto: la disposizione dei divani di casa dei tuoi, la luce che c’ era fuori, il profumo del pranzo preparato da mamma, l’ atmosfera rassicurante di casa, dove senti che sei al sicuro e non può succederti nulla».

Quando è uscita di casa sono arrivate le paure?

«Prima, prima. Mai stata sicura di me, se non nella convinzione che volevo fare questo lavoro a costo di qualsiasi sacrificio. Ho cominciato con i provini a diciassette anni, mi scarrozzava in macchina papà: pubblicità, film, fiction, trasmissioni televisive. Ricevevo un no dopo l’ altro. Sei troppo magra, troppo alta, troppo storta, ti si muove troppo la faccia. Pensavo: e Jim Carey allora…? Lo pensavo soltanto, incassavo il rifiuto zitta e muta».

Trovato l’ antidoto?

«Lo studio e l’ applicazione. Ancora oggi mi preparo in maniera maniacale. Lezioni di canto, lezioni di ballo, ore davanti ai dvd dei personaggi che voglio interpretare, lettura dei loro libri se ne hanno scritti, ore a provare e registrare la voce dell’ una e dell’ altra, ore immersa tra i filmati di YouTube, tre mattine la settimana di allenamento cardio-muscolare con i pesi per la resistenza fisica da palcoscenico».

Tutto qui? Non mi sembra una donna spaventata.

«Ennò. Ci aggiungo la paura di invecchiare, il tempo non è mai gentile in particolare con le ragazze, la paura delle malattie e quella della solitudine. Tengo una frase di Pasolini sul cellulare, eccola: la mia indipendenza, che è la mia forza, implica la mia solitudine, che è la mia debolezza».

A trentasei anni che cosa sente di avere conquistato?

«La curiosità e il disordine. Sto in affitto, non ho un marito, non sono ricca. L’ unico fidanzato che avrebbe voluto sposarmi aveva quattordici anni, si presentò da papà per chiedergli la mia mano, ed era serio. Mio padre tutt’ altro. Dimenticavo, ho due amiche: si chiamano Claudia e Diana, le conosco da sette anni, non frequentano il mondo dello spettacolo e sono speciali. Alla vita chiedo emozioni, anche dolorose. Questa è la curiosità che fortunatamente mi perseguita».

E un dio da pregare no?

«Mamma mia…sono agnostica. Che vo’ di’? Mi astengo? La dico meglio, sono confusa. Temo che la fede sia allo stesso tempo un vantaggio e una costrizione».

Il trasformismo invece è terapeutico?

«Sono stata in analisi due anni e passa. A un certo punto mi sono detta: puoi farcela da sola».

È andata effettivamente così?

«Non so. Credo che la parodia degli altri sia in realtà anche un’ analisi di me stessa. Ci sono personaggi che mi hanno scelto prima che io pensassi a loro. Ogni volta è come se sfiorassi l’ essenza dell’ essere umano. Mi si assottiglia la pelle, divento più sensibile. Mi annullo, dimentico chi sono. Sotto la maschera guarisco».

Come avviene la costruzione di una copia?

«Sistema metodico. Quattro ore al trucco, torturata dal genio di Bruno Biagi. Calchi in plastilina, protesi al silicone, mai ‘na gioia. Fracci e Vanoni sono figure iconografiche, Belen no».

Sulla scena qual è l’obiettivo da centrare?

«Riprodurre, interpretare, far ridere gli spettatori. L’ imitazione fine a se stessa risulterebbe sterile».

C’ è anche il desiderio più o meno inconscio di moltiplicare la propria vita impossessandosi della vita di altri?

«Senza dubbio. Mi succede soprattutto con Ornella Vanoni. La lascio andare sulle sue gambe, ogni volta fa un pezzo di strada in più. All’ inizio della tournée teatrale stava a dieci minuti, verso la fine è arrivata a diciotto. La amo».

Esiste un personaggio che l’ha sconfitta?

«Maria de Filippi, ci provo e non ci riesco. Non è mai rotonda la mia Maria. Non sono invincibile».

L’imitazione non è altro che riprodurre una illusione?

«Certo. Per quanto mi riguarda la sfida sta nel rendere il più reale possibile l’ illusione di essere qualcun altro. L’ illusione non è per forza sinonimo di inganno, può essere sinonimo di gioco, evasione, follia. Basta soltanto non tramutare l’ illusione in delusione, e si compie la magia».

Molti comici hanno avuto una parabola breve. Intendo sulla scena. E tristezze, depressioni, istinti suicidi nella vita reale. Che cosa succederà quando la bacchetta magica smetterà di funzionare e di fare prodigi?

«La mia faccia cadrà da sola. Mi reinventerò o aprirò un bar in Costarica. Lontano».

 

Articolo intervista di Dario Cresto- Dina per “Robinson – la Repubblica” 01-04.2017

 

 

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