MENHIR

MENHIR

Menhir è un romanzo di formazione ma anche un viaggio alla ricerca di sé stessi. In un’epoca e in paese imprecisati,Menhir il padre e Mincia il figlio muovono i loro passi alla ricerca della Brutta, creatura mitica e misteriosa. Per Menhir è un viaggio di espiazione per il troppo orgoglio e per essersi arreso alla lussuria; per Mincia, l’avvio verso la maturità, la scoperta dei sentimenti e la fine delle illusioni. Fra paesi e avventure, il viaggio sembra non potersi mai concludere, la Brutta è inafferrabile, mentre la morte sembra l’unico sbocco all’interminabile viaggio. Giocato su più registi linguistici, il romanzo oscilla dai toni onirici e senza tempo delle favole, a pagine di introspezioni psicologiche, al romanzo di formazione, fino al finale in cui tutto sembra precipitare, per trovare nuovo respiro e dare spazio alla speranza.

Pubblico di seguito i primi due capitoli. I lettori interessati a proseguire nella lettura possono registrarsi e verrà loro inviato il seguito.

(L’immagine in evidenza riproduce un’opera di Giangiocomo Spadari)

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Capitolo 1: il prodigio

Dove si legge che Menhir, assai reputato mercante, stringe un patto con il dio dell’amore, affinché possa recuperare il suo vigore e vivere nell’ininterrotta passione dei corpi.

 

Un giorno un mercante di nome Menhir si recò dal dio dell’amore. Portava in dono quattro cavalli bianchi, ciascuno con un sacco di spezie rare e stimolanti. Giunto al cospetto del dio, il mercante disse: “Eros, magnifico e insuperabile, ho quaranta mogli, essendo ricco e potente fra gli uomini. Sono un mercante, lavoro pesante e rischioso. Certo, che anche il tuo…!! se possiamo chiamarlo lavoro…si sa come sono ingarbugliate le faccende del cuore. Ma tu sei un Dio, io solo un uomo, per giunta non più giovane. Per farla breve, ho trascorso i miei anni migliori in giro per le contrade del mondo conosciuto, d’estate e in inverno, esposto ai pericoli della strada e alle malattie. Quanti lestofanti, ladri e approfittatori ho dovuto scansare! Ad ogni mio rientro a casa, fra un viaggio d’affari e l’altro, sono uno straccio d’uomo, privo di forze, senza più alcuna voglia. Mi sfogo picchiando i servi e per un nonnulla maltratto le mogli, che anche questa è una fatica, essendo quaranta. Non sfugge alla mia malevola accidia, alla stizzosa malinconia nemmeno la favorita, creatura amorevole e devota come nessuna. Nel gineceo le mogli si pettinano, indossano gli abiti più seducenti e spargono profumi, invano. Non resta loro che contemplare i lumi attorno alle alcove, consumandosi  nell’inedia. Le più audaci, o le giovani più focose, cantano canzoni allusive alla mia porta, ma l’uscio rimane chiuso fino al canto del gallo. Eros, magnifico e insuperabile, la mia inappetenza è tale che anche una sola allusione, un doppio senso detto a tavola, uno sguardo che eccede in lascivia, mi danno nausea e un malessere generale che mi percuote i lombi, che fiacca ancora di più le mie membra, affloscia ogni orgoglio, leva ogni prurito, spegne ogni vento, affossa e seppellisce ogni proposito. Sentire quaranta donne che aspettano e sospirano, sospirano e aspettano, ora anche mugugnano e aizzano, e spettegolano anziché gemere, è un supplizio, più delle carni flaccide, più dell’insonnia insoddisfatta è …. un inferno! …Voglio che tu mi faccia un sortilegio, dio dell’amore, che mi tenga sempre con la spada in mano, la pallottola in canna, che ad ogni mio rientro lo spiedo sia sfoderato e sull’attenti, sia un bel mattarello che spiani la pasta, uno scovolo che ripulisca le canne, sturi ogni turacciolo, apra ogni pertugio.”

