La pianta va sradicata tutta

Secondo  l’ultimo rapporto Istat i poveri assoluti in Italia sono 3,4 milioni: si tratta di gente che vive in condizioni di povertà grave non riuscendo  ad affrontare neanche  i consumi minimi ed essenziali.

La maggioranza di essi risiede al Sud, e in particolare in Sicilia, dove l’incidenza dei poveri assoluti è del 27,3%.

Ma della Sicilia le cronache si occupano in questi giorni anche perché è la Regione col più alto debito pubblico, pari a oltre 21 miliardi di euro. L’autonomia siciliana, che trova origini oramai lontane e ragioni superate, in questi decenni si è trasformata in una macchina per lo sciupio di risorse pubbliche scandaloso. Gli esempi hanno riempito svariati libri e articolesse e non vale la pena riprenderne il triste, incredibile elenco.

E’ invece utile, incrociando le due informazioni, porsi la domanda: ma dov’ è finito tutto questo mare di soldi? Nelle tasche di pochi ricchi, oggi straricchi, evidentemente, se il 27,3% della popolazione non riesce a mettere il pranzo insieme alla cena.

Il caso siciliano è l’ennesima dimostrazione che il benessere vero, quello cioè duraturo perché frutto di una società laboriosa ed equamente distribuito, non ha nulla a che spartire con il bengodi della allocazione clientelare delle risorse pubbliche.

Dare un poco a tutti, magari il superfluo, raschiare il fondo del barile tanto poi “ a piè di lista” qualcuno dovrà pure ripianare, garantisce una certa popolarità nel breve periodo, ma porta al collasso certo ogni sistema e economico e alla dissoluzione di ogni corpo sociale.

Naturalmente gli effetti di questo fenomeno, che trova in Sicilia più eclatante esemplarità,  è calzante anche in altri ambiti nazionali, a volte inaspettati.

Operare in ambito pubblico, al centro come in periferia, negli enti statali come nei servizi sul territorio, al di fuori di rigorose regole di trasparenza, economicità, efficienza ed efficacia, come molti episodi ci dimostrano, vuole dire operare al di fuori di ogni correttezza, ignorando il proprio dovere e, spesso, la stessa legalità.

Credo perciò, che all’interno dei  temi delle politiche dell’antimafia e dell’anticamorra, riprendendo lo spirito di Leonardo Sciascia o le pagine di Roberto Saviano, occorra inserire anche quello del cattivo agire pubblico, per domandarsi se esso, magari per insipienza se non per calcolo deliberato, non abbia alla fine gli stessi effetti perniciosi della illegalità mafiosa o camorrista.

Oggi si fa un gran parlare della trattativa “Stato-mafia”, con il postulato – che i magistrati dovranno dimostrare- che il nodo politica-mafia, in Sicilia e non solo, secondo alcuni autorevoli rappresentanti dello Stato, potesse essere sciolto come conviene fra Stati sovrani, con l’accomodante  via diplomatica, con la negoziazione di nuove regole di convivenza.

Questa idea è più perniciosa di una collusione occasionale o uno scambio di favori per questa o quella gara di appalto (cosa che al politico viene spesso imputata)  perché fra cattivo agire pubblico per sprechi e clientele e cattivo agire del mafioso o camorrista nella sfera pubblica per favorire gli interessi criminali in realtà non c’è soluzione di continuità, è in sostanza la stessa cosa. L’interesse del crimine non può  essere la saggia e onesta amministrazione, ma appunto lo sciupio, l’ingrasso delle clientele, l’intreccio soffocante delle connivenze illegali.

Mi rendo conto che diverso è lo spirito e la gravità dell’operare del politico scriteriato e clientelare rispetto a quello messo in campo da un mafioso o un camorrista come atto di criminalità, ma a me pare (se vogliamo valutare la cosa per gli effetti  devastanti sulla cultura della legalità) che siano i frutti di una stessa pianta e che, se vogliamo girar pagina, non resta che sradicarla tutta intera.

 

 

 

 

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