IL VOLTO DI FOUCAULT

LA SCRITTURA CONTRO LA PAROLA IN MICHEL FOUCAULT- IL PIACERE DI SCRIVERE QUANDO SERVE PER NASCONDERSI DIETRO LA SCRITTURA, SCARABOCCHI MORTI E CIARLIERI A UN TEMPO.

 

Scrivere è molto diverso dal parlare. Si scrive anche per non avere più volto, per nascondersi dietro la propria scrittura. Si scrive perché la vita che abbiamo intorno, accanto, fuori, lontano dal foglio di carta, questa vita che non è divertente ma noiosa e piena di preoccupazioni, che è esposta agli altri, si riduca in quel piccolo rettangolo di carta che abbiamo sotto gli occhi e di cui siamo padroni. Scrivere, in fondo, è tentare di far defluire, attraverso i canali misteriosi della penna e della scrittura, tutta la sostanza, non soltanto dell’esistenza ma anche del corpo, in quelle tracce minuscole che si depongono sulla carta. Non essere altro, in fatto di vita, che quegli scarabocchi, morti e ciarlieri a un tempo, che si depongono sulla carta: è questo che si sogna quando si scrive. Ma a questa riduzione della vita brulicante nel brulichio immobile delle lettere non si arriva mai. Sempre la vita riprende al di fuori del foglio di carta, sempre prolifera, continua, mai riesce a fissarsi in quel piccolo rettangolo, mai il volume pesante del corpo riesce a dispiegarsi sulla superficie della carta, mai si passa a quell’universo a due dimensioni, a quella linea pura del discorso, mai si riesce a diventare abbastanza fini, sottili per non essere altro che la linearità di un testo, e tuttavia è proprio a questo che vorremmo arrivare. Allora non si smette di tentare, di correggersi, sottrarsi, insinuarsi nell’imbuto della penna e della scrittura, compito infinito, compito cui ci si consacra. Ci sentiremmo perfettamente giustificati se non esistessimo più che in quel minuscolo fremito, in quell’infimo raschiare che si fissa e che, tra la punta del pennino e la superficie bianca del foglio, è il punto, il luogo fragile, il momento immediatamente scomparso in cui s’inscrive un segno finalmente fissato, definitivamente stabilito, leggibile soltanto per gli altri e che ha perso ogni possibilità di avere coscienza di se stesso. Questa specie di eliminazione, di mortificazione di sé nel passaggio ai segni, è anche questo, credo, che conferisce alla scrittura il suo carattere di obbligo. Obbligo privo di piacere, come vede, ma, in fin dei conti, se sfuggire a un obbligo consegna all’angoscia, se infrangere la legge lascia nella più grande inquietudine, nel più grande sgomento, obbedire a quella legge non è forse la maggiore forma di piacere? Obbedire a quell’obbligo che non si sa né da dove venga né come ci sia stato imposto, obbedire a quella legge, certamente narcisistica, che pesa e incombe da ogni parte, è questo, credo, il piacere di scrivere.

 

Estratto dall’articolo apparso su http://www.Le parole e le cose.it.:  La scrittura è la morte degli altri, 31 ottobre 2013 pubblicato a cura di Guido Mazzoni

 

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