MEYER: PROTEGGERE I BAMBINI IN TUTTO IL MONDO

Have we lost our humanity?. Questo è l’interrogativo che campeggia nell’ultima copertina del Times.

Il prof. Gianpaolo Donzelli me la mostra sconsolato. Sulla copertina compare la foto straziante dei corpi di quattro bambini, composti alla meglio, irrigiditi dalla morte in pose quasi fetali. Sono le ultime, piccole, innocenti vite spezzate dalla guerra di Assad in medio oriente.

“Queste immagini sono un brusco risveglio alla realtà. Più che paura, noi che stiamo nelle nostre comode case- per usare le parole di Primo Levi- dovremmo sentire vergogna.”

Il prof. Donzelli è ordinario di pediatria all’Università di Firenze e presidente della Fondazione Meyer, dove ci troviamo. L’ospedale Meyer, inaugurato nel lontano 1891 è una delle strutture più avanzate al mondo in campo pediatrico. La Fondazione nasce nel 2000 per supportare l’ospedale nell’attività di comunicazione, marketing e raccolta fondi, per migliorare l’accoglienza a malati e famiglie, per sviluppare iniziative di ricerca a carattere scientifico e rapporti di collaborazione in tutto il mondo.

Professore, avete accolto piccoli profughi malati o feriti, in questi anni?

“Sì, lo facciamo, quando l’intervento di una struttura come la nostra è necessaria. Oltre allo staff medico abbiamo mediatori culturali, psicologi, animatori, momenti comunitari il cui obiettivo e agevolare la ripresa del paziente, l’affiatamento, ma soprattutto stimolare la risposta psicologica ed empatica per accelerare la guarigione”

Come reagisce, prima che come medico come uomo, di fronte a questi poveri ammalati?

“Io non riesco, anzi non voglio assuefarmi. Dov’è la nostra umanità ci chiede il Times, a  cos’è ridotta? La cronaca di tuti i giorni ci parla del fenomeno degli immigrati e dei troppi morti per fame, sevizie o annegamento, lungo il calvario di questa strada della speranza che è il nostro Mediterraneo. Le professioni di chi si occupa della salute sono oggi di frontiera, esposte quindi a nuove complessità e rischi sconosciuti ad altre.

Azienda Ospedaliera Universitaria Meyer. Pet therapy. ©Dario Orlandi per AOU Meyer.

Non potevamo rimanere indifferenti, né inerti, anche stimolati dagli esempi di altruismi, quando non di abnegazione, offerti da uomini e collegi a noi vicini, come il medico lampedusano Pietro Bartolo. Cerchiamo di fare il nostro dovere, di mettercela tutta, con la coscienza ognuno farà i conti dopo…”

Torniamo ai malati, a quelli gravi, a volte ad esito infausto. Con le famiglie come vi comportate?

“In primo piano sta il rapporto con i familiari dei pazienti e il loro pieno coinvolgimento nel percorso di cura. La cura include organicamente tutte le metodiche che l’approccio dalle medical humanities ci suggerisce. Ai famigliari assicuriamo l’accoglienza in nostre strutture dedicate, un colloquio costante di informazione e partecipazione e tante altre cose ancora” .

Mi faceva cenno prima anche a tecniche organizzative interne che mi mirano al miglioramento continuo dell’offerta sanitaria…. 

“Le strutture ospedaliere, a fronte di una crescente domanda, hanno il dovere di essere più efficienti ed efficaci, cioè fare di più e meglio quello che fanno. Il lavoro in équipe, una linea corta di comando e chiara nella responsabilità, la comunicazione organizzativa appropriata, sono essenziali. Da anni oramai presentiamo nel corso dell’accontability day il bilancio sociale, che non è solo il segnale di un’esigenza crescente di partecipazione degli operatori dell’A.O.U. Meyer e dei cittadini alla vita della Fondazione, ma diviene un potente strumento di allargamento del consenso sociale e di efficace diffusione del ruolo assolto per la collettività. I numeri parlano da soli: la Fondazione riceve ogni anno 9 milioni di euro dai benefattori, mentre 155 mila contribuenti ci destinano il 5 per mille”

Una delle sue ultime iniziative di sviluppo delle attività della Fondazione è stata la creazione del Centro studi Mayer. Che cos’è?

“Il Centro Studi della Fondazione nasce il 20 maggio 2015 con l’obiettivo di sviluppare, con e per l’ospedale, tematiche di crescita ed approfondimento culturale sul tema del bambino e della famiglia. Il suo fine è quello esprimere, sviluppare e promuovere attività culturali, nel campo delle arti visive e letterarie che affianchino e qualifichino l’attività della Fondazione fornendo all’Ospedale uno stimolo di riflessione e crescita. Questo ci ha permesso di allargare molto la nostra ottica, comprendo negli aspetti della cura elementi dal carattere non solo riparativo, ma più spiccatamente prevenzionale.”