Il dio Eros, rimasto perplesso, scosse la barba e domandò: “che cos’è per te l’amore?”

“ Il potere dei poteri, perché tutti li domina, più del denaro, più dell’autorità, sottomette corpo e mente e innalza gli uomini verso l’eternità”- rispose Menhir.

“Che cos’è allora la donna, Menhir?”

“L’ombra dell’uomo, che sta a lui come il vento sta all’albero, quando lo stormisce, il suo cuscino notturno.”

Menhir il mercante
Menhir il mercante

Sentite queste risposte il dio Eros, prodigo con gli amanti, compì il sortilegio al di là di ogni previsione: dalle braghe di Menhir spuntò un cetriolo maturo, un manico di scopa gigante, una testa d’ariete, un affusto duro come l’acciaio, ornato da due possenti noci di cocco… oh, guerriero astato!

Menhir tornato in patria si prese un anno sabbatico da dedicare all’ardore ritrovato. Lasciò senza rimpianti le mercanzie ad ammuffire in magazzino, via libera al rosicchiamento dei topi, libera corsa a zecche e scarafaggi. L’anno iniziò con una grande festa che durò quaranta settimane. Ogni settimana una delle mogli scivolava nel suo letto e per sette giorni il mercante passava e ripassava l’attrezzo a lucidare. Nessuna scappò alla sua tagliola, ogni palla finiva in buca, ogni breccia fu aperta, ogni pacco fu scartato, il bompresso prese il vento puntuale, la brocca fu sempre piena e il flauto ben umettato mandava suoni di paradiso. Ce ne fu anche per sfamare la pica, assaporare la fava, per riempire il ciborio, tenere il pipino in gabbia e ripulire per bene tutte le chiaviche. Il palazzo risuonava dalla mattina alla sera di sospiri, cinguettii, guaiti, spasimi, tanto che i passanti, che per sottrarsi alla calura incombente erano soliti sostare all’ombra delle mura, da sparuti che erano divennero una folla, attratta dall’insolito e conturbante gorgheggio.

Ma ben presto cominciarono a verificarsi degli imprevisti.

La fama di prodigioso stallone, di montatore indefesso, di infaticabile rovistatore si diffuse in tutto il paese. Menhir non poteva uscire di casa senza che, da una finestra o dal buio di un vicolo, una donna lo invitasse con gesti licenziosi. Qualche marito, un poco preoccupato per l’impari confronto e sospettoso dell’indole o delle inclinazioni corrive della consorte, prese a guardarlo di storto. I fornitori stessi si presentavano a muso duro, le ospiti di convenevoli sollazzi presso il suo palazzo presero a diradare le visite o a presentarsi sempre accompagnate. Alcune vecchie amicizie non ressero sotto il peso dell’invidia e al suo passare per strada veniva fatto oggetto, sempre più apertamente, di velenosi commenti.

Anche il clima dei rapporti fra le quaranta mogli volse al brutto: prima amorevoli e unite da sincera amicizia, cementata dal comune destino, ora trascuravano la casa, oziando fra una monta e l’altra come giumente brade, solitarie e sciatte, senza orari o disciplina che non fosse la toilette infinita. Potevi sorprenderle adunate in crocchi a spettegolare, bisbigliare come vecchie sdentate, o ronzare come mosconi fastidiosi. Unite in combriccole licenziose per vantare prodezze erotiche, finivano poi per trascendere, litigiose come marinai ubriachi o vaiasse sfondate.

Inoltre, Menhir aveva dovuto presto adeguare il suo guardaroba alle nuove dimensioni dell’insonne compagno poiché le braghe non riuscivano a contenerlo. Indossava ora abitualmente sotto il vestito una tuta stretta e una fasciatura che dal basso ventre gli copriva tutta la pancia, proseguiva sullo stomaco e arrivava fin sotto le ascelle. In tal modo, tenuto imbrigliato, l’ospite risultava meno evidente, anche se questo richiedeva al mercante fasciature e sfasciature, arrotolamenti o maneggi prolungati e a volte dolorosi.

