L’INVIDIA DEGLI ALBERI

 

Oggi mi sono accorta che il fico in giardino respirava. A dispetto del fogliame ingiallito, fra la trama un po’ scheletrita dei rami, il vento passando ne rubava il profumo conturbante, oramai invecchiato, ma più intenso, macerato, quasi piccante, come succede per un corpo maturo, la natura esuberante di una donna, o l’intimo ardore virile.

Il respiro seguiva un suo flusso quasi volesse sottrarsi al vento, rispondendo alla fisiologia delle radici profonde, al battito della linfa nei meandri delle sue irregolari stagioni, ora cerchiate da siccità, ora da piovaschi.

Pittura parietale, villa Poppea, Oplontis, Torre Annunziata

Solo allora mi accorsi con quanta superficialità avevo accostato il suo tronco, goduto della sua ombra, pensando, concentrata com’ero in me stessa, di essere la sola a vivere e trascorrere, solo perché potevo muovermi o parlare.

Decisi di non parlare, di non muovermi, di chiudere gli occhi per vedere ciò che non appare agli occhi, per ascoltare il mio ritmo e da lì cercare di catturarne il suo.

Mentre mi inebriavo della deliziosa resina del suo respiro, che sembrava caricarsi per poi rilasciarsi nell’aria con l’imprevedibilità che hanno le cose che sfuggono alle aspettative se non alle leggi del cosmo, la mia attenzione venne catturata da un brusio crescente, come uno scroscio di pioggia che via via aumenta di intensità. Dal bosco, le foglie in cima agli alberi, sull’onda del vento, si staccavano scendendo verso terra in un crescendo caotico e disordinato, una baraonda di sussurri, brusii, crepiti e tonfi. Il fico e io sotto di lui venimmo sommersi, cancellati. Così, oltre al respiro, quel giorno ho imparato che dietro una foglia c’è una grande eloquenza, che le foglie fanno più rumore di cento passi, e che anche gli alberi nutrono invidia.

Articolo di kyokosuzumiya

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