POLTRONE&SOFA’ PER BIONDE DAL TALENTO VARIABILE

PERCHE’ SOLO ORA?- ASIA ARGENTO, GWYNETH PALTROW E ANGELINA JOLIE, TIPINI RADICAL CHIC CHE HANNO DATO LEZIONI ALLE DONNE SU TUTTO, SOLO DOPO DECENNI DENUNCIANO LE MOLESTIE SUBITE DAL PRODUTTORE HARVEY WEINSTEIN- CERTO, CARRIERA E OSCAR DIPENDEVANO DA LUI- DENUNCIARE SUBITO AVREBBE EVITATO ALTRE VITTIME PREDESTINATE? I DUBBI DI NATALIA ASPESI.

 

DUSTIN HOFFMAN: «Sappiamo tutti che “il casting couch” – la richiesta di favori sessuali in cambio di una parte – è sempre esistito, già 60 o 70 anni fa. È un problema importante da esaminare una volta per tutte, e non solo nel cinema, ma in ogni ramo professionale”

Il produttore Weinstein con Barak Obama

Darryl Zanuck, il produttore di Elia Kazan, di Henry King e di Eva contro Eva «le voleva tutte biondo cenere» e ogni pomeriggio, né troppo presto, né troppo tardi, «riceveva in ufficio una ragazza diversa con la promessa di un contratto». Se Hollywood è stato sempre sinonimo di Babilonia, il divano del produttore, «meglio il sofà, come in quello straordinario libro di Ford e Selwyn uscito all’inizio dei ‘90», sostiene Natalia Aspesi, 88 anni da eretica sopravvissuta con un certo piglio ai roghi del pensiero debole, ha rappresentato il lasciapassare per attrici dal talento variabile.

Ava Gardner, ma anche Betty Grable, che con le sue gambe chilometriche passava dai set dal titolo profetico, Come sposare un milionario, a feste da cui usciva, ricordò poi, «alle prime luci del giorno, sentendomi come un osso intorno al quale cani rabbiosi avevano lottato tutta la notte».

harvey weinstein

La storia, suggerisce Aspesi, «è vecchia come il mondo». E prima di Harvey Weinstein– e con ogni probabilità anche dopo di lui – continuerà. Dei latrati che rincorrendosi sul web, in un ribaltamento di ruoli tra presunte vittime e carnefici da prima pagina, abbaiano insulti verso le attrici che hanno denunciato le incontrollabili pulsioni del produttore statunitense, Aspesi non si cura: «Mi dispiace, ma non avendo tempo di frequentare la rete, devo fare delle scelte».

E cosa ha scelto?

«Ho scelto di non occuparmene».

Però avrà letto. Dopo un silenzio ultraventennale, accompagnato da un brusio di voci non verificate, il New York Times e il New Yorker, sul tema Weinstein, negli ultimi giorni si sono dati battaglia a colpi di inchieste.

brad pitt gwyneth paltrow«Ho letto. Non tutto, ma quel che bastava. E le dico la verità: mi sembra una vicenda in cui le storie finiscono per assomigliarsi tutte tra loro».

E cosa raccontano queste storie?

«Un’insincerità di fondo. Sono un lamento tardivo. Un coro che non tiene conto della realtà dei fatti».

E qual è la realtà dei fatti?

«Che i produttori, almeno da quando ho memoria di vicende simili, hanno sempre agito così. E le ragazze, sul famoso sofà, si accomodavano consapevoli. Avevano fretta di arrivare. E ancor più fretta di loro avevano le madri legittime che su quel divano, senza scrupoli di sorta, gettavano felici le eredi in cerca di un ruolo, di un qualsiasi ruolo».

C’è stata qualche eccezione?

«Poche. Sa cosa diceva Sofia Loren?».

GWYNETH PALTROW HARVEY WEINSTEINCosa diceva?

«Mi sono sposata per proteggermi, per non dover passare attraverso esperienze molto negative».

Cosa le dà fastidio leggendo a posteriori le ricostruzioni degli incontri di Weinstein con le attrici?

