MATTI DA GIOCARE

MATTI DA GIOCARE, ECCO LA TERAPIA DEL PALLONE- «Io non provo vergogna di essere matto» dice Luis, ridendo. «Se sono matto sono matto».

Luis è il portiere uruguagio che difende i pali della nazionale italiana, un oriundo, come Sivori e Maschio nei bei tempi andati. Solo che questa è la nazionale dei pazienti psichiatrici e il mondiale si è giocato in Giappone, non in Cile. Luis soffre di depressione, per tenerla a bada prende farmaci da quando ha dieci anni. Depakin 500, Zyprexa 20 mg. Antiepilettici, antipsicotici. «E quando avevi la depressione cosa facevi?», gli chiede la voce fuori campo del regista, Volfango De Biasi. «Mi tagliavo» risponde Luis.

«Mi tagliavo sulle gambe, mi tagliavo qua», indica il fianco. «Per farmi vedere che c’ero». Segue un attimo di silenzio, mentre negli occhi dolci di Luis si riflette lo stupore di chi ascolta, dietro la macchina da presa come davanti allo schermo. La sua è una delle tante storie che affiorano nel racconto di Crazy for football, il docufilm sull’avventura degli azzurri alla prima, rocambolesca edizione della Coppa del mondo di calcio dedicata al disagio psichico.

È la coppa più pazza del mondo, come suggerisce il sottotitolo, ammiccando a un folle action movie degli anni Settanta. Ma anche un surreale viaggio a Tokyo, anzi a Osaka (sede del torneo), una fuga per la vittoria dove l’obiettivo, oltre a sollevare la coppa, è evadere dalle barriere che hanno escluso queste persone dalla società.

Crazy for football, miglior documentario ai David di Donatello e menzione speciale ai Nastri d’argento (per l’attenzione al sociale), è il sequel di un altro docufilm diretto tredici anni fa da Volfango De Biasi, e scritto con Francesco Trento. Un lavoro che nasceva in realtà da un progetto di sceneggiatura, per una specie di Full Monty all’italiana, su una squadra di pazienti psichiatrici, trasformato però dopo pochi giorni di ricerca sul “campo”. E diventato un documentario, appunto: Matti per il calcio, girato con mezzi di fortuna, con aiuti imprevisti e improvvisati, che avrebbe poi fatto il giro delle tv di mezzo mondo contribuendo alla diffusione del fenomeno in tanti paesi. Tra cui il Giappone, dove la dott.sa Nobuko Tanaka, dopo un viaggio in Italia e l’incontro con lo psichiatra Santo Rullo, precursore della calcio-terapia, ha avviato un movimento che conta oggi seicento squadre e ha l’intento di scardinare un sistema dove ancora esistono i manicomi.

Da qui è nata la prima Coppa del mondo di categoria, a cui gli azzurri convocati da Rullo hanno aderito entusiasti, con schemi e tattiche a cura di Enrico Zanchini, il mattatore della panchina, e preparazione atletica condotta dall’ex toro scatenato Vincenzo Cantatore.
In Italia i manicomi non ci sono più, ma la velocità con cui sono stati chiusi non ha favorito la cultura dell’inclusione.

Poi un giorno, dice Rullo, «abbiamo pensato di offrire ai pazienti psichiatrici attività non solo riabilitative, ma “vocazionali”, studiate sulla storia della persona». Una storia che spesso passava per una scuola calcio, che qualcuno più bravo frequentava a lungo, mentre magari qualcuno più scarso mollava, pur continuando a coltivare la passione. «Chi soffre di un disturbo psichiatrico d’un tratto interrompe la vita, e interrompe anche le passioni. La nostra idea era di ricostruire, attraverso il calcio, quel filo spezzato». Per ritrovare la memoria emotiva di quando non si era malati.

