IL TEATRO DEL BURATTINAIO

IL TEATRO FRA VITA E MORTE DI PHILIP ROTH– LA VITA TRASFORMATA IN FEROCE OSSESSIONE, L’EROTISMO PERVERSO IN MEZZO DI ESPIAZIONE- QUANDO L’UNICO DIALOGO POSSIBILE E’ CON I MORTI. 

Philip Roth, forse il migliore fra gli scrittori americani oggi, nel 2012 ha annunciato che non avrebbe più scritto una riga. Un atto di onestà più che di impotenza. L’eterno ritorno del medesimo romanzo, in cui cambia solo la copertina e viene dissimulato a stento il solito titolo, non è nelle corde di Roth, il quale ha detto: “scrivere è avere sempre torto”. Roth ha già detto e scritto molto, e ci vorrebbe una seconda vita, esaurita o quasi la presente, dato il carattere claustrofobicamente autobiografico del suo narrare. L’idea della morte, del decadimento e dell’impotenza verso il dissolvimento finale è perennemente presente nei suoi romanzi, spesso con toni rassegnati o ironico fatalismo, più spesso con rabbiosa insofferenza o sorda ribellione. La descrizione di un funerale è nell’esordio di Everyman. Il teatro di Sabbath sembra topograficamente girare come un moscone impazzito attorno al cimitero dov’è sepolta Drenka, una che a letto era memorabile. Pastorale americana ha come presupposto la morte del suo protagonista Seymour, del quale viene ricostruita la vita. Il Teatro di Sabbath si chiude con questa dissacrante epitaffio: Morris Sabbath / “Mickey” / Amato Puttaniere, Seduttore, / Sodomizzatore e Sfruttatore di Donne, / Distruttore della Morale, Corruttore della Gioventù / Uxoricida / Suicida / 1929 – 1994»

Nel pezzo che voglio riproporvi, tratto appunto da Il teatro di Sabbath, la morte diventa assenza, vuoto incolmabile, eppure dotata di una disperata, assoluta capacità, di sconvolgere la vita ordinaria, banale, attraversata da manie, idiosincrasie, tic, eccessi, morosità sessuali che tutti i personaggi di Roth si portano appiccicati addosso.

Altro topos rothiano è il confronto del protagonista con un essere perfetto, più bello o migliore, da imitare piuttosto che da invidiare. Nel brano è Morty, fratello di Michey, cioè lo stesso Sabbath. L’edizione è quella Mondadori 1996, nella traduzione di Stefania Bertola.

Philip Roth nel 1984

 

“ Poi Morty andò in guerra, e tutto quanto cambiò. Avevano sempre fatto tutto insieme, la famiglia unità. Non si erano mai separati. Non erano mai stati così poveri da dove affittare la casa durante l’estate, come facevano la metà delle famiglie che vivevano altrettanto vicine alla spiaggia, ma erano comunque una famiglia povera, secondo gli standard americani, e nessuno di loro se ne era andato da nessuna parte. Ma adesso Morty se n’era andato, e per la prima volta in vita sua Michey aveva dormito da solo nella loro cameretta…

Morty aveva una brutta carnagione e non era particolarmente bello, né particolarmente bravo a scuola- appena sufficiente, fra B e C in tutte le materie meno che in ginnastica e il lavoro manuale- e non aveva nemmeno un grande successo con le ragazze, eppure tutti sapevano che con la sua forza fisica e il suo carattere deciso sarebbe stato in grado di affrontare e superare tutte le difficoltà della vita. Alle superiori era entrato a far parte dell’orchestrina scolastica come clarinettista. Era un grande atleta. Uno splendido nuotatore. Aiutava il padre sul lavoro. E aiutava la madre in casa. Era bravissimo ad usare le mani, ma del resto tutti loro lo erano: la delicatezza e la forza di suo padre con le uova, la precisa abilità di sua madre nel rassettare la casa: quella maestria digitale dei Sabbath che un giorno anche Michey avrebbe mostrato al mondo [il burattinaio come mestiere, n.d.r.] Avevano la libertà nella mani. Morty sapeva riparare qualsiasi cosa, era idraulico, elettricista, tutto. Dallo a Morty, diceva sempre la mamma, che lui lo aggiusta. E non esagerava quando affermava che in tutta la scuola non esisteva un altro fratello maggiore gentile come lui. Era entrato in aeronautica a diciott’anni, un ragazzino appena uscito dalle scuole superiori di Asbery, piuttosto di aspettare di essere chiamato. Si era arruolato a diciotto anni ed era morto a venti. Abbattuto nel cielo delle Filippine il 12 dicembre 1944.