«La rappresentazione ecumenica, irrealistica, quasi angelicata di questi incontri. Il mostro da una parte, l’agnello sacrificale dall’altra. A quanto leggo, Weinstein non concedeva normali appuntamenti professionali, in ufficio, con una scrivania a dividere ambiti e intenzioni. Non parlava di sceneggiature. Chiedeva massaggi. E se tu chiedi un massaggio e io il massaggio te lo concedo, dopo è difficile stupirsi dell’evoluzione degli eventi».

NATALIA ASPESI
La giornalista Natalia Aspesi

Che fa, Aspesi, giustifica?

«Non giustifico niente. Il femminismo è ancora una delle missioni più importanti per le donne di tutto il mondo, forse la più importante in assoluto. È qualcosa in cui ho creduto e credo ancora ciecamente. Ma non mi pare che con queste denunce possa fare un salto decisivo. Magari sbaglio, ma ho i miei dubbi».

Che altri dubbi le vengono leggendo le cronache degli ultimi giorni?

«Che sia una vendetta fratricida, per togliere di mezzo Weinstein. Era un produttore potente come pochi e sporcaccione come moltissimi altri. Che la storia, risaputa da decenni, sia venuta fuori con questa virulenza soltanto adesso, accompagnata da decine di testimonianze, non può essere casuale».

Cos’altro non è casuale?

«Il tempo che scorre. Alle 20 devo spedire un articolo per il mio giornale. La saluto.

Intervista di Malcom Pagani per www.vanityfair.it

 

LA LETTURA POLITICA DEL CASO WEINSTEIN SECONDO MATTIA FERRARESI DEL FOGLIO.IT– LA SUA FINE INGLORIOSA E’ LA STORIA DEL TRAMONTO DI UN IMPERO POLITICO: QUELLO DEI CLINTON.

 

 

“C’è quella che scrive dove siete adesso maledetti uomini complici del produttore-stupratore?, ci sono quelli che Asia Argento alla fine non s’è ribellata più di tanto, quelli che s’indignano a vent’anni di distanza, quelle che sporgono denuncia postuma, quelli che dicono tutti sapevano tutto e quella, la regina delle dive, che era troppo impegnata con i copioni per occuparsi dei pettegolezzi, e quindi non sapeva che Harvey Weinstein faceva sempre la parte del potente volgare sessopatico. Infine, sono arrivati i realisti illuminati: di cosa vi stupite?, è dai tempi di Noè che i produttori potenti concedono successo in cambio di sesso, avanti con la prossima ovvietà. Domani magari si farà largo la nuova chiave interpretativa: il gentiluomo Weinstein è stato incastrato.

 

Weinstein con Ilary Clinton e Gwynet Paltrow

Un altro modo per leggere la disgrazia non accidentale del produttore più potente di Hollywood è quello di Lee Smith, che negli anni Novanta lavorava a Talk, il giornale della Miramax concepito da Weinstein e diretto da Tina Brown, uno strumento efficace per mettere a tacere, con ricche prebende, giornalisti potenzialmente pericolosi. Smith propone sul Weekly Standard un esperimento mentale: “La storia di Weisntein sarebbe stata pubblicata se Hillary Clinton avesse vinto le elezioni?”. La risposta è negativa, “ma non perché è un finanziatore dei democratici. Perché se la storia fosse stata pubblicata durante la presidenza Clinton, non sarebbe stata in realtà una storia su Harvey Weinstein. Lui sarebbe stato visto come il tramite del marito del presidente e avrebbe messo in imbarazzo il primo presidente donna”. La disgrazia di Weinstein è, insomma, il segno del crepuscolo della dinastia dei Clinton, è un passaggio di testimone necessario dopo che le elezioni del 2016 hanno affossato ogni ambizione clintoniana. La famiglia che per venticinque anni ha controllato con metodi maniacali il partito democratico e pattugliato con diligenza l’ideologia liberal nelle sue varie province, da Hollywood alle università dell’élite, s’è dedicata alle pulizie di primavera, ha chiuso la Global Initiative, ha preso le distanze dai finanziatori sospetti, si è liberata da una serie di personaggi doppi e poco raccomandabili che per decenni hanno lavato i panni sporchi e ha consegnato le chiavi del tabernacolo democratico alla famiglia Obama. Che certo i suoi contatti con il mostrificato Weinstein li ha avuti – la figlia di un presidente non fa stage in una casa di produzione trovata su LinkedIn – ma per i Clinton era parte della scenografia. La fine ingloriosa di Weinstein, per mano del New York Times e del New Yorker, sicari improbabili, è la storia del tramonto di un impero politico, delle sue ambizioni frustrate, dei suoi sordidi segreti di corte.”

