IL TRISTE DOPOGUERRA DI DAVE

 

Dave Heath si è ritagliato un posto del tutto insolito nella storia della fotografia statunitense. Non ha mai scelto un genere preciso a cui appartenere, perché scattare foto era un modo per definire la sua presenza nel mondo e la relazione con l’altro. Negli anni cinquanta è stato uno dei primi artisti a esprimere in maniera radicale l’alienazione e l’isolamento dell’individuo nella società occidentale del dopoguerra.

Heath nasce nel 1931 a Filadelfia e a quattro anni viene abbandonato dai genitori, crescendo tra orfanotrofi e famiglie adottive. A quindici anni rimane colpito dal reportage di Ralph Crane, fotografo di Life, su un giovane orfano a Seattle: “Mi immedesimai subito nella storia e capì che la fotografia doveva diventare il mio modo di comunicare”, afferma Heath.

È un autodidatta che impara e raffina la sua ricerca nelle strade di Filadelfia, Chicago e New York, dove si stabilisce nel 1957. Non è interessato agli eventi, ai fatti: nelle sue foto le didascalie, se ci sono, sono molto generiche. L’unico desiderio di Heath è imprimere su pellicola un’esperienza intima del mondo. Si concentra su singole persone, isolate dalla folla, assorte e perse in loro stesse.

Questa ricerca culmina nel 1965 con la pubblicazione di A dialogue with solitude, la sua prima monografia, che riesce a cogliere il tormento e la frammentazione di una società ricca messa in crisi dalle lotte per i diritti civili e la guerra in Vietnam. Heath riesce a raccontare la solitudine, mettendo però i suoi soggetti in relazione l’uno con l’altro. “Il fatto che non ho mai avuto una famiglia o un luogo che mi definissero, mi ha spinto a entrare in contatto con l’umanità. L’ho fatto a mio modo, pensando a una forma poetica che unisce, almeno nella mia immaginazione, gli esseri umani come una comunità”. Per Heath questa forma nasce dalla sequenza delle foto, pensata per costruire uno sviluppo emotivo, non narrativo.

Dal 1970 Heath abbandona l’attività di fotografo e si dedica all’insegnamento fino alla sua morte, nel 2016. Il suo lavoro è al centro di una mostra alla galleria Le baldi Parigi aperta fino al 23 dicembre, e accompagnata dal libro pubblicato da Steidl.

Articolo apparso su Internazionale (qui)

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