PARIGI, GEOGRAFIA DELLA MEMORIA

PARIGI DOPO I MASSACRI – UNA CITTA’ AL TRAMONTO O SOLAMENTE L’ABBASSARSI DELLE LUCI PRIMA DELL’ALBA?- L’ANTICA VITALITA’ CHE HA FATTO SOGNARE IL MONDO E’ FUGGITA DALLE SUE STRADE, OPPURE LA GEOGRAFIA DELLA MEMORIA AVRA’ LA MEGLIO E LA BELLEZZA RISORGERA’?

 

 

A Parigi la contemplazione si fa solo in strada: seduti per ore, immobili davanti ad una birra o a un calice di vino, aggrappati a minuscoli tavolini, confusi fra la folla di sfaccendati e perdigiorno multietnici.

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Ernest Hemingway

Hemingway scrive che passa il tempo a contemplare la corrente della Senna, forse riflettendo sul panta rei oraziano. Ma qui, ora?

Nel gennaio del 2015 c’e stato il massacro alla redazione di Charlie Hebdo, il 13 novembre la strage del Bataclan, nel luglio 2016 quella di Nizza. Sempre a luglio in una chiesa a Saint-Etienne-du-Rouvray in Normandia viene sgozzato durante la messa un prete.

L’aria è pesante, la sorveglianza delle forze dell’ordine anche, i turisti sono visibilmente calati.saintgermainedespres

Scruto le facce, per quanto lo permettano le lunettes  enormi o i cappellacci calati sul viso. Alcune sono interessanti, vissute, senti che dietro c’è una storia, ma sono facce chiuse, quasi cliché raggelati. Non dànno confidenza, ti senti un postulante solo a chiedere permesso di passare.

Sotto un ombrellone un vecchio sbuffa, settantino, sudato, la panza tremolante, forse diabetico, forse americano, abito di lino bianco liso dall’uso. Accanto una ragazza, forse la figlia, forse anoressica, fuma annoiata e silente, sembra non notare nulla, il tempo non passa per lei. Le altre coppie posano accanto come per caso, sguardo fisso in avanti, l’impressione è che si ignorano, magari non è così. Stare lì risponde forse ad una segreta complicità, ad un’intesa così profonda che sfugge  a chi passa. Ma!..  

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Bistrot a Saint Germaine de Prés- Foto tratta dal sito Nonsoloproust.wp.com

Passerà la paura, torneranno i turisti, la vita riprenderà e Parigi tornerà Parigi.

Ricordo Parigi come città aperta, una sorte di enclave in cui la pausa si fa contemplazione, l’atto di osservare un’indagine sul mondo, il silenzio si fa più eloquente della parola.

Mezzi toni, mezze luci, un procedere ordinato, espressione di uno stile piuttosto che di una regola, un fare un pò disincantato che rasenta la noia e, a volte, il disimpegno. Città di flâneurs… già i flâneur…

Come tradurre in italiano una parola che è la sintesi di una condizione esistenziale?

 

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Vetrina di bv. Hausserman. Foto tratta dal sito nonsoloproust.wp.cm

 

Il modello letterario nostrano più prossimo ce lo fornisce Piero Chiara, grande estimatore del romanzo francese e memorabile traduttore, appunto dal francese, della Histoire de ma vie di Giacomo Casanova.

I protagonisti degli scritti dello scrittore di Luino fanno, appunto, flanella, con ciò intendendo un ozioso, sfaccendato e cinico sguardo sul mondo.

Qualcosa di simile ai vitelloni felliniani, con la variante che in Fellini c’è il desiderio frustrante di rompere l’orizzonte provinciale, quando per Chiara la provincia è ancora un comodo ed accogliente rifugio.

Ma ambedue le versioni sono, appunto, topograficamente ed esistenzialmente distanti dal modello di flâneur, che invece si colloca indubitabilmente nelle metropoli.

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Herry Miller con Anain Nin

Come scrive Benjamin, il flâneur è un bohémien, un déraciné, uno che non è più a suo agio nella sua classe sociale, ma è a suo agio solo nella folla, cioè nella città, nella grande città commerciale; la sua casa è il marciapiede, il grande magazzino, i passages, dove la città passa e vive promiscuamente.