ED ECCO INFINE LA TESTIMONIANZA CONCRETA DI CHI SE NE INTENDEVA, OVVEROSIA MARILYN MONROE, PER LA PENNA DI MARIAROSA  MANCUSO, SEMPRE SUL FOGLIO.

 

 

“In “American Pie” il giovanotto arrazzato si scopa la torta di mele tiepida, la mamma l’aveva lasciata incustodita sul tavolo di cucina. Cinque minuti bastanti per dissacrare un paio di istituzioni americane (una fetta di fegato serviva allo scopo nel “Lamento di Portnoy” di Philip Roth, ma l’Edipo era meno sentito: “Mi sono scopato la cena dei miei genitori”). Per i troppi film adolescenziali visti, conosciamo anche l’uso non canonico del calzino. Harry Weinstein introduce la variante green, riferita da un’esterrefatta signorina: invece del calzino una pianta in vaso. Da qui la battuta di Stephen Colbert: “Se andate a cena da Harry Weinstein, evitate il basilico appena colto”.

Neanche il casting couch – passaggio delle attrici dal divanetto che il produttore teneva strategicamente nel suo ufficio – è più quello di una volta. Ora son docce o bagni con la porta spalancata, massaggi, seghe, accappatoi con la cintura slacciata. Episodi che tornano alla memoria con anni o addirittura decenni di ritardo – sarà un caso, quando la potente macchina per Oscar Miramax (comprata dalla Disney nel 1993, abbandonata dai fratelli fondatori Weinstein nel 2005) ha lasciato il posto alla meno sfavillante Weinstein Company.

Una celebre foto degli anni ’60 che ritrae Marilyn di spalle mentre John Kennedy l’abbraccia. Potere e amore è sempre stato un intimo connubio

Si racconta che Marilyn Monroe, firmato il suo primo contratto, abbia annunciato alla compagna di stanza Shelley Winters “finalmente non ne dovrò più succhiare neanche uno”. All’inizio del cinema le ragazze facevano anticamera con la mamma, entravano a una a una, dopo venti minuti uscivano spettinate e affannate (la mamma era lì per firmare il contratto, essendo le aspiranti star minorenni). Joan Crawford era andata al dunque, girando un filmino porno (per l’epoca, era il 1923) intitolato sfacciatamente “The Casting Couch” – noi diciamo “Il sofà del produttore”, come sulla copertina del libro di Selwyn Ford uscito nel 1991 da Mondadori. Altri aneddoti – e non riguardano solo le femmine, anche Dustin Hoffman scappò da un provino troppo ravvicinato – sono in “Tales From the Casting Couch”. Per la cronaca: quando Joan Crawford diventò famosa da vestita, la Mgm fu ricattata per la bella cifra di 100 mila dollari del 1935, li pagò e distrusse la pellicola compromettente. Dal divanetto si salvò soltanto – ma forse è una leggenda, certo avrebbe saputo incenerirli con un’occhiata – Bette Davis.

 

Marilyn Monroe, che appunto se ne intendeva e non lo nascondeva, inquadra bene la situazione: “I produttori volevano assaggiare la mercanzia e, se dicevi di no, ce n’erano almeno altre venticinque disposte a dire sì”. Noi con Weinstein abbiamo imparato il verbo inglese “to gope”: l’approccio da sfigati. I vecchi produttori, da lassù, potