LULA MERAVIGLIAO

 

ILPAESE DEI CORROTTI: LULA DA SILVA, LOTTA DI CLASSE O DECLINO DI UN MARIUOLO ? COSA  PUO’ INSEGNARCI LA VICENDA DELL’ARRESTO DELL’OPERAIO EX PRESIDENTE, AMATO DA META’ PAESE, DETESTATO DALL’ALTRA ? COSI’ LA PENSA GEPPETTO

 

Lula con Dilma Roussef, anch’ella ex capo dello stato

La notizia, Repubblica.it la dà dopo la morte per otite di una bambina a Brescia e quella di un giovane a Ladispoli travolto da un treno. Meglio fa il Corriere.it con un articolo di Rocco Cotroneo (qui), una bella pagina di folclore e una sintesi efficace delle ultime ore libere di Lula Da Silva, ma poca voglia di approfondire…. terre lontane, quelle dove si balla il carioca. Per trovare una analisi seria di quanto sta succedendo in Brasile bisogna andare a Linkiesta.it, più precisamente al blog di Diego Corrado, col pezzo dal titolo Avenida Brasil, che vi consiglio di leggere (qui).

Che il Brasile, in quanto a corruzione, mazzette e malaffare, non scherzi, è noto. Un Paese difficile da governare, grande e disperso come un continente, con una capitale, Brasilia, che è più che isolata, è un’estranea, posta com’è su un altipiano interno, che dista mille km e più da San Paolo o Rio de Janeiro o Salvador. 

Il divario sociale fra la popolazione, largamente povera e analfabeta e la classe dirigente, una ristretta élite conservatrice, è tale che ogni mediazione diviene impossibile, o percepita come tradimento.

Il braccio di ferro fra Lula, il suo partito del lavoratori e le masse più sindacalizzate, da una parte, e la reazione conservatrice dall’altra, sembrano rientrare appieno nei manuali della lotta di classe di stampo novecentesco.

Non entro nel merito dell’articolo di Corrado; certo, se anche la metà di quanto scritto corrisponde alla verità, forse faremo bene a trarne una lezione, anche qui in Italia. Sergio Moro, il giudice brasiliano alla testa di “mani pulite” di quel paese, è uno sfegatato fans di Antonio di Pietro e di Piercamillo Davigo. Sul profilo e le maniere di amministrare la giustizia da parte di Moro potete documentavi con questo articolo del Foglio (qui).

Lula con Fidel Castro

Ma qual’è la lezione che potremmo trarne?

Anche da noi, all’inizio degli anni novanta, abbiamo avuto imputati eccellenti alla sbarra, che immancabilmente si proclamavano innocenti e denunciavano la deriva giustizialista di Mani Pulite. Ma la similitudine mi pare si fermi qui, e cerco di spiegare perchè.

In Brasile si combatte una sanguinosa lotta di classe, una contrapposizione vera di interessi, spesso sporchi, una guerra non ideologica, ma per il potere e il denaro. Lula Da Silva, Dilma Rousseff, il sindacato rosso, il giudice Sergio Moro (lo Scarpia di turno), sono in fondo dei personaggi di un dramma ben più ampio e antico:fra chi ha troppo e chi niente.

Viceversa, in Italia, Tangentopoli non potè nemmeno essere la messinscena grottesca della lotta di classe. Il PCI si era camuffato cambiando nome, gli operai imborghesiti. Più semplicemente Mani Pulite fu l’epilogo di un sistema istituzionale che, esaurita ogni spinta propulsiva, finiva travolto dai suoi stessi errori, prima ancora che dalle sue nefandezze. Una sorta di giuoco grottesco fra guardie e ladri, in cui l’unica idea fu quella di salvare il culo.

Lula con Barak Obama

Un scontro sociale vero, come in Brasile, viceversa, dove gli interessi sono polarizzati e contrapposti in maniera insanabile, evita di assumere forme grottesce e deformate, anche quando gli attori in campo si travestono coi  panni più congeniali del populismo terzomondista o usano le armi del giustizialismo. Al netto di ogni trivialità, di ogni retorica populista, Lulu e il suo rapporto con almeno la metà del Brasile è innegabile, intrigante, suggestivo.

La foto che illustra l’articolo di Corrado- scatto di Francisco Proner- che ritrae Lula circondato dai suoi sostenitori nella sede del Sindicato dos Metalurgicos di S. Bernardo do Campo-, è straordinaria perchè riassume e dà corpo a un’idea: lo scontro fra il bene e il male. Da una parte lui, che ha dato ai poveri la possibilità di mangiare carne e di iscrivere i figli  a scuola; dall’altra Sergio Moro, il magistrato simbolo del potere perverso delle classi dominanti. Lula, da vero demiurgo, ne sembra consapevole. Non è spinto solo dalla ricerca di un bagno di folla, come un Salvini o Berlusconi qualsiasi, ma dall’idea di incarnare egli stesso ogni possibile riscatto, al punto da affermare: “le idee non muoiono e io sono l’idea”.

Come sempre quando si parla di violenza, non ci resta che aspettare gli esiti dello scontro: la violenza vincente, come ci insegna Emanuele Severino, si tramuterà allora in irreprensibile legalità, la verità processuale in verità storica.

 

 

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