Fonni, by Mario Mirto (seconda parte)

Stemma di Fonni
Stemma di Fonni

“Fonni quel bizzarro paese adagiato sulla cima di un monte come un’avvoltoio in riposo …D’inverno il paese era quasi deserto, perché i numerosi pastori nomadi che lo popolavano (uomini forti come il vento e astuti come volpi) scendevano con le greggi nelle tiepide pianure meridionali; ma durante il bel tempo un bizzarro viavai di cavalli, di cani, di pastori vecchi e giovani animava le straducole…”

(GRAZIA DELEDDA)

 

 

 

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In questa piccola piazza, incorniciata da uno splendido murale, raffigurante la processione di S.Giovanni Battista,  si svolge la rievocazione degli antichi mestieri dei fonnesi, con protagonisti semplici paesani e sopratutto donne del luogo, vestite nei classici colorati costumi, mentre gli uomini portano rigorosamente abiti neri con sa berrita in testa.Le anziane vestono tutte allo stesso modo, con la lunga gonna nera gonfia e pieghettata, camicia e scialle entrambi scuri e scarpette nere con leggero tacco. A “palcoscenico “allestito i mestieranti arrivavano alla spicciolata, accudendo ognuno il proprio laboratorio. I rumori, i suoni, i profumi che ben presto riempiono il paese danno la sensazione di un tuffo nel passato, quando veramente il borgo era isolato della natura e separato per scelta orgogliosa di autosufficienza.

 

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Le pecore ed i loro prodotti, i suini e derivati, il grano erano le colonne portanti del sostentamento della comunità. Il pesce era quasi totalmente sconosciuto ed intere generazioni, pur vivendo in un’ isola, non avevano mai visto il mare. Il grano duro, macinato spessissimo in casa o, in presenza di grandi quantità, lavorato nei mulini ad acqua, produceva diversi tipi di farine ideali per produrre pane, dolci e pasta, cotti in casa nei forni a legna da espertissime mani femminili. Il ruolo della donna nell’economia domestica era essenziale. Su di lei si riversava gran parte del peso della famiglia e dell’educazione dei figli. In cambio, la donna era veramente la regina della casa e la sua autorità matriarcale era indiscussa, anche dal marito, spesso assente, anche per lunghi periodi, per accudire le greggi e seguire le transumanze.

 

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Il latte messo in un grande paiolo di rame stagnato all’interno, viene portato ad una temperatura ben precisa, che il casaro intuisce per consumato mestiere, poi si aggiunge il caglio  e dopo poco il latte inizia ad aggrumarsi, il grumo viene mescolato e frantumato, ogni tanto il casaro entra con una mano nel paiolo e quando capisce che è della giusta consistenza estrae grossi pani di formaggio che depone nelle forme, ora di plastica, ma una volta di legno o di giunchi intrecciati, perché asciughi.

 

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Con la farina di semola di grano duro qualcuno si fa ancora la pasta in casa. Una volta essiccata dura molto tempo, ma i più oramai la comprano. Le donne preparavano diversi formati di pasta, ma il più noto e caratteristico in tutta l’isola è il gnocchetto sardo, che oggi viene preparato in collaborazione con altre donne, come in una catena di montaggio dove ognuna ha il suo ruolo specifico.La pasta viene lavorata a rotoli lunghi e sottili quanto un dito mignolo, tagliato a pezzettini che vengono strisciati ad uno ad uno su un setaccio, facendo loro assumere la caratteristica forma scavata e zigrinata per meglio raccogliere il condimento.

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Nonostante la vita sia stata sempre molto dura in questi territori montani e impervi, nelle famiglie, anche le più povere, non mancavano mai i dolci, nella preparazione dei quali le donne sarde erano fantasiose e bravissime, sempre utilizzando i prodotti del territorio, pasta, uova, ricotta, mandorle, miele, uva passa,  mosto d’uva ed altri aromi naturali, che poi decoravano con grande maestria.Tuttora i dolcetti sardi sono rinomati per la loro bontà.

 

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Altra pasta tipica sarda è la fregola, piuttosto veloce da preparare e poi saporitissima da gustare in piatti famosi come la fregola con le arselle (prelibate vongole veraci allevate negli stagni e lagune sparsi un po’ in tutta l’isola). In una terrina di terracotta si mescola con maestria semola e un po’ d’acqua (in alcune località si aggiunge anche un po’ d’uovo sbattuto per legare meglio l’impasto), fino al formarsi di minuscole palline che poi vengono essiccate e passate in forno per una leggera tostatura, dopodiché si possono usare con le minestre oppure come se fossero riso.

 

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