MI PIACE SENTIRMI SEMPRE FUORI LUOGO

LA LEGGENDA DEL CINEMA INDIPENDENTE USA JONAS MEKAS RICORDA L’ITALIA, IL SUO DEBITO PER ROSSELLINI, PASOLINI, ANTONIONI, E PER MORAVIA CHE RECENSI’ IL SUO PRIMO FILM- QUANDO ACCOMPAGNO’ FELLINI PER NEW-YORK- “SONO POSSEDUTO DAL CINEMA, NON RIESCO A LIBERARMENE, MORIRO’ CON UNA CINEPRESA IN MANO”. 

“Ero seduto lì, sulle sponde di questo silenzioso lago del New England, guardando attraverso l’acqua, e ho quasi pianto. Ho visto me stesso camminare con mia madre in mezzo a un campo, la mia piccola mano nella sua, e il campo bruciava del rosso e del giallo dei fiori, e potevo sentire tutto come allora, come in quel luogo, ogni odore e colore e il blu del cielo… Ero seduto lì e tremavo con il mio ricordo.” (J. Mekas, I Had Nowhere to Go)

 

Jonas Mekas è una leggenda del cinema indipendente, fondatore del New American Cinema nel 1960 e creatore dell’Anthology Film Archives, una mecca dell’avanguardia artistica, ricca di libri, periodici, manifesti, lezioni, interviste, locandine, materiali audio e video. Nonostante i 93 anni, l’artista ha iniziato a sperimentare i linguaggi audiovisivi online nel 2005, diventando una webstar dell’arte contemporanea prima di tutti gli altri. Mekas è nel suo abito da lavoro, la tuta blu degli operai francesi, con un cappello da marinaio: è di origini lituane, da ragazzo è stato internato dai nazisti in un campo di lavoro forzato perchè protestante. «Dopo la guerra sono stato con mio fratello Adolfas in un campo profughi per 5 anni». 

Come mai così a lungo?

«Non potevamo tornare in Lituania, che era sotto l’occupazione sovietica. Io andai prima ad Amburgo, poi a Wiesbaden, quindi a Kassel, in Germania, da 1945 al 1949».

Come è arrivato in America?

«Non volevo andare in America, volevo andarmene dal campo e l’unico modo era accettare un lavoro in una panetteria di Chicago. Ma quando mio fratello e io sbarcammo a New York decidemmo di restare a Williamsburg, da un amico. Racconto questa storia in un libro intitolato I Had Nowhere to Go».

Quando iniziò a lavorare per il cinema?

«Andavamo al Museum of Modern Art and Film Societies dove proiettavano film al di fuori dei circuiti commerciali. Abbiamo visto Il gabinetto del Dr. Caligari, molti dei primi film muti e le avanguardie francesi e tedesche, autori come Jean Epstein, Hans Richter, Fernand Leger, Marcel Duchamp. Poi mio fratello e io comprammo una cinepresa: eravamo molto uniti ed entrambi amavamo il cinema. Cominciammo a filmare a Williamsburg, le strade, la gente. Era una zona di immigrati lituani e noi documentavamo la loro vita. Cominciai a scrivere per Intro Bulletin, un mensile di arte. Poi, alla fine del 1954, con mio fratello cominciai a pubblicare Film Culture magazine, e nel 1958 a scrivere per il Village Voice».

E i suoi film?

«Girai il mio primo film nel 1951 e fu presentato al festival di Porretta Terme in Italia, s’intitolava Guns of the Trees. Lo recensì anche Alberto Moravia, a cui piacque molto. Nel 1959 organizzai il New American Cinema Group, che raccoglieva una trentina di registi e nel 1961 la Film-Makers’ Cooperative: c’erano John Cassavetes, Lionel Rogosin, Robert Frank, Gregory Markopoulos, Jerome Hill, io stesso e altri. Mandammo una grande mostra itinerante a Torino e a Roma. A Roma ogni giorno arrivava Pasolini».

Chi sono i suoi autori preferiti?

«Troppi per elencarli tutti e diversi per provenienza, stili e generi. Michelangelo Antonioni era onesto e sincero e film come La Notte e L’Avventura mi sono piaciuti molto. Rossellini era interessato alle produzioni a basso costo e ai metodi di distribuzione. Fui la guida di Fellini a New York. Lo portai a Coney Island e ad Harlem. Jean-Luc Godard non era tra i miei preferiti. Mi sono piaciuti Fino all’ultimo respiro e Pravda ma poi è diventato pretenzioso e politicamente confuso».

