IL DISCREDITO E LA PAURA

 

UN ANTICO MESTIERE CHE VA RIPENSATO: IL MEDICO- PROGRESSI DELLA SCIENZA E ETICA PONGONO DILEMMI AI QUALI IL MEDICO, SE LASCIATO SOLO, NON PUO’ PIU’ DARE RISPOSTA- LE CONSIDERAZIONI AL RIGUARDO DI UN NOTO NEONATOLOGO

 

 

Il bimbo morto per l’aggravamento di una otite curata con farmaci omeopatici; la povera creatura che, a Torino, è morta, buttata dalla madre appena nata in strada, come nemmeno più si fa con i rifiuti domestici; infine, la perdurante, astiosa, polemica sui vaccini. Di fronte a tutto ciò verrebbe da chiedersi d’impeto se l’emergenza sanità non sia solo quella di paesi dove il SSN è sconosciuto, ma, anche se in forme diverse, nel nostro Paese. Le vicende sopra ricordate e offerte dalla cronaca sono fra loro diverse, ma per un medico hanno qualcosa in comune. Sta forse nella responsabilità di chi si occupa della salute? Nel discredito verso la medicina ufficiale? Nella mancata informazione da parte del SSN di cosa si può fare nel caso di nascite non desiderate?

Veduta del complesso ospedaliero Meyer di Firenze

Sì, anche, ma non sono queste cose il cuore del problema, se ne ragioniamo, come dovremmo, in termini generali e non solo sanitari. Abbiamo in Italia un sistema di cura fra i più avanzati al mondo, ma da solo non basta. L’enorme domanda, sempre più spesso impropria, rivolta verso la sanità, non può che generare aspettative inevitabilmente frustranti e cocenti delusioni. Il medico, suo malgrado, si trova ad essere come quell’apprendista stregone che perde il controllo della sua scienza. Il fatto è che la gente non vuole solo la cura delle malattie, vuole qualcosa di più e di diverso. Qui sta il problema. La gente vuole “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità.” E’ la definizione di salute data dall’OMS nel 1946. Già da allora, i limiti di un discorso intorno alla sanità come sistema a garanzia della qualità della vita erano evidenti, oggi sono conclamati. Ma si fa fatica a capirlo e a trarne le dovute conseguenze. Che sono organizzative e finanziarie, ma soprattutto culturali, visto che si parla di aspettative, di modi di essere. La domanda diventa dunque: come garantire il benessere in un mondo globalizzato, in cui i fondamentali parametri socio-economici sono saltati? In cui precarietà e fragilità sono le nuove stigmate? Il benessere non lo garantisce il medico da solo, bisogna trovare risposte su un set di competenze fra di loro integrate in maniera efficace e efficiente. Questa possibilità ancora non è data. Da questa discrasia nasce il giudizio negativo, certo sommario ed ingiusto, ma oramai radicato in strati significativi della popolazione, verso il SSN. L’insoddisfazione crescente lascia spazio ad atteggiamenti coerenti, pur nella loro irrazionalità: rifiuto preconcetto delle cure scientificamente provate; largo alle pratiche alternative e ai santoni che le praticano; via libera al fai da te retto sul passa parola. Cosa fare in questo scenario? Aspettare che il dilagare di malattie debellate da decenni tornino a fare vittime? Insegnare ai futuri medici le pratiche sciamaniche e le tecniche illusionistiche? Avvallare l’assoluta indifferenza verso il diritto alla vita e il rispetto della dignità della morte? Domande che interrogano la coscienza di ognuno di noi, perché tutti siamo o saremo chiamati in causa, prima o poi. Un’epoca di passaggio come l’attuale, per definizione, è un’epoca di scissione fra le vecchie idee del mondo e gli eventi che preparano quello nuovo. La cosa peggiore, in questo caso, è stare con le mani in mano, ma peggio ancora muoversi scomporsi, facendo solo confusione. Promuovere e partecipare alla discussione su questi temi, da parte degli ordini professionali, del mondo della associazioni, delle fondazioni private e istituzioni pubbliche, è necessario, anzi doveroso. Anche una politica di piccoli passi può portare lontano, se orientata da princìpi condivisi e ispirata al bene comune. Dato che è un medico chi scrive, permettetemi di ricordarvi in chiusura quell’aforisma di Alexis de Torqueville:”quando il cittadino è passivo è la democrazia che si ammala”.

Per gentile concessione di Gianpaolo Donzelli.

L’autore è professore ordinario di pediatria scuola di medicina Università di Firenze, presidente Fondazione Meyer onlus, direttore scientifico Eunomia Sanità, membro del comitato di bioetica Società Italiana Pediatria, opinionista di La Repubblica di Firenze e poeta.

 

 

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