Dalle università e dalle cattedre più prestigiose, dai centri di ricerca più avanzati vennero poi inviti insistenti, anche se garbati, per conferenze, tavole rotonde. I più illustri clinici o, semplicemente, postulatori o ciarlatani, tutti mossi da una curiosità perniciosa, pretendevano, “per il progresso della scienza” di analizzare e soppesare da vicino, in corpore vili come si dice, un fenomeno così inusitato. Il re stesso informato del fenomeno, ponzati con i suoi consiglieri i riflessi di un simile “arnese” sugli affari di stato, sul buon nome della nazione, ecc. ecc., consultati nuovamente scribi e oracoli, nonché l’impresario del più famoso circo equestre della nazione, rigorosamente animalista, ma che disponeva di donne barbute, mangiatori di fuoco liquido e uomini bomba, pensò bene di affibbiare al mercante, unico cittadino del regno, una tassa speciale. Il governo, però, si divise sulla tassa, o meglio sul nome da dare alla tassa: chi parlava di imposta aggiuntiva sulle entrate (ma, escluse le scabrose, non si capiva di che entrate si parlasse); chi di una tassa sul rischio natalità, per far fronte, come autorevolmente venne argomentato, sul gravame assistenziale e previdenziale in caso di boom demografico. Il sottosegretario agli interni sostenne infine, ma con meno credito, trattarsi di una imposta per l‘occupazione di spazio pubblico, conseguente alla folla perennemente stanziata davanti al palazzo del fenomenale mercante. “A quale affare non si aggrappano i politici pur di spillare denaro”, fu il commento generale. Alcuni negoziati concorrenti di Menhir e affaristi di pochi scrupoli presero poi a vendere falli in creta o di caucciù, con una vasta gamma di colori e dimensioni, stampigliando sulla parte bassa, verso la radice del coso, il nome del mercante, che così venne universalmente conosciuto come Gran Cazzone, da Menhir che era.

Disperato il mercante ritornò da Eros che impietosito gli indicò la maniera per liberarsi dell’incantesimo: “Dovrai biblicamente conoscere la più brutta donna del regno! Porterai con te uno dei tuoi figli affinché capisca cos’è il bene e cos’è il male”. Fattosi chiarire a cosa intendeva esattamente alludere il dio con il termine “biblicamente”, il mercante si rassegnò alla ricerca della più Brutta da conoscere. Svendette rapidamente le merci non scadute del magazzino, poi chiamò il fabbro di fiducia per cambiare le serrature del palazzo. Affidata alla concubina prediletta l’ordinaria vita della casa, chiamò a sé il primogenito Mincia, prediletto e devoto anche se esaltato dai troppi libri, lo esortò ad accompagnarlo per un viaggio imprecisato: “vedrai tante cose e tanta gente, con loro crescerai e capirai che la vita non è solo quella che hai immaginata fino ad oggi sui libri: la pratica vale più della grammatica!”. Si allontanarono che albeggiava sulle stesse strade che il mercante aveva percorso tante volte, ma con ben altro animo.

     Capitolo 2: Il viaggio

Dove principia il viaggio alla ricerca della Brutta, si discute attorno alla bruttezza e si elogia quella delle  donne.

Si narrava, ma da così tanto tempo che ogni resoconto sfumava nell’incertezza, che in una certa parte del regno, in una terra arida e inospitale- un cuneo d’ombra e pietre percorso da umani inselvatichiti- vivesse una donna il cui corpo s’era disfatto in una enorme obesità, piena di piaghe infette; la cui pelle mai aveva conosciuto acqua; i cui capelli, prima di cadere come le spighe sotto una grandinata, mai avevano conosciuto una spazzola;  i cui denti erano caduti uno dopo l’altro in una sola stagione come presi da una brinata; le cui gote erano ruvide come carta vetrata, fin dall’età in cui dolci sono le carezze e piacevoli i sollazzi. La chiamavano la Brutta.

