LA RIVINCITA DELLA STREET ART

 

 

COME PASSARE DAI MURI DI PERIFERIA A QUELLI DI UN MUSEO?- I DUBBI E LE CRITICHE CHE PRECEDONO LA MOSTRA STREET ART-BANKSY & Co. ALLESTITA A BOLOGNA- ESPOSTI CENTINAIA DI LAVORI DI ARTISTI NOMADI E MISTERIOSI DI TUTTO IL MONDO-UN EVENTO DA NON PERDERE PER CHI AMA GIRONZOLARE FRA I VICOLI E LE STRADE DELLE CITTA’.

 

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Dal 18 marzo apre a Palazzo Pepoli a Bologna la mostra Street Art- Banksy & Co- L’arte alla stato urbano. Sostenuta da Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, curata da Luca Ciancabilla, Christian Omodeo e Sean Corcoran, voluta da Fabio Roversi Monaco, presidente di Genus Bononiae. È la prima grande retrospettiva, forse il più grande progetto espositivo a livello europeo di questo tipo, che ricostruisce, attraverso le opere più significative, la storia della street art e che- grazie ad un gruppo di esperti nel campo della street art e del restauro- permetterà di avviare una riflessione sulle modalità della salvaguardia, conservazione e musealizzazione di queste opere d’arte entrate a far parte dell’esperienza urbana in tutte le città del mondo da almeno 50 anni.

Se si pensa al fatto che alcuni mesi fa Alice Pasquini, nota writing romana/bolognese, è stata denunciata dai vigili urbani della città felsinea e condannata per avere “imbrattato” i muri della città, si ha l’esatta dimensione di come il tema sia controverso.

L’artista, delusa e amareggiata così  commentava su Facebook: “Penso di aver contribuito a valorizzare la città e non ad imbrattarla, soprattutto perché le opere sono state realizzate in aree degradate. Oggi invece é stato sancito il principio secondo il quale ogni espressione artistica é reato. (…). E lo stesso comune di Bologna sembra che voglia ospitare le opere di strada in un museo. E allora perché condannare me, nonostante il parere contrario del PM? Sono amareggiata, ma pronta a far valere le mie ragioni in appello”.

In questi decenni, writing, street-artist e altre espressioni artistiche affini hanno cambiato il nostro modo di relazionarci con lo spazio urbano. L’uso di nuovi materiali, come le bombolette aerosol e i pennarelli negli anni ’70 e ’80, la tecnica dello stencil; le nuove tecnologie digitali a basso costo, a partire dalla fine degli anni ’90 fino ad oggi, hanno mutato il gusto delle persone, gli stili grafici, ponendo l’interrogativo di come passare dal graffito (deperibile per definizione) all’opera d’arte museale (da conservare), senza snaturare il linguaggio effimero e immediato della street-art, il suo valore certamente estetico, ma anche di documento della storia della città, degli stili di vita e della dinamiche sociali, della evoluzione culturale che ci stanno dietro.

Si legge nelle presentazione della mostra: “La mostra Street Art – Banksy & Co. è un modo originale e unico per scoprire la storia dell’arte di strada nella New York degli anni ’70 e ’80, per capire che le città vivono e comunicano anche attraverso un sovrapporsi non regolato di parole e per apprezzare una selezione di opere che offrono un ampio campionario della street art degli anni 2000” L’evento porterà inoltre per la prima volta in Italia la collezione donata nel 1994 dal pittore statunitense Martin Wong al Museo della Città di New York. Altre opere arriveranno da Amsterdam, Parigi, New York e Roma, dalla Germania. Non poteva mancare il capofila, vale a dire Banksy, poi i brasiliani Os Gemeos, l’americano John Fekner e Rammellzee, da New York. Quindi tanti italiani, a partire da Tommaso Tozzi, uno dei primi writer nostrani, attivo a Firenze per tutti gli anni Ottanta, poi quelli del gruppo Blu e della «scuola bolognese»: Cuoghi Corsello, Dado, Rusty. Oltre ai controversi graffiti staccati in città, sono in esposizione scritte, foto, installazioni, video, appunti, quaderni, blocchi da disegno, interminabili elenchi di tag, né potevano mancare pezzi di muro veri e propri, picconati e portati via da collezionisti o semplici amanti della street art in giro per il mondo.

Ma la mostra pone anche altri interrogativi: quali tracce di queste culture stiamo trasmettendo al futuro? Quali modalità e quali approcci sono da prediligere per salvaguardare questo fenomeno? Che ruolo avrà il museo in questa prospettiva?”

