Il figliol prodigo

 

Figliol prodigo
Figliol prodigo

Nella discussione che occupa la prima pagina dei giornali sul tema della c.d. “antipolitica”, in particolare riferita alle uscite polemiche del comico Grillo e alla sua rete Cinque Stelle, si è inserito oggi il Capo dello Stato per invitare i partiti a reagire con le necessarie riforme.

Proprio oggi ho per le mani gli scritti di Giorgio de Chirico, fra i massimi pittori del ‘900 e inventore della pittura metafisica.

Uno dei temi ricorrenti delle sue tele è quello del figliol prodigo, l’altro la partenza degli Argonauti.

Ebbene, a me sembra che il rapporto fra politica e anti politica abbia le stesse dimensioni edipiche del rapporto fra padre degenere e figlio.

La lamentazione dei partiti rappresentati in parlamento e dei “professionisti” della politica (in cui può essere raggruppata pressoché tutta la gerontocrazia parlamentare italiana), è di chi riconosce nell’altro, avvertito come ostile, la proiezione di se stesso, o meglio, della parte peggiore di se stesso, che possiamo riassumere nel termine partitocrazia.

Partitocrazia e antipolitica sono due modi per indicare la stessa malattia, se chiamiamo partitocrazia la degenerazione del sistema attraverso cui il popolo partecipa alla vita pubblica ed esercita il diritto di esprime i propri rappresentanti. L’antipolitica nasce come reazione immunitaria del sistema parlamentare a tale degenerazione, che in definitiva impedisce il necessario afflusso dell’ossigeno democratico.

Quindi non è l’antipolitica che deve essere criticata, ma ciò che la genera. L’antipolitica non è mai una medicina, proprio come non può esserlo un sintomo.

Tutti, anche i più incazzati, sono consapevoli che l’antipolitica, come parte peggiore, attrae come può attrarre il peccato, ma essa non è il punto di attracco per un nuovo viaggio verso il “vello d’oro”. E dunque?

Oggi si avverte che tra le due polarità, apparentemente diverse, è una lotta corpo a corpo in cui è difficile individuare la parte malata da quella sana. La capacità dei partiti di emendarsi (direi redimersi) è fortemente compromessa proprio perché è impossibile separare la parte malata in un corpo considerato (dai più) inguaribile.

Lottare contro l’antipolitica è lottare contro se stessi, contro ciò che si è generato, un vero non sense da cui si può uscire solo ritrovando la propria missione smarrita, come appunto un figlio che ritorna al padre riabilitatosi dal peccato. Come ogni guarigione il primo atto è riconoscere il male, senza imprecare alle stelle o al malocchio, o agli untori demagoghi. Poi, accettare la medicina, anche la più amara!

I partiti possono farlo perché la loro funzione non è esaurita, anzi, la società civile non è un meccanismo idoneo alla selezione delle classe dirigente, né la sintesi di ciò che è giusto e opportuno fare può avvenire senza la dialettica istituzionale in cui i partiti restano centrali.

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