I miti non possono steccare

Il quartetto negli anni d'oro del rock
I Beatles negli anni d’oro del rock

Il Mito è un morto vivente, ma non lo sa. Quando lo sa, sparisce, lascia foto e ricordi, uno stuolo di biografi ne alimentano il mito. Il Mito sa di non avere una biografia, ma un destino, e il destino, come diceva Walt Whitman, non può essere narrato, ma cantato. Allora, se ancora in vita, il Mito sparisce, perché sa di essere oramai un dettaglio, rifiutato dalla potente sintesi che il mito fa, oramai oggetto e non soggetto, patronimico scritto con la minuscola.

Queste cose nessuno le ha dette a Paul McCartney, l’unico dei Beatles ancora in circolazione. Oramai settantenne, si è presentato alla cerimonia di apertura delle olimpiadi londinesi, steccando dolorosamente.

Non hanno ancora inventato il botulino per le corde vocali e su twitter una fans disparata implora: per favore, ritirati!

Ottimo consiglio, ogni apparizione, magari magistrale e addolcita dai rimpianti fra palco e platea, non può aggiungere nulla, anzi sicuramente sottrae. E’ quanto è successo in questi giorni, sotto il cielo innaffiato di Barolo, per il Menestrello americano della seconda metà del 900, Bob Dylan; chi c’è stato non lo ha riconosciuto. Difetto di chi assisteva o dell’assistito?

Il mito non tollera aggettivi diminutivi, non tollera nemmeno aggettivi. Il mito ti vuole morto, perché sui morti si ricama meglio e le vaste pianure del tempo sono le praterie dei scrittori di polso e dei baritoni, per dirla gaddianamente (Carlo Emilio Gadda, non Mahatma Ghandi).

Il Mito, se ancora vivente,  c’è senza esserci,  amministra senza fare, asseconda nascondendosi.

Così da avvantaggiarsene fin che sta in mezzo a noi, non essendo interessato a quel al di là dove il mito già l’ha collocato. Magari un disco ogni tanto, un libro giovanile uscito da un baule, una registrazione creduta perduta, tutte cose queste assai corroboranti, e perciò redditizie per il Mito e per il mito.

Gli esempi non mancano, pensate a quella furbona di Mina che dal suo lago svizzero ogni tanto gorgheggia; i suoi articoli sulla Stampa ogni sabato sembravano dei necrologi, poverella non per colpa sua, ma per dato oggettivo. Per sollevare le vendite del giornale, il direttore non poteva che chiudere la mitologica rubrica, pur essendo di sicuro persona devota al Mito (non sto parlando dell’automobile della Fiat).

Pensate a quanto sarebbe utile se il vero senso del mito potesse prendere il sopravvento, entrare nella cultura delle masse, materialisticamente dialettiche, ispirare le classi dirigenti, dialetticamente ammassate o ammucchiate.

Pensate ai politici, a quelli che da trenta anni siedono ininterrottamente in Parlamento e ingombrano le reti televisive: eroici ed indefessi, Miti viventi, appunto.

Potessero sparire,  non esserci per essere nel mito, ritirati, non più al governo, ma solo evocati come i santi, illuminati, dopo tante tenebre, solo dai lumini dei tabernacoli o delle edicole.

In un solo colpo risolto il problema del ricambio generazionale. Ammàzzatelo! … la forza del mito!

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