…Lasciarono tutto e lo seguirono.

Vangelo LucaNel Vangelo di Luca(Lc 5,1-11) si legge: “E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”. Simon Pietro e i suoi erano ancora stupefatti della miracolosa pesca, forse nella loro testa rimbombava ancora la frase, enigmatica, che da pescatori di pesci li trasformava in pescatori di uomini, eppure colpisce, pur nel tono aforistico, la perentorietà di quel “lasciarono tutto”. Essa non ammette indugi o ripensamenti, ma solo l’abbandonarsi, senza riserva alcuna, al richiamo di una vocazione ispirata e scoperta, lì sulle rive di un lago, durante la quotidiana fatica. Chi ha fede può pensare che, alla base del trascinante impeto di Simon Pietro e dei suoi compagni, sia stato determinante il peso catalizzatore del carisma divino; ma oggi per noi, fedeli o meno, le parole di Luca possono bastare?  Quando non è vocazione, soccorre pur sempre il daimon di ciascuno, quel cammino che non può che snodarsi lungo il sentiero tracciato, anche quando l’erba folta lo nasconde, fino a quando il nostro passo lo riapre. Vocazione  o destino, la vigile coscienza pone sempre interrogativi, smaniosa di lanciare il cuore sempre oltre l’ostacolo ( ….quella siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude…..).  Chiamiamola come vogliamo, ma l’afflizione più grande, quando ci giriamo per rivedere l’impronta lasciata dai nostri giorni, discende dal dubbio, se non dalla certezza, di avere tradito vocazione o destino, di non avere “risposto”, lasciando tutto come fecero gli Apostoli. Mentre scrivo, mi viene in mente la figura dell’amico Ernesto, nel suo monastero metropolitano, uno che ha lasciato tutto seguendo il suo sogno di fare, come dice lui, “bene il bene”. Ma per uno che risponde, la moltitudine si perde. Attaccamento alle cose, quieto vivere, egoismi? Forse tutto questo. Ma non solo. Sarebbe riduttivo. Dobbiamo scrutarci, con sincerità, più nel profondo! Per cercare di spiegarmi mi rifaccio (liberamente, nel senso di interpretazione) ad un passo del libro di Giorgio Ajraldi Cognizione, Azione, Tradizione, edito da Libreria Editrice Psiche nella collana di Medicina Armoniosa.

La copertina del libro di Giorgio Ajraldi
La copertina del libro di Giorgio Ajraldi

Partendo da note asserzioni della psicologia comportamentale, Ajraldi ricorda come l’azione umana sia fortemente condizionata dagli aspetti cognitivi e dalle motivazioni.  Nell’atto intenzionale perde importanza l’aspetto funzionale (come funziono) a favore di quello esistenziale (cosa mi spinge”, e più ancora: dove sono diretto). Scrive Ajraldi che la conoscenza sostiene la motivazione alla base di un certo comportamento, ma il “colore” con il quale disegniamo cognizione e azioni è dato da uno “stato o condizione di essere”, senza il quale non si valuta positivamente l’azione in sé, ma, in termini utilitaristici,  i suoi esiti. Ebbene, gli Apostoli nella loro sprovvedutezza di neofiti non immaginavano nemmeno lontanamente cosa gli aspettava. Eppure risposero per quella condizione di essere che li faceva solleciti e fiduciosi.  Non li spingeva il risultato in sé considerato, del tutto a loro ignoto, ma l’azione, il “fare”: vai e fai!, esorta sempre Ernesto. Forse la condizione umana oggi è troppo condizionata ai risultati, all’utile e al tornaconto, meno dalla carità, come apertura alla vita e ascolto degli altri. Per apertura alla vita intendo tutto ciò che libera dai condizionamenti il nostro spirito. Per carità quella benevolenza d’animo che ci permette di cum patire col prossimo e ascoltarlo con spirito di servizio. La pagina del Vangelo di oggi ci dice: lasciate le barche a terra e cercate il sentiero che vi aspetta. Chi è abituato a sfrecciare nella vita come su un’auto in autostrada, incurante di tutti o con lo sguardo fisso sul contachilometri, faccia penitenza: leggersi e meditare almeno 100 pagine della Bibbia  ogni giorno. Per sempre.

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