LE DUE ITALIE

 

Questa elezione non somiglia a nessuna di quelle della storia della Repubblica. Mai era successo che le forze antisistema (o percepite come tali) ottenessero la maggioranza dei consensi, mai era successo che il principale partito di destra e il principale partito di sinistra venissero scavalcati da partiti concorrenti più radicali. E questo esito, bisognerà prenderne atto, non è un frutto della legge elettorale: è lo specchio fedele delle scelte politiche dell’elettorato.

Il sociologo Luca Ricolfi

Il voto italiano, dunque, sembra nuovissimo e rivoluzionario. A ben vedere, tuttavia, lo è molto meno di quanto appare. Per certi versi, anzi, è un ritorno nella norma, e forse persino un ritorno al passato.

Ritorno nella norma, innanzitutto. Il dato che più ha colpito, e più fa discutere, è il netto sorpasso dei Cinque Stelle rispetto al Pd. Nel 2013 questi due partiti avevano ottenuto circa il 25% a testa, oggi i voti dei Cinque Stelle sono quasi il doppio di quelli del Pd. E, anche volessimo rendere il confronto meno umiliante per la sinistra tradizionale, e decidessimo di sommare tutti i partiti di centro-sinistra, dal Pd a Più Europa fino a Leu, il risultato non sarebbe consolante per il Pd: con il suo 26.2% la sinistra tradizionale resta ampiamente al di sotto del 32.7% dei Cinque Stelle. Ma è una stranezza, questo?

Non in Europa. Se si eccettua l’importante caso del Regno Unito, dove Corbyn sta guidando un partito laburista decisamente spostato a sinistra e privo di concorrenti, la sinistra tradizionale è quasi sempre sfidata da un partito “più a sinistra”, o comunque percepito come tale. In Francia i socialisti sono praticamente dissolti e brilla la stella di Mélenchon, leader di “La France Insoumise”. In Spagna Podemos e Izquierda Unida contendono il primato ai socialisti. In Grecia Syriza di Tsipras ha ormai soppiantato il Pasok, il vecchio movimento socialista di Papandreou. In Germania i socialdemocratici sono al minimo storico, un pelo sopra il 20%, e pesano più o meno quanto le due liste radicali della Linke e dei Verdi. Insomma, voglio dire che il Pd di Renzi, inebriato e drogato dal 40.8% delle Europee del 2014, era l’eccezione, non la regola. Ora siamo nella norma anche noi, qui in Italia.

La realtà è che le istanze di sinistra, dopo la lunga crisi iniziata nel 2007, ormai hanno quasi ovunque due espressioni: una tradizionale, che piace soprattutto ai ceti medi più o meno istruiti, urbanizzati e “riflessivi”, ed una populista, che attira il consenso dei ceti popolari e di chi si sente escluso. Questa spaccatura, in Italia, non contrappone il Pd agli altri, ma tutta la sinistra, compresi i radicali e Leu, al Movimento Cinque Stelle. E dentro questa spaccatura, il fatto curioso è che Pd e lista Bonino, che sembrano il vecchio, sono la componente più modernizzatrice ed europeista, mentre il Movimento Cinque Stelle, che sembra il nuovo, è la componente più anti-europea e anti-moderna, non a caso imbevuta di arcaismi come l’utopia della “decrescita felice”, di nostalgie come il culto di Berlinguer, di parole d’ordine stataliste e assistenziali come il reddito di cittadinanza.

Di Maio, capo politico del Movimento 5 Stelle

Il problema della sinistra riformista, non solo in Italia, è abbastanza semplice da formulare ma difficilissimo da risolvere. Da molti decenni il primo partito della sinistra ha cessato di occuparsi seriamente dei ceti popolari ed è diventato un partito di ceto medio. La cosa poteva funzionare finché i benefici della globalizzazione eccedevano i costi, non funziona più da quando, con la crisi, non solo la globalizzazione ha mostrato il suo lato inquietante, ma è sorta un’offerta politica alternativa e concorrente con quella della sinistra modernizzatrice. Tradotto in politica italiana: finché i ceti popolari si limitavano a preferire il centro-destra alla sinistra (negli ultimi 30 anni), i dirigenti del Pd hanno ritenuto di potersene infischiare, ora che un’offerta politica con sembianze di sinistra assottiglia l’elettorato Pd, invece sono guai. E quando dico “infischiarsene” non uso le parole a caso: come altro descrivere un partito che, solo a pochi mesi dal voto sembra capire che l’accoglienza indiscriminata e caotica era una politica anti-popolare? Come altro descrivere un partito che, con gli 80 euro, ha scelto di sostenere il ceto medio dipendente (la sua base) e ha ignorato completamente i veri poveri, i cosiddetti incapienti (il nocciolo duro della base Cinque Stelle)? Come hanno potuto non capire che, se anziché distribuire bonus e spendere miliardi in accoglienza, fossero intervenuti risolutamente contro la povertà e contro l’immigrazione irregolare, oggi il risultato elettorale premierebbe il governo anziché punirlo? Mistero.