I neuroscienziati, d’altronde, sanno da tempo che l’esercizio fisico aumenta la concentrazione nel sangue di dopamina e serotonina, i neurotrasmettitori che contribuiscono al benessere psichico. L’attività ideale, secondo la letteratura scientifica, è la prepugilistica. Non a caso come preparatore atletico è stato scelto Vincenzo Cantatore, che ha studiato in America queste metodologie di allenamento e le ha sviluppate lavorando con pazienti affetti da parkinsonismo, depressione, dipendenze comportamentali, imbottiti di farmaci e neurolettici. «Si tratta di esercizi molto intensi, corti», spiega Cantatore, «dove la mente deve elaborare più movimenti in parti diverse del corpo». Per esempio: prima ti metti a saltellare, poi muovi il braccio destro, senza smettere di saltellare, poi rotei anche quello sinistro. «Oppure con le vibrazioni», aggiunge Cantatore. «Per esempio: prendi il copertone di un caterpillar, di quelli giganti, e cominci a prenderlo a mazzate. Le vibrazioni prodotte dal colpo, che ti fanno tremare tutto il braccio, stimolano lo sviluppo di dopamina», cioè la sostanza chiave in qualsiasi problematica motoria.

Nel calcio però c’è un elemento in più: la socialità, il gioco di squadra. I disturbi psichiatrici sono disturbi funzionali, e dalla combinazione delle varie disfunzioni si determinano patologie più o meno gravi. Il calcio va a stimolare proprio le funzioni compromesse. Attenzione, concentrazione, capacità di leggere le intenzioni dell’altro. «Non c’è niente che può aiutare qualcuno a riabilitarsi come il fuorigioco», afferma Rullo. «Perché devi stare in linea con i tuoi compagni e muoverti in sincronia con loro per compiere un’azione collettiva». E nello stesso tempo devi capire le intenzioni di chi lancerà il pallone e di chi detterà il passaggio. «Nessun intervento psicologico verbale può aiutare qualcuno con un disturbo della comprensione dell’intenzione come può fare il calcio. Da dietro una scrivania, puoi spiegare anche cento volte a un paranoico “guarda che nessuno ti vuole ammazzare”, ma lui si alzerà dalla sedia con l’idea che qualcuno lo voglia ammazzare».

Se invece lo chiami a tenere la difesa alta, dovrà sintonizzarsi con la propria globalità psicomotoria per fare qualcosa insieme ai compagni, per un obiettivo comune. «Ecco allora che l’intervento biologico, psicologico e sociale, come dicono i sacri testi, è tutto racchiuso nel calcio».

Il passo avanti più grande compiuto in questi tredici anni, al di là dei progressi tecnici, è che mentre Matti per il calcio offriva uno «sguardo pasoliniano» – come dice Rullo – su un servizio psichiatrico che si occupava di calcio, nel secondo è il mondo dello sport, insieme a settori della società civile, a occuparsi dello sport per persone con problemi di salute mentale. La Figc ha fornito il materiale tecnico, Zanchini e Cantatore hanno allenato i giocatori, tanti campioni del pallone hanno aiutato la promozione del film. Che come ogni documentario è solo un frammento, suggestivo, di una storia più ampia e sfaccettata, benché talvolta nascosta nelle pieghe della narrazione.

Come è capitato alle parole di Stefano, un ragazzo schizofrenico, che stava raccontando davanti alla macchina da presa i suoi tentativi di suicidio, da cui si è salvato per un soffio. La sua confessione è stata tagliata in montaggio per motivi tecnici. Forse, racconta Francesco Trento, «perché la luce o l’audio non erano venuti bene, magari qualcuno ha aperto una porta proprio nel momento in cui stava parlando. Però quel momento è accaduto. E mentre parlava, d’un tratto Stefano si è interrotto e ha sollevato la testa per guardarsi un attimo intorno. Osaka, il Giappone.

Poi ha visto alcuni compagni che passavano con la maglia azzurra, e poi si è accorto che anche lui indossava la tuta della nazionale, e ha detto: “Pensa che cazzo mi sarei perso”».

 Articolo di Michele Martino, pubblicato il 3 maggio 2017 su Pagina 99.
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