IL SORRISO DEL BUDDHA

 

IL SORRISO DEL BUDDA. Con ventuno opere lignee, dipinte e talvolta con rifiniture in bronzo, si è aperta venerdì scorso e proseguirà fino al 4 settembre, presso le Scuderie del Quirinale a Roma, l’esposizione dei capolavori della scultura buddhista giapponese. Evento tra i più importanti fra quelli programmati per celebrare l’anniversario dei 150 anni delle relazioni tra Italia e Giappone.

 

Il curatore della mostra Takeo Oku ha dichiarato: “gli osservatori occidentali di fronte ai capolavori della scultura buddhista giapponese ne rimarranno affascinati. Anche chi non avesse gli strumenti per comprendere la manifestazione di fede insita in ogni statua potrà giudicarle con criteri estetici. L’arte è un linguaggio universale». Nella scelta delle opere Oku ha preferito sculture che esprimessero scuole di buddhismo e insegnamenti differenti per rappresentare la storia, la cultura e la spiritualità del Giappone, evitando gli aspetti grotteschi o mostruosi.

Con l’occasione offro alla lettura due interessanti articoli: il primo è a firma Franco Marcoaldi per “la Repubblica”; il secondo un estratto dal pezzo di Laura Bianconi, appena uscito per L’Opinione.

 

 

Se conoscere è sempre, in qualche modo, ri-conoscere, il visitatore curioso e appassionato ma privo delle coordinate necessarie per affrontare il labirinto politico-culturale ed artistico-religioso giapponese lungo una storia ultramillenaria, rimarrà felicemente smarrito visitando la mostra alle Scuderie del Quirinale sui “Capolavori della scultura buddhista giapponese”.

Shori
Shòri no Uonari gigaku- lacca secca, periodo Nara, 752

Non a caso il tema dello straniamento è al centro degli scritti sia di Francesco Lizzani che di Claudio Strinati presenti in catalogo. Il primo ci rammenta come nell’arte sino-giapponese la «forma non sublima la materia» ma è piuttosto «energia che si fa forma e materia» – offrendoci peraltro anche possibili e fascinosi parallelismi tra alcune sculture di questa tradizione e il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca o la tarda Maddalena lignea di Donatello.

Il secondo ci invita senza esitazioni a un abbandono immediato e spontaneo alla visione, assicurandoci che indipendentemente dalle poche o tante cognizioni culturali sul buddhismo statuario giapponese, l’incontro con la bellezza assoluta è comunque assicurato.

Entrambi hanno ragione. Certo, non guasterà sapere almeno che il buddhismo arriva in Giappone dalla Cina e dalla Corea attorno al VI secolo, fondendosi progressivamente, grazie alla sua conclamata elasticità, con il non meno elastico shintoismo autoctono. Così come sarà bene sapere che l’intervallo storico ricoperto dalla mostra va dal VII al XIII secolo (quindi dal periodo Asuka al periodo Kamakura) e che gran parte delle sculture sono lignee, quindi scolpite nel materiale che meglio di altri incarna uno dei pilastri della cultura buddhista: la costitutiva impermanenza delle cose.

kiei
Kiei, maschera gigaku, legno, periodo Nara, 752

Dopodiché, però, deve prevalere l’esperienza: pura e semplice. E l’immaginazione può e deve cominciare a galoppare, beandosi delle meraviglie che i nostri occhi incroceranno guardando statue per la prima volta esposte in Italia, e di fatto sconosciute nell’intero Occidente, anche per via del loro “insediamento templare” nella nazione d’origine. I funzionari, i monaci e i guerrieri che si succedono, improntati per lo più al massimo realismo, ci offrono un vero e proprio teatro delle passioni umane, quanto mai ampio e variegato.

I loro volti sono via via irosi, corrucciati, miti, pensosi, severi, beffardi. Finché non entrano in scena divinità e bodhisattva (ovvero quanti cercano l’illuminazione) e allora sì precipitiamo nel pieno dell’enigma buddhista – in virtù di quella impenetrabile serenità compassionevole, di quei sorrisi ieratici e metafisici, che tanto affascinano chi abbia avvicinato anche solo di sfuggita il pensiero del Buddha.

Adesso l’aspetto culturale riprende decisamente il sopravvento. E, volendo, ci si può pure costruire un itinerario personale, magari andando in cerca di alcune parole chiave del vocabolario buddhista, qui restituite con inarrivabile potenza plastica. Si comincia con il concetto di “vuoto” (stellarmente distante dall’occidentale “nulla”) di cui dà conto Vimalakirti Nirdesa, uno dei discepoli di Sakyamuni, celebre per la sua eloquenza, qui raffigurato seduto in una spettacolare statua di legno dipinto dell’VIII secolo. A chi lo incalzava con domande continue sull’idea di vuoto, Vimalakirti ripose con un silenzio assoluto, definitivo – perfettamente restituito dalla ferma postura del corpo e da uno sguardo perentorio.

sovrano celeste
Sovrano celeste, periodo Heian, X sec. legno dipinto

La seconda statua del nostro personale itinerario, invece, è Kannon a undici teste, risalente all’VIII secolo, una delle prime immagini del buddhismo esoterico. Ricavata da un unico blocco di legno di sandalo, presenta una figura in piedi, drappeggiata, con dieci piccole teste sopra a quella principale, che ci invita a riflettere sulla peculiare idea buddhista di identità.