“Nomen è omen”, si disse il mercante, un poco sollevato dall’idea che un così triste primato lo rassicurava nei confronti del volere del dio. Il quale era stato perentorio: la più brutta, aveva ripetuto, altrimenti non vale. Già, ma quale…. con tutte le donne brutte che circolano!…un ago in un pagliaio, aveva pensato Menhir davanti al dio, preso da sudore freddo. Ma giacché la più Brutta sarebbe stata tale per pubblico riconoscimento, per conclamate attribuzioni, Menhir si era tranquillizzato.

“ Un colpo un morto, caro Mincia”, proferì ad alta voce, ma il figlio, che faceva il verso alle gazze e alle cornacchie che schiamazzavano nel folto degli alberi, non diede segni di capire. Raramente usciva da palazzo e quello che vedeva era così nuovo da elettrizzarlo.

“Vado a colpo sicuro”, borbottò Menhir fra sé e sé, prendendo a calci i ciottoli della strada, che in quel punto cominciava a salire fra due ali di granturco e erba medica.

“Ti immagini, Mincia, dovermele passare tutte, una per una, alla cieca. Bruuuhh… Un poco come Cenerentole alla rovescia, a prendere misure, ma non di piedi… tu mi capisci?

“No, padre, capisco solo che siete preoccupato… ma non ne so il motivo. Per dircela tutta non so nemmeno il motivo di questa levataccia”, concluse Mincia sbadigliando.

“Già… già. Vedi, in fondo è come un gioco, sai di quelli in cui si tratta di indovinare…”

“Un rebus, una sciarada… e per risolverla dobbiamo fare i pellegrini?”

“No, no! Si tratta di trovarne fra mille una sola, quella giusta, quella predestinata. Una donna, insomma,  questo dobbiamo cercare”

“Ancora!, ma ne ha già quaranta, non le bastano…?”

“Ma no!, quelle non c’entrano, una sola ora mi importa!

“ Sì, ma quale, sono tante, giovane o vecchia, bella o brutta.. ?”

“Bravo! Proprio di brutta, si tratta. Anzi, c’è una complicazione: deve essere la più brutta di tutte, ma brutta, brutta, senza possibilità di sbaglio ”

Mincia si arrestò all’improvviso, il viso perplesso, poi aggrottata la fronte domandò: “ sì, ma chi lo stabilisce? A gusto e opinione ognuno è campione.”

“Come chi? La voce prevalente, la gente, tutti insomma! La più brutta ha come un primato, una nomea che la insegue, che gli sta appiccicata come una etichetta ad una bottiglia,… o no?

La domanda non ebbe risposta, sembrò dileguarsi nell’ombra rappresa fra le canne ondeggianti di un brolo nel cui rivolo saltavano allegri dei ranocchi. Mincia stava solo riflettendo, infatti dopo una lunga pausa di silenzio disse:” Ora capisco perché sono sempre stato attratto dalle ragazze brutte. Me ne sono vergognato, accidenti, e invece no! Folate di fiato rappreso dal freddo mattutino avvolgevano Mincia facendolo simile ad un cavaliere che avanza fendendo la nebbia. Con voce rinfrancata, quasi baldanzosa riprese: “ Avevo ragione da vendere nel trovare le belle simili a piattole leziose e banali. Le brutte mi hanno sempre dato un brivido. Anzi più brutte erano più mi attraevano. Non l’ho mai confessato a nessuno, padre, temendo di essere incompreso, o peggio. Invece avete ragione, accipicchia! La bruttezza è un po’ come l’etichetta di una bottiglia di pregio, magari se invecchiato ancora meglio. E’ solo lì che senti profumo di donna, intravvedi ardori, pregusti caratteri focosi, non nelle belle sciapite, incolori, prive di imperfezioni, che detestano la vita in quanto sciupa, la maternità perché fa venire le smagliature o il pianto ché arrossa gli occhi. Fra loro passa la stessa differenza che c’è fra l’esplorazione di una terra sconosciuta o quella del cortile di casa”