Era amico di Salvador Dalí?

«Nei primi Anni 60 lavorammo insieme. Lui faceva teatro estemporaneo in strada e io lo filmavo. Era molto simpatico. Aveva un grande senso dell’umorismo ed era un grande attore, recitava sempre, in ogni momento della vita».

Che genere di cinema le piace?

«Tutti i film, tutte le antologie, le abbiamo tutte agli Anthology Film Archives. È una fondazione no-profit. L’ho creata io ma appartiene alla gente. È aperta al pubblico ogni giorno ci sono due teatri sempre aperti».

Jonas Mekas in una foto di Annie Collinge per The Observer

New York è interessante per il cinema?

«È la città più coinvolta nelle arti e si trovano tutti i tipi di cinema, non solo le produzioni commerciali».

Cosa ne pensa delle nuove tecnologie? Alla Biennale di Venezia lei ha portato la sua nuova esposizione The internet saga

«Io non giudico i cambiamenti, ne prendo atto. È diverso il modo di muovere le immagini, ogni tecnologia porta a nuovi concetti. Con i video si possono fare cose impossibili. Io filmo solo la vita reale, quello che mi circonda, come se tenessi un diario. Nel 2007 ho fatto un breve film al giorno, 365 in tutto, e li ho pubblicati sul web».

E suo fratello Adolfas?

«Ha fatto cinque film. Uno, Hallelujah the Hills, è molto noto ed è stato presentato a Cannes, poi è diventato docente al Bard College. Purtroppo è mancato, quasi cinque anni fa».

Lei è sposato, ha dei figli?

«Ho una figlia, Oona, attrice e regista e lavora a Los Angeles e un figlio, Sebastian, laureato in matematica a Pechino e ora studia linguistica. Mia moglie è un’ottima fotografa».

A 93 anni si occupa ancora di cinema?

«Sono posseduto dal cinema, non so perché. È stato deciso dagli angeli. Io credo agli angeli e alle muse, era l’idea dei greci, entrano in te e non puoi resistere. La musa del cinema mi tiene e non posso liberarmene».

È stato influenzato dalla pop art o dalla musica?

«Non ne sono stato influenzato ma ho contribuito a creare il fenomeno. Penso di aver aiutato i Velvet Underground ai loro esordi. Avevano iniziato a provare alla Film-Makers’ Cinematheque. Il mio loft è stato la scuola di cinema di Andy Warhol, è lí che ha imparato, è un grande regista».

Come diventò amico di John Lennon?

«Lo incontrai nel 1971 grazie a Yoko Ono, che avevo conosciuto nel 1966. In seguito quando lei volle venire a New York, le diedi un lavoro al Film Culture Magazine in modo che potesse ottenere la residenza, e siamo ancora amici. Penso che sia una grande artista».

In che mondo viviamo?

«Siamo in un periodo di transizione. Potrebbe essere paragonato a quanto è scritto nella Bibbia sulla Torre di Babele. Nessuno capisce l’altro, nessuno vuol avere a che fare con l’altro. Pochi dedicano un pensiero a Dio. Lo abbiamo dimenticato. Non seguiamo più nessuno dei Dieci comandamenti. Stiamo distruggendo la terra. Gli inca e gli aztechi distrussero la loro terra e quando diventò un deserto andarono altrove ma quando avremo finito di distruggere la nostra non ne avremo un’altra a disposizione. Ogni disastro che ci accade è colpa nostra e quindi non possiamo lamentarci. In ogni caso la terra sopravvivrà. Io ripeto solo quello che scrisse Jakob Böhme nel 16° secolo. Tutti dovrebbero rileggerlo oggi, e anche gli scritti del grande sufi Ibn ’Arabi».

Ha nostalgia dell’ Europa? Si sente ancora un profugo?

«Mi piace sentirmi fuori luogo, ogni volta che posso. Un posto per me oggi non è solo un luogo geografico. Abito luoghi spirituali e sono altrettanto e forse più reali dei luoghi geografici. E ce n’è un gran numero dove sto cercando di passare un po’ del mio tempo».

È credente?

«Credo nella vita spirituale, ma è così complessa e indefinibile che non sarò mai in grado di capirla pienamente. Ci provo. È tutto quello che posso fare».

La spaventa il fanatismo?

«È la tragedia dell’umanità».

Intervista di ALAIN ELKANN Traduzione di Carla Reschia

 

 

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