Infatti, le nuove ricerche e gli studi sul benessere includono sempre più aspetti psicosomatici ed emozionali. Oggi le parole prevenzione e educazione alla salute possono trovare alleati insospettabili.

“Certo, il benessere così come inteso dall’OMS è qualcosa di ben più complesso che l’assenza di malattia. Lo stesso Istat, col suo indice BES, da tempo monitora l’insieme dei fattori socio-culturali, ambientali e di reddito che, com’è oggi comunemente accettato, hanno diretta influenza sull’insorgere delle patologie e sul loro decorso. Certo, il medico da solo non può incidere su tali fattori, ma deve conoscerli e con l’aiuto di altre figure professionali, tenerne conto. L’ottica è insomma cambiata. Anche in questo caso è in gioco la nostra sensibilità storica all’evoluzione della sofferenza e della malattia, che implicano sempre più capacità di ascolto, di vedere il malato e non la malattia, di offrire prestazioni sempre più personalizzate, coerenti con il vissuto personale e le legittime aspettative.”

E il progetto Bambini nel mondo?

Va avanti, ovunque c’è un bambino che soffre ci deve essere chi se ne prende cura. Abbiamo rapporti e collaborazioni in diversi continenti e nelle aree più svantaggiate. Scambio di esperienze, supporto e attività formativa del personale in loco, ecc.”

Da un paio d’anni lavorate con artisti, pittori e letterati, soggetti inediti per un ospedale. L’abbiamo vista sul palco con la Elisabetta Sgarbi…

“Ah,…lei allude alle iniziative che abbiamo preso in collaborazione con la Milanesiana, manifestazione ideata e gestita dalla Sgarbi. La Fondazione Meyer ha ritenuto di inserire nei suoi programmi di sviluppo, la collaborazione di interlocutori qualificati nel campo delle scienze umanistiche e, in particolare, della letteratura e dell’arte. La convergenza è stata naturale. Non dimentichiamo che siamo a Firenze e operiamo in una realtà regionale e cittadina naturalmente portate per l’arte e storicamente all’avanguardia nel culto del bello e di tutto ciò che di spirituale è offerto per l’edificazione della persona. Ma già prima avevamo lavorato con la Fondazione Collodi e col tenore Andrea Bocelli”.

Com’è stato visto l’irrompere sulla “scena”, al posto o accanto ai camici bianchi, di artisti e pittori?

“Molto positivo. L’esperienza del 2016 con Eduard Carrey lo scrittore-pittore americano che ha esposto le sue opere ed è stato nostro ospite per una settimana è piaciuta. Come preannunciato, il diario di quell’esperienza, a contatto con i ricoverati e le loro famiglie, sarà alla base del libro che Carrey sta scrivendo e motivo di riflessione per noi quando lo leggeremo. Il 20 giugno 2017, giornata mondiale del migrante, abbiamo presentato a Palazzo Medici Riccardi in Firenze la mostra dell’artista Giovanni Iudice dedicata proprio al tema col quale abbiamo aperta la conversazione, quello dei rifugiati e dell’immigrazione.”

Crede anche lei nel potere corroborante e terapeutico dell’arte?

Visita ai malati dei nazionali di calcio. Si distinguono Buffon, Balotelli e Cassano

“Il potere liberatorio, consolante, distensivo se non sempre rasserenante, che l’arte riveste è troppo noto e commentato da sempre. Creatività e salute, è un binomio che io credo sia inscindibile. Ecco perché chi si occupa di malattie e malati non dovrebbe mai dimenticare che della malattia individua (forse) i segni, mentre il malato è lì – davanti alla sua coscienza di uomo e professionista- con le sue paure e le sue speranze, con un progetto di vita che va indiscutibilmente ben oltre la malattia che porta. Mi tornano allora alla mente le parole di Albert Camus: “creare è dare forma al proprio destino”. I nostri ragazzi malati, a contatto con gli artisti, le forme dell’arte e del bello sono aiutati a recuperare serenità, a sperare e impegnarsi per dare al proprio destino la forma agognata del benessere e della libertà interiore. Magari inconsapevolmente, magari indotti, magari suggestionati, certamente presi nel profondo, perché l’esperienza estetica, la parola scritta, non parlano dalla superficie delle cose, ma partono dal cuore e arrivano al cuore. Chissà che un domani, da adulti, questi nostri ragazzi non possano dire, parafrasando Montaigne, che “non sono stato io a fare la malattia, ma la malattia ha contribuito tanto a fare me”.

 

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