Il ceppo del prugnolo

prugnoloAlcuni giorni fa nel giardino di V…. ho estratto il ceppo di un vecchio prugnolo.

Man mano che ne scoprivo le radici, districando e mozzando, fino al fittone più profondo, man mano che ne saggiavo la tenacia o sentivo il secco gemito del legno spaccarsi sotto i cunei, mi rendevo conto che le radici sono la parte che più ci dice di un albero. Più delle foglie, più dei rami; non c’è nulla di occasionale o superfluo nelle radici. Così come nelle radici si concentra emblematicamente la forza oscura, l’istinto vitale della natura.

Un parallelo lo possiamo vedere nel nostro modo di vedere la vita, di cui guardiamo spesso le foglie, ma non intuiamo le radici.

Le radici sono, ovviamente, le cose più intime e personali, che, appunto, non si vedono, ma condizionano la nostra vita.

Ecco perché oggi voglio affrontare un tema strettamente personale. Occuparsi sempre di temi generali, parlare sempre degli altri, anche se negli altri ci siamo anche noi, alla lunga diventa un esercizio di dialettica più che di riflessione.

Molte delle cose su cui riflettiamo, su cui prendiamo posizione hanno una radice autobiografica, che va scoperta, portata alla luce.

La mia radice più profonda credo sia una interiorità che tende a soffocare l’espressione autentica e liberatoria dei sentimenti.

Non è solo quello che comunemente si chiama “pudore dei sentimenti”; è una diversa inibizione, un vuoto più che una inerzia.

Questo vuoto non ha inaridito l’animo, che però ne ha sofferto di ricchezza e di profondità. Insomma, per proseguire nell’allegoria: è cresciuto un albero ricco di radici, abbastanza equilibrato e robusto, ma con poca ramificazione, troppe poche foglie per essere maestoso.

Dove rintracciare gli antecedenti di tale vuoto?

Rifletto su mio padre e mia madre: lui taciturno, asciutto, una visione rassegnata di s’è e disillusa della vita. Poche idee fisse, e l’eterno rimpianto del ritorno. Ma su di lui, su di noi in quegli anni a Torino, adolescenti, ho già scritto nel poema: Discorso con Giggino attorno alla speranza.

Mia madre, esemplare casalinga, ma di sentimenti effervescenti, donna buona ma dalle collere implacabili. Un affetto sicuro, il suo, verso i figli, ma sbrigativo, che si realizzava nei gesti, non sempre misurati o profondi. Un affetto tenace, ma senza visione, perché pure gli affetti implicano un disegno, una ambizione.

Non è una critica per due persone che non poterono scrollarsi di dosso una vita travagliata, come per molti di quella loro generazione. Il mio è un ragionamento rivolto a capire, nella consapevole appartenenza al problema.

Un lessico dei sentimenti, seppure è esistito, non è stato mai declinato, in casa mia.

Eravamo chiusi nei nostri ruoli, che interpretavamo con impegno e serietà, ma ognuno un po’ per conto suo.

Un desco, attorno al quale consumare attese e speranze, è esistito, con momenti di calda solidarietà, addirittura di abnegazione, ma ognuno coltivando le sue attese e le sue speranze.

In fondo, non ho mai capito se miei mi conobbero in sugli anni giovanili, poi la lontananza, il divario generazionale e culturale, hanno allontanate le strade e fatto il resto. Mi sono sentito (forse considerato) un ramo diverso, come se fossi cresciuto su un tronco non mio.

O, almeno, su un tronco le cui radici correvano fragili in superficie, facile preda dei venti. E, in questo caso, meno rami o foglie si hanno, più si resiste.

 

 

 

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