Cerca di dare la sua risposta il co-curatore Omodeo: “ ho visto nella mostra la possibilità di parlare di graffiti ma anche di un fantasma che agita questo ambiente fin dagli inizi: come portare l’estetica urbana in un contesto di galleria o museo, come mostrare al grande pubblico la street art e i graffiti che ormai si sono “istituzionalizzati”.

Apertamente critici e contrari all’iniziativa sono Fabiola Naldi, critica d’arte conosciuta in città come una delle massime esperte di graffiti,  e Ericailcane, writer di fama, di casa a Bologna: il disegno di un ratto e una scritta contro tombaroli  e sedicenti restauratori senza scrupoli, non lasciano nulla all’immaginazione. In mostra una sola opera, mi pare, di Ericailcane: Senza titolo del 2003, proveniente dalle ex officine Cevolari. Eppure, l’artista oltre ai muri di mezzo mondo non disprezza gli spazi espositivi. Ericailcane, un bellunese che al secolo farebbe Leonardo, è oramai un artista quotato e, gli piaccia o meno, ha suscitato l’interesse dei galleristi, insomma si è “istituzionalizzato” pure lui. Non mi sembra il caso di strepitare, né di affogare sotto gli scrupoli. In fondo un artista una sola cosa dovrebbe amare più di tutte: che la gente, tanta gente, quella di oggi e quella di domani, guardi la sua opera. Di lui trovo sul web questa descrizione: “Più che un artista un creatore di incubi e sogni sotto forma di animali, esseri favolistici sbucati fuori da un’incisione medioevale e piombati su palazzi fatiscenti e mostri di cemento. Un universo che attinge a piene mani dalla cultura pop per poi rivoltarla come un calzino e generare allegorie viventi della natura, capace di riprendersi lo spazio sottratto con personaggi grotteschi e surreali.” Il grottesco e surreale possono ben stare appesi in una galleria d’arte, anche se hanno visto la luce sotto un ponte o su un lastricato di periferia.

Anche Blu è fortemente contrario, ha oscurato i suoi lavori è ha invitato a boicottare la Mostra. Su Facebook sono già state raccolte mille adesioni. Sul muro rimasto grigio dopo l’opera di auto-cancellazione voluta da Blu compare una specie di epitaffio: «Rimpianti sì ma in ogni caso nessun rimorso», mentre sul blog dell’artista si leggono poche righe: «A Bologna Blu non c’è più e non ci sarà finché i magnati magneranno».

Non poteva mancare un commento di Vittorio Sgarbi: ” Gesto nobile e autentico quello di Blu, che restituisce alla strada quello che nella strada è nato. E non è nato perché qualcuno lo abbia commissionato, ma per un gesto di trasgressione che rappresenta la posizione e la ribellione dei writers alle regole della società……È un paradosso, ma è del tutto legittimo che Blu distrugga quello che ha fatto, per impedirne «l’ estraniamento» nella ospedaliera sede museale, sradicando i graffiti dai luoghi dove sono stati realizzati e dove hanno il senso della storia, della libertà e della eversione. La rivoluzione non può essere portata in salotto. Meglio il cupio dissolvi.”

Non la pensa così Camillo Langone, che sul Foglio del 15 marzo 2016 scrive:Blu è un bravo artista ma purtroppo, come molti suoi colleghi, è un artista politico, ideologico, e i suoi murali disturbavano chi, come me, non la pensa come lui. Proprio perché è bravo e proprio perché è politico il posto giusto per i suoi lavori è precisamente il museo, così chi li apprezza può ammirarli con agio e chi li detesta non deve subirne l’angosciante retorica”. Amen.

La carrellata di foto che corredano l’articolo chiude con un lavoro eseguito in congiunta fra Blu e Ericailcane (prima che decidano di sbianchettarlo).

Notizie sulla mostra si trovano all’indirizzo http://www.mostrastreetart.it/. La mostra chiude il 26 giugno 2016. Mentre dell’appello di Alice ( www.alicepasquini.com/it ) non si sa ancora niente…. ahi, la giustizia italiana! Auguri! Alice….siamo con te!! Nel frattempo sentitevi una sua intervista che ho scaricato da youtube.

Alla fine potrete vedere la foto scattate dal nostro collaboratore Mario Mirto a Fonni, paesino delle montagne del Gernargentu in Sardegna, già al centro di un servizio fra i più visitati del sito. Siamo di fronte a murales di tipo tradizionale, a scopo turistico- folcloristico, ma di sicura presa. Non aprono a visioni urbane di avanguardia e avveniristiche, ma sono opere che hanno il pregio di tenere viva una tradizione e dei costumi attorno ai quali la comunità locale trova un forte legame identitario.

 

 

 

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