Il flâneur è il borghese che la modernità ha espulso dalla sua classe e che trova rifugio nella folla, dove si mischia e confonde, covando dentro un pathos di ribellismo impotente. Questo apparente chiamarsi fuori è forse la condizione necessaria al flâneur per interpretare il segno dei tempi senza subirli, per immunizzarsi da capricciose mode.

Allo stesso modo Parigi rimane fedele a se stessa, città libera per eccellenza, metabolizzando i passages, gli interieurs, le esposizioni universali, ben prima che la crisi della borghesia mercantile europea li trasformi in rovine

Il fascino che Parigi esercita sugli artisti trova origine in questa libertà, che sa conservare anche nei momenti collettivi più drammatici, anche in guerra.

 

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Salvator Dalì

 

 

Nei primi decenni del ‘900 agli artisti che vi dimorano, cui non sempre sono risparmiati i morsi della fame, sono condonate, in parte, le angustie e gli orrori di guerre sanguinose, le paure dell’imminenti catastrofi totalitarie.

Nel suo ultimo libro Mezzanotte a Parigi (editore Garzanti, euro 25) Dan Franck, racconta la vita di filosofi, scrittori, artisti, gente dello spettacolo che hanno vissuto a Parigi durante l’occupazione nazista, iniziata nel giugno del 1944. Tutte le loro storie si intrecciano, come dice Franck, in uno di quei momenti memorabili in cui la Storia, con la esse maiuscola, trasforma le biografie in romanzo.

I nomi che si incontrano nel libro di Franck formano un firmamento di prima grandezza. C’è il filosofo Walter Benjamin, Albert Camus, André Malraux, Jean-Paul Sartre con Simone de Beauvoir, l’autore del Piccolo Principe Antoine de Saint-Exupéry, Jean Gabin, Jean Renoir. Altri ancora, ricordati anche nel mio libro Cartoline da Parigi, fra essi Ferdinand Céline, Jean Cocteau, Coco Chanel. Girovaga per Parigi Pablo Picasso. Guernica, esprime la partecipazione del pittore al dolore per i morti del paese basco e sublima mirabilmente l’evento bellico, ma non altera in nulla la vita del pittore con i suoi turbolenti amori, i tradimenti, i figli legittimi o meno. Non si vede, nei bistrò o nelle brasserie parigini, abituali ritrovi degli artisti, Salvator Dalì, volato a New York nel 1940; manca anche Joan Mirò tornato in Spagna proprio in vista dell’invasione tedesca. Nello sguardo di costoro non c’è cinismo, forse lo scetticismo di chiamarsi fuori, certo l’indifferenza del flâneur.

 

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Alla guerra- in questo caso quella spagnola- si partecipa al massimo come corrispondente di un giornale, come fa Ernest Hemingway, che arriva a scrivere: “Viva Madrid, la capitale della mia anima. E del mio cuore- dissi-, avendo bevuto anch’io qualche bicchiere”.

Sono a Parigi anche Henry Miller e Anais Nin, persi nel loro amore e nella frenesia dello scrivere (lui il Tropico del cancro, lei le migliaia di fogli del Diario, iniziato a 14 anni), non sanno nemmeno che il mondo è in guerra.

L’incontro fra Henry Miller e George Orwell, di passaggio a Parigi come volontario nella guerra contro il franchismo in Spagna, al di là dei reciproci apprezzamenti per i rispettivi libri, è un vero e proprio dialogo fra sordi.

Gli esempi potrebbero continuare, ma forse è bene evitare edulcorate giustificazioni di questa apparente insensibilità civile di parecchi artisti di allora. Né serve evocare la presunta diversità antropologica del genio. E’ sufficiente constatare che ai soldati sta bene in mano un moschetto, agli artisti il pennello o una macchina da scrivere. Stop.

 

Ringrazio Gabriella Alù per le foto tratte dal suo sito: https://nonsoloproust.wordpress.com

 

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