Mincia
Mincia

“Ben detto, figliolo!” L’esternazione sorprendente del figlio aveva rinfrancato non poco Menhir, al quale il freddo del mattino e la camminata avevano rischiarata la mente, alleggerito un certo peso sul cuore, ma appesantita la vescica. Si avvicinò al lato della strada e iniziò complicate manovre per sfasciarlo, poi come sorreggendo un neonato afflitto dalla diarrea, aprì le gambe  e grugnendo urinò. Il getto d’urina prima asperse una pianta di ortiche, poi centrò una pozzanghera. Il rigagnolo fumante si perse nell’acqua fangosa. Mincia dapprima fu preso dalla curiosità di constatare delle portentose dimensioni di cui si favoleggiava, ma l’innato pudore lo fermò. Appagato il bisogno, con tono accademico e compiaciuto Menhir riprese:  “Qualcuno dovrà scrivere l’elogio della bruttezza, la quale un merito ha indiscusso: col tempo può solo migliorare, al contrario della bellezza, destinata a sfiorire per tramutarsi in una bruttezza di risulta, di seconda mano. Per fortuna nel regno, come sai Mincia, abbiamo la Brutta che più brutta non si può, una vera primatista, una che non teme rivali in quanto a deformazioni orripilanti, repulsioni e schifezze. Torniamo quindi a bomba, come si dice, gambe in spalle e scoviamola ‘sta Bruttona”.

Mincia, le palme delle mani in avanti e rivolte a terra, rallentò, al contrario, il passo  : “adelante, adelante… padre: chi mai può essere sicuro? Il mondo è fatto di parole e le parole sono il mondo”

“Cioè?, replicò Menhir, infastidito.

“Ma, padre, lo sapete anche voi.. di Brutte si vocifera come per l’orco cattivo, argomento di osteria o di filastrocche. Chi l’ha vista qua, chi là; qualcuno si vanta di averla rincorsa a sassate, perché somiglia ad un cane pastore. Chi di averci fatto merenda insieme sotto un albero nella sbandata del temporale, mangiando solo lumache vive, pur prediligendo lei i vermi con la loro terra intorno. Chi dice che la vera Brutta è alta e bruna, come una canna rinsecchita fra i calanchi, che non parla ma sibila come una serpe, mentre raccoglie a colpi di becco pietruzze e sementi, come farebbe una gallina. Marco, il fabbro, spergiura, fra un colpo e l’altro del maglio, di avere conosciuta la Brutta bambina, già allora inguardabile, nanetta con un gran testone, tonda come una palla di grasso lievitato, e riferisce sulla Brutta aneddoti mirabili. Nella contrada di Finestella si racconta di quando la Brutta scese dalle montagne, irsuta e silenziosa come un lupo, gli occhi bruciati, l’alito che sapeva di funghi marciti. Vagò per il paese fumando il sigaro, rubò le elemosine dalla chiesa e si volatilizzò nella notte, inseguita dal furioso ringhiare dei cani. Il traghettatore di Bellorio, Alek il rosso, sostiene che la Brutta è una donna di fiume, tutta nodi e risacche, con una pelle squamosa che sa di acqua morta e le poppe enormi ricamate di verde. Padre.. – e qui nella voce di Mincia risuonò una arguta sottolineatura- quando una cosa è troppe cose, finisce per non esserne nessuna,  se mi è permesso…”

Il mercante ammutolì, incerto d’occhio e di piede, irrisoluto: “ma allora, non mi resta che….”

“ E’ una ruota, padre, prima o dopo il numero giusto esce, ma i tiri sono tanti…  Diciamo che abbiamo la certezza matematica, questo sì, è indiscutibile!

“Prima o dopo il buco sarà quello buono. Bella prospettiva, mi dai, Mincia ….”

“La prospettiva della scienza, gran bella veduta d’insieme, forse poco attenta al particolare, men che meno agli effetti di ogni giorno. Il bilanciere è a posto, la molla pure, ma l’orologio non va! Succede a molti studiosi, a quelli con la testa lucida, le barbe incolte e le mani morbide: vanno per congetture e non sono contenti se ogni legge, ogni assioma non siano confutati da altri. Cosa che crea una certa confusione.”