In quella tradizione è impensabile l’Io per come noi lo conosciamo. Il Buddha attacca frontalmente tale concetto, su cui l’Occidente ha edificato gran parte delle sue fortune e delle sue disgrazie, spogliandolo della sua corazza e svelandone le reali fattezze di aggregato passeggero, di fascio di pensieri privi di natura propria. Tanto da far dire a Lafcadio Hearn: «Io un individuo? Un’anima individuale? No, io sono un popolo».

Appunto: non una, ma almeno undici teste per un solo corpo. C’è infine una terza statua che si collega strettamente alla seconda in questo immaginoso tragitto. È dell’XI secolo e raffigura un Bodhisattva su nuvola. La tonsura, l’abito da monaco, il drappeggio quanto mai mosso e la nuvola sottostante, rappresentano altrettanti fattori di dinamismo, ma anche di un’ipotetica svaporazione dell’Io verso un possibile “nirvana” – fine di ogni attaccamento.

Mere fantasie? Ipertrofie interpretative a fronte di statue che vorrebbero farsi ammirare solo per la loro stupefacente bellezza? Probabilmente sì. Ma come si è detto in precedenza questa mostra spinge naturalmente all’esercizio dell’immaginazione, nel tentativo di trattenere in un’unica esperienza l’aspetto estetico, mentale e spirituale offerto dalla visione di sculture che rimarranno a lungo nei nostri occhi e nel nostro cuore.

Franco Marcoaldi per “la Repubblica

 

inken
Inken (attr.) Shake Nyorai, periodo Kamakura, XII sec. legno dipinto

….. Già nel XIV secolo i monaci busshi erano in grado di produrre delle opere, delle lavorazioni a noi sconosciute in quel periodo storico, di fine fattura e rara bellezza, che solo oggi, per la prima volta, riceviamo in Italia. Degli autentici capolavori con forte connotazione simbolica. Un percorso scultoreo che ci permette di cogliere, limpidamente, l’avvicendarsi delle contaminazioni: indiane, cinesi, shintoiste che, evidenziando la sensibilità artistica e religiosa del buddhismo giapponese, s’inseriscono in un arco temporale che va dal periodo Asuka, contraddistinto da un forte espressionismo (dal 538 al 710 ), prosegue con il periodo Nara (dal 710 al 794) e continua con il periodo Heian (dal 794 al 1185) fino al periodo Kamakura (dal 1185 al 1333) caratterizzato da un realismo che vede nell’essenzialità delle forme la sua sublimazione. Particolarmente interessanti sono le sculture di quest’ ultimo periodo in esposizione.

Nell’allestimento della mostra è chiaramente visibile l’evoluzione dalle prime opere, con lo scorrere del tempo anche la scultura fluisce, i drappeggi diventano sempre più ricchi ed allo stesso tempo più eleganti e lineari. Delizioso il “Bodhisattva su nuvola”, con la tonsura, l’abito da monaco, il volto paccuto e gli ampi panneggi delle vesti del tardo heian. Quest’opera è particolarmente rappresentativa del livello raggiunto dalla bottega di Jocho, con l’utilizzo di più tecniche. La tecnica yosegi, elaborata attraverso un manufatto composto da varie, piccole, parti di sculture in legno, creando un lavoro composto in più blocchi. Jocho elaborò anche la tecnica warihagi, che consiste nel tagliare il blocco di legno durante la lavorazione, per poi scavarne l’interno ed apportare i necessari aggiustamenti. Il suo stile si diffuse nella definizione delle sculture giapponesi nei successivi 150 anni e, grazie a queste tecniche, iniziò una diffusione seriale. E ancora, sempre grazie a queste tecniche, si è potuta sviluppare una peculiarità non irrilevante: la presenza all’interno di ogni scultura di una reliquia del personaggio rappresentato.

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Tamonten (Vaisravana) periodo Henian, XII sec. legno dipinto

Bellissimi, il “Monaco”, che sembra guardare con interesse i visitatori, con il suo occhio sinistro lievemente più aperto del destro e il “NyoirinKannon”, con le sue sei braccia ed il volto , assorto in meditazione, poggiato sul palmo della mano destra, che a dire dei sutra, sembra accorra per salvare i fedeli non appena senta invocare il suo nome. I “Dodici generali divini” proteggono i fedeli vigilando su ciascuna delle dodici parti del giorno ed ognuno porta sulla fronte l’emblema dell’animale che rappresenta la propria ora. In queste sculture è apprezzabile l’enfasi espressiva ed il formalismo nella sottolineatura delle pieghe che sventolano in assenza di coordinazione con il movimento del corpo in rapporto disarmonico con gli arti.

A chiusura di questo percorso, un video di una decina di minuti, illustra le preziose sculture conservate nel tempio di Sanjusangen-do di Kyoto.

Questa mostra, in conclusione, offre anche la possibilità di riflettere sulla modernità di opere, che pur prodotte lontano nel tempo, continuano a suscitare molteplici sensazioni in chi ha l’occasione di ammirarle, a dimostrazione della loro perenne attualità.

Laura Bianconi, per L’Opinione.

 

 

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