Philip Roth (1933)

Per quasi un anno la madre di Sabbath non si alzò dal letto. Non poteva. Nessuno mai disse più di lei che aveva un paio d’occhi sulla nuca. A volte si comportava come se gli occhi non li avesse neanche sul davanti, e, per quel che poteva ricordare quel figlio sopravvissuto mentre ansava e inghiottiva come se volesse prosciugare Drenka [il brano è un’intercalare di un scena erotica fra Sabbath e Drenka, la sua amante, n.d.r.], nessuno l’aveva mai più sentita fischiettare la sua sigla personale. Adesso la casetta lungo il mare era silenziosa quando lui tornava a casa da scuola e, finchè non entrava, non riusciva neanche a capire se sua madre fosse in casa o no. Niente torta al miele, niente pane con i datteri e le noci, niente sformati: tornando da scuola non trovava più niente a cuocere in forno. Quando il tempo era bello, la mamma se ne stava seduta sul lungomare e guardava la spiaggia dove un tempo era solita correre con i suoi bambini per comprare il pesce direttamente dai pescatori e pagarlo la metà di quel che costava al negozio. Dopo la guerra, quando tutti tornarono a casa, lei andava lì a parlare con Morty. Col passare degli anni, gli parlava sempre più spesso, e nella casa di riposo di Long Branch dove Sabbath dovette metterla a novant’anni, parlava soltanto con Morty. Non aveva idea di chi fosse Sabbath, quando lui si faceva quattro ore e mezzo di macchina per andarla a trovare, nei due anni di vita che le rimasero. Non riconosceva più il suo figliolo vivente. Ma tutto era cominciato già nel 1944.

E adesso Sabbath parlava con lei. E questo non se lo sarebbe mai aspettato. A suo padre, che non aveva mai abbandonato Michey, nonostante la sofferenza per la perdita di Morty, che lo aveva sempre sostenuto visceralmente, anche quando la vita di quel figlio era diventata incomprensibile per lui, ad esempio quando si era imbarcato appena finite le superiori, o quando aveva cominciato a fare spettacoli di burattini per le strade di New York, al suo defunto padre, un uomo semplice e ignorante che, a differenza della moglie, era nato in Europa ed era venuto in America tutto solo a tredici anni e , nel giro di sette anni, aveva guadagnato abbastanza da mandare a chiamare i genitori e i due fratelli minori, a lui Sabbath non aveva mai rivolto la parola da quando era morto a ottantun anni, quattordici anni prima, già pensionato e ridotto ormai ad un filo. Né aveva mai sentito la presenza della sua ombra accanto a se. Questo non solo perché suo padre era sempre stato il componente meno comunicativo della famiglia, ma anche perché nessuno aveva mai tentato di dimostrare a Sabbath che i morti fossero qualcos’altro oltre ad essere morti. Per comune ammissione, parlare con loro significava indulgere ad uno dei più imperdonabili tra i comportamenti irrazionali umani, ma era comunque qualcosa di estraneo a Sabbath. Lui era realista, ferocemente realista, tanto che a sessantaquattro anni aveva quasi rinunciato ad entrare in contatto con i vivi, figuriamoci a discutere i suoi problemi con i morti.

Eppure ormai faceva proprio questo, giorno dopo giorno. Sua madre era lì con lui ogni giorno, e lui le parlava, e lei comunicava con lui. Mamma, quanto sei esattamente presente? Sei soltanto qui o sei dappertutto? Se avessi la capacità di vederti, ti vedrei con la tu solita faccia? L’immagine che ho in mente cambia senza sosta. Sai soltanto le cose che sapevi quando eri viva, oppure adesso sai tutto, o magari “sapere” non conta più niente? Come vanno le cose? Sei ancora così disperatamente triste? Che bella notizia sarebbe, se tu fossi di nuovo quella di una volta, allegra e fischiettante, perché Morty è con te. E c’è, lui? E papà? E se ci siete voi tre, perché non anche io? O invece la vostra è una esistenza incorporea, come tutto il resto, secondo la natura delle cose, ed Dio non è più necessario lì di quanto lo sia qui? O non indaghi sulla tua condizione di morta proprio come non indagavi sul tuo stato di creatura vivente? Essere morta è qualcosa che fai con la stessa naturalezza con cui mandavi avanti la casa?

Philip Roth sul terrazzo dell’appartamento nell’Upper West Side N.Y.

Inquietante, incomprensibile, ridicola, la visitatrice era comunque reale: per quanto tentasse di costringersi a ragionare, Sabbath non riusciva a mandar via sua madre. Sapeva che lei era presente proprio come sapeva che era al sole o all’ombra. C’era qualcosa di troppo naturale nel modo in cui la percepiva perché questa percezione svaporasse di fronte ad un’opposizione ironica. Sua madre non saltava fuori soltanto quando lui era disperato, non succedeva solo nel cuore della notte quando si svegliava in preda al lancinante bisogno di qualcosa che sostituisse tutto ciò che andava scomparendo: sua madre era nel bosco, era su alla Grotta con lui e Drenka, sospesa sui loro corpi nudi come quell’elicottero.[si tratta del luogo degli incontri amorosi con Drenka, sorvolato una volta da un elicottero]. Forse l’elicottero era sua madre.

La sua mamma morta era con lui, lo osservava, lo circondava. Gliela avevano sguinzagliata dietro. Era tornata per accompagnarlo a morire.”

 

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