FACE,FACE PURE

FACEBOOK CENSURA IL NUDO MA NON I NEGAZIONISTI – LA DOPPIA MORALE DI ZUCKERBERG, CHE DICE “DIFENDIAMO IL DIRITTO DEGLI UTENTI DI SBAGLIARE, ANCHE QUANDO SI TRATTA DI NEGARE L’OLOCAUSTO”, MA TI BANNA SE SCRIVI “ZINGARO” O PUBBLICHI IMMAGINI DI NUDO ARTISTICO – LA CRISI DEL SOCIAL CHE DALLA PROMOZIONE DELL’AMICIZIA GLOBALE HA GENERATO SOLO ODIOl

ZUCKERBERG HITLER
Zuckerberg travestito da Hitler

 

Se pubblichi immagini di nudo artistico o scrivi «zingaro», su Facebook vieni censurato. Ma se neghi l’ Olocausto, minimizzi il numero delle vittime e la gravità della tragedia, e magari ti pronunci in un elogio di Hitler e dei suoi accoliti, va tutto bene, il tuo post resterà in bacheca e potrà ricevere like, condivisioni e commenti di supporto.

Che la politica aziendale di mister Zuckerberg si prestasse a contraddizioni ce ne eravamo accorti da un bel po’, col suo voler assicurare a tutti la libertà di espressione e allo stesso tempo porre restrizioni ridicole su contenuti ritenuti non appropriati; e insieme col suo voler combinare, senza riuscirci, la tutela della privacy con il principio che comunità volesse dire disponibilità di ogni aspetto della propria vita.

facebookMa finora il social network, da molti ribattezzato FakeBook per la quantità di balle che vi circolano, non si era mai spinto a tanto, cioè lasciare spazio, diritto di argomentazione e di proselitismo a chi dice che le camere a gas furono un’ invenzione.

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Mark Zuckerberg

In un’ intervista a Recode il patron di Facebook ha dichiarato infatti che «il social network difende il diritto degli utenti di sbagliare, anche quando si tratta di negare l’ Olocausto».

Capiamo che Fb sia diventata una fogna dove chiunque può riversare i suoi umori neri, però un conto è affermare che la Terra è piatta ed esistono le scie chimiche. Altro è pronunciarsi su una questione che ha toccato direttamente non le opinioni o le visioni del mondo, ma le vite di milioni di persone trucidate per il semplice fatto di essere ebree.

Negare che quello sia accaduto significa non solo fare un torto alla Verità, ma offendere la sensibilità, la memoria e quindi ferire la carne viva dei sopravvissuti, dei discendenti delle vittime, di un popolo, e oseremmo dire dell’intera umanità.

Non è un caso infatti che in alcuni Paesi, come Austria e Belgio, la negazione dell’ Olocausto sia considerata un reato, che in Germania sia punita con la reclusione fino a cinque anni, e in altri, come Israele, sia sanzionata la negazione di qualsiasi genocidio.

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Mark Zuckerberg Suddeutsche Zeitung

Dopo il liberi tutti di Zuckerberg, si rischia invece il paradosso per cui si potrà impunemente, cioè senza la rimozione del post, inneggiare allo sterminio su Fb, ma quella mancata censura sarà ragione di una possibile condanna penale.

Né vale il criterio di Zuckerberg, secondo cui l’ essenziale è che quelle idee sbagliate non vengano condivise e non si traducano in danni fisici alle persone. Perché è impossibile stabilire quanto una frase sia o meno un incitamento all’ odio e non generi poi un atto di violenza.

#deletefacebook 1Così come non basta porre una stretta sulla diffusione delle bufale, non mettendole in risalto nella homepage. Perché poi basterà un clic su quel profilo «maledetto» o la pura intenzione di sfidare le regole, per riprendere quell’ affermazione, farla circolare e darle credito.

Ché la bufala è come la calunnia, un venticello sottile che comincia a sussurrar, fino a diventare bufera.

MARK ZUCKERBERGL’ impressione è che Mark Zuckerberg sia un novello Frankenstein che ha prodotto un mostro di cui non riesce ad avere più il controllo.

Per carità, le intenzioni erano nobili – far comunicare le persone, eliminare le distanze – ma gli esiti sono stati l’ esatto inverso: dalla promozione dell’ amicizia globale si è generato solo odio. Riversato anche su chi, dalla storia, ne ha già subito troppo.