“Ma quale confusione, che vai dicendo! è tutto chiaro, ahimè:  qui il rimedio si preannuncia peggio del male. Sono rovinato!” si lamentò Menhir, lasciandosi cadere sopra un sasso, ancora ricamato dalla rugiada notturna. Inaspettatamente lo invase una rilassatezza generale, chiuse gli occhi, il mento schiacciato sul petto. Nel silenzio della campagna, appena interrotto dai primi risvegli degli animali, il mercante stava per trovare una sospensione ai suoi crucci, quando Mincia, tossicchiando delicatamente e avvicinandosi al padre, quasi bisbigliando tra di sé, riprese:

“ Padre, poi c’è un problema non tanto di grado, ma di qualità”

“Eh, ma cosa bisbigli, cosa stai ad arzigogolare ancora..?”

“ Il dio non ti ha detto di quale bruttezza parlava?”

“Come quale bruttezza? Brutte, brutte come possono esserlo gobbe, sciancate, deformi, mutilate, ecc, ecc. Che ne so, una vale l’altra” replicò il mercante al figlio, indispettito per l’insistenza.

“Come immaginavo, questo complica…..”

“Cos’è che complica?”

“C’è un altro tipo di bruttezza, padre, forse peggio di quella che si vede, c’è la bruttezza di dentro, quella morale. Così come si è sciancati, deformi, mutilati fuori, altrettanto si può esserlo dentro, anzi peggio!”

Menhir granò gli occhi. Prese a sudare. Poi capì che il figlio aveva ragione. Quanti ne aveva conosciuti di costoro, girando per le piazze, i mercati, i palazzi dei ricchi. Quanti lestofanti, ladri, imbroglioni, per non dire degli ubriaconi violenti, dei sadici ed aguzzini, al servizio di ogni causa, purché nefasta. Menhir si allentò il colletto e sentì all’improvviso una gran sete. Era stato impulsivo con il dio, avrebbe dovuto chiarire, precisare e non trovarsi adesso lì, col culo per terra, senza idee a tanta incertezza nella testa. Chi prima non pensa dopo sospira…. Menhir sentiva dentro di sé crescere una rabbia che, anziché esplodere, lo schiacciava in uno stato di impotenza che non aveva mai provato, nemmeno quando, prostrato da quella maledetta debilitazione, spinse i suoi passi verso Eros per l’insana richiesta. Solo Lui, il guerriero astato, l’oggetto del desiderio, restava incombente, turgido e presente sotto la tunica e le fasciature contenitive Lo sentiva pulsare come una bestia in letargo, in particolare ora che stava accasciato sulla pietra. Un lumacone viscido aggrappato alle sue trippe e pronto a espandere testa e corna. Lo sentiva come un corpo estraneo, come una presenza maligna. Se avesse potuto lo avrebbe strappato a morsi da sé, per poi tornarsene a casa, ai suoi affari. Menhir rivolse lo sguardo alla strada percorsa, intravvide in basso, fra la foschia mattutina nella pianura rischiarata, gli edifici più alti, le cupole, o almeno gli parve. Per un istante il vento, ora intiepidito dal sole, sembrò accompagnare il suono di una campana. Gli venne un nodo alla gola, sentì forte la voglia di ritornare sui suoi passi e gli si inumidirono gli occhi. Mincia capì. Distolse in silenzio lo sguardo dal padre, poi imbarazzato riprese a camminare là dove la strada perdeva ogni segno di passi per diventare ignota, senza voltarsi, senza sapere se il padre lo avrebbe seguito o meno. “Questo è il momento in cui ognuno è padrone del suo destino”- pensò Mincia, assestandosi il bagaglio sulle spalle. Poi si disse: “Bella storia sarebbe che, partiti in due, l’accompagnatore divenisse viaggiatore solitario”. Si mise poi a fischiare, per farsi coraggio e ricacciare la fame che, già brontolando vorace, gli apriva un buco nello stomaco.

 

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