Ma non c’è solo ritorno alla normalità europea, nella disfatta Pd e nell’affermazione dei Cinque Stelle. C’è anche, per certi versi, un clamoroso ritorno al passato. Luigi Di Maio ha solennemente affermato “inizia oggi la terza Repubblica, quella dei cittadini”. Se però guardiamo alla cartina del voto del 4 marzo, quel che impressiona è la somiglianza con l’esito delle elezioni del 1992, l’anno che segna l’agonia della prima Repubblica. Oggi come allora l’Italia è sostanzialmente suddivisa in Padania, Etruria, Mezzogiorno (una tipologia che dobbiamo al compianto prof. Giacomo Sani, che la propose proprio per leggere il risultato del 1992), con la Lega egemone al Nord (Padania), la sinistra post-comunista arroccata nelle regioni rosse del centro (Etruria), e il Sud egemonizzato dal partito di maggioranza relativa: allora la Dc, oggi i Cinque Stelle, entrambi vicini al 30% dei consensi. La distribuzione del voto ai Cinque Stelle oggi ricalca, con precisione impressionante, la distribuzione del voto alla Dc nel 1992 [..].

Voglio dire, con questo, che il Movimento Cinque Stelle non è la nuova sinistra, ma è la nuova Dc?

In un certo senso sì. La correlazione fra i due voti è così stretta da rendere quasi inevitabile una lettura in chiave di sostituzione. L’elettorato del Mezzogiorno è da sempre abituato, anche per responsabilità delle sue classi dirigenti, a puntare sull’assistenza, sui sussidi, sulla spesa pubblica, sul posto fisso. Tutto ciò nel 1992 era fornito dalla Dc e dai suoi alleati del “Pentapartito”, oggi è promesso da un governo Di Maio che ancora non c’è e forse non ci sarà mai (anche se non tutti paiono averlo capito, viste le richieste di informazioni ai Caf: ma era già successo 30 anni fa, ai tempi del “Cacao Meravigliao”, un prodotto immaginario che i consumatori cercavano invano negli scaffali dei supermercati).

Per altri versi, invece, la situazione è molto diversa dal 1992.  Una differenza importante è che, oggi, il primo partito della sinistra ufficiale, è divenuto molto più “nordista”. Oggi il Pd è arroccato nei medesimi territori in cui lo era il Pds nel 1992, ma risulta relativamente più forte di allora in tutte le regioni del Nord (eccetto la Liguria).  Il Pd renziano, in altre parole, di fatto è un partito “nordizzato”, e lo è non solo negli insediamenti elettorali ma anche nelle scelte politiche: sotto Renzi la pressione fiscale è diminuita di poco, ma comunque è diminuita.

Ma la differenza più grande fra oggi e il 1992 è politica. Il 1992 fu, per molti versi, l’urlo del Nord contro la corruzione e l’oppressione fiscale, il 2018 è, prima di tutto, l’urlo del Sud contro l’abbandono di cui i cittadini meridionali si sentono vittime. Si potrebbe pensare che, se così stanno le cose, lo sbocco naturale di questa crisi sia un governo Cinque-Stelle, come nel 1992 lo sbocco della crisi fu la discesa in campo di Berlusconi e la nascita, nel 1994, del primo vero governo di destra in Italia. Ma il parallelismo è sbagliato. Il progetto di un governo Cinque Stelle, inevitabilmente caratterizzato dal varo del reddito di cittadinanza, non si scontra solo con il problema di trovare i voti in Parlamento (e i quattrini nel bilancio dello Stato), ma con la cartina geopolitica dell’Italia. Quel che non possiamo ignorare, è che nelle elezioni del 2018 c’è stato anche un altro urlo: l’urlo dei ceti produttivi del Nord e del Centro contro le tasse, la burocrazia, il disordine migratorio. Un urlo che, a differenza di quanto accadeva nel 1992, accomuna Nord e Centro, territori egemonizzati dalla Lega e territori egemonizzati dal Pd, spesso distinti gli uni dagli altri più per sensibilità e cultura politica che per l’adesione a progetti incompatibili. E’ praticamente impossibile che il reddito di cittadinanza, giusto o sbagliato che sia, non venga percepito, in quei territori, come l’ennesima tassa sui ceti produttivi destinata ad alimentare l’esercito degli scrocconi.

La mia impressione, insomma, è che il solco fra il Mezzogiorno, che oggi come ieri chiede più assistenza, e il resto del paese, che chiede più sicurezza e di essere messo in condizione di produrre, sia oggi molto più profondo che nel 1992: il voto di allora divise l’Italia in tre, quello di oggi l’ha divisa in due. Forse è da questo dato, prima ancora che da un deficit di senso di responsabilità, che possono derivare i nostri rischi maggiori per il futuro.

 

Luca Ricolfi, professore di sociologia univesità di Torino, articolo apparso sul sito della fondazione Hume (qui)

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