Articolo di Gianluca Venezianiper “Libero Quotidiano”

 

NASCERA’ UN SOCIAL ALTERNATIVO A FACEBOOK? – NEL FRATTEMPO TRA I VERTICI DEL COLOSSO DI PALO ALTO NASCE UNA FRONDA CONSERVATRICE: TROPPA SINISTRA  E NESSUN SPAZIO A IDEOLOGIE DIVERSE, SOSTIENE BRIAN AMERIGE, SENIOR INGEGNERE DELLA COMPAGNIA-

 

Scoppia la fronda conservatrice a Facebook, proprio mentre il presidente Trump accusa i social media di censurare i suoi sostenitori, e il figlio Don junior prospetta la possibilità di creare un social alternativo per dare voce a queste opinioni.

Martedì scorso il New York Times ha pubblicato un post inviato a tutti i colleghi da Brian Amerige, un ingegnere senior della compagnia fondata da Mark Zuckerberg, intitolato: «We Have a Problem With Political Diversity» («Abbiamo un problema con il pluralismo»).

BRIAN AMERIGE
Briam Amerige

Il testo in sostanza accusa Facebook di discriminare i conservatori: «Noi siamo una monocultura politica, che è intollerante verso i punti di vista differenti. Sosteniamo di accettare tutte le prospettive, ma siamo molto veloci ad attaccare – spesso aggredire – chiunque presenti una opinione che appare in opposizione all’ ideologia di sinistra».

Amerige continua accusando i colleghi di etichettare i dissidenti, intimidendo chi ha idee conservatrici: «Tutti sanno che la pretesa di “apertura verso le prospettive differenti” non si applica alle cause di giustizia sociale, immigrazione, diversità, ed eguaglianza.

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Peter Thiel

Su questi temi, o stai zitto, oppure sacrifichi la tua reputazione e la tua carriera». Quindi seguono alcuni esempi, come le pressioni per escludere il sostenitore di Trump Peter Thiel dal consiglio di amministrazione, o l’ allontanamento del fondatore di Oculus Palmer Luckey, accusato di aver finanziato spot contro Hillary Clinton.

Amerige scrive che questo atteggiamento non è accettabile «non solo per la nostra cultura interna, ma per la nostra sostenibilità come compagnia». Perché il mondo si aspetta da Facebook di essere una piattaforma imparziale, ma il Congresso, il presidente, e peggio ancora il pubblico «fuori dalle nostre mura» comincia a dubitarne.

TRUMP ZUCKERBERGL’ autore del post conclude dicendo che non sa come risolvere il problema, ma ritiene sia utile parlarne apertamente. Perciò ha creato un gruppo chiamato «FB’ ers for Political Diversity» («Utenti Fb per il pluralismo»), in cui è possibile discutere ogni idea, a condizione di non lanciare mai attacchi personali.

Al momento il gruppo ha attirato circa 100 membri, che sono una goccia rispetto agli oltre 25.000 dipendenti di Menlo Park, però ha sollevato un problema cruciale in un momento molto difficile. Due giorni fa, infatti, Trump ha accusato Facebook, Google e Twitter di censurare le opinioni dei conservatori, e ieri suo figlio Don junior ha detto al sito Axios che il padre potrebbe favorire la creazione di un social media alternativo per dare voce ai suoi sostenitori.

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Donald Trump junior

Don vorrebbe che qualche conservatore della Silicon Valley lo costruisse, e poi lui lo appoggerebbe, perché potrebbe diventare la piattaforma da cui lanciare la campagna presidenziale del 2020. Considerando che Trump su Twitter ha oltre 54 milioni di seguaci, se solo riuscisse a trasferirli tutti sul nuovo social gli garantirebbe la sopravvivenza. Diventerebbe la Fox tv della comunicazione digitale, in altre parole.

Il problema è serio per vari motivi. Il primo è che mercoledì al Congresso è in programma proprio l’ audizione di alcuni colossi digitali, incluso Facebook che sarà rappresentato da Sheryl Sandberg, per discutere l’ influenza sulle elezioni.

Zuckerberg ha sempre sostenuto che la sua piattaforma vuole restare uno strumento neutrale per dare voce a tutti, ma il caso delle interferenze russe lo ha costretto a bloccare decine di utenti: Trump forse la considera censura dei suoi sostenitori, ma per l’ intelligence Usa era una misura necessaria a contrastare l’ aggressione di una potenza straniera ostile.

La valanga della fake news, poi, pone anche il problema etico di vietare le notizie false, che possono avere effetti pericolosi non solo per la politica. Infine sarà anche vero che a Menlo Park prevale la cultura progressista, ma ciò avviene anche perché l’ apertura mentale e la diversità etnica sono state chiavi essenziali del suo successo. Un rompicapo difficile da risolvere, conciliandolo naturalmente con l’ obbligo di dare voce a tutte le opinioni.

Articolo di Paolo Mastrolilli per “la Stampa”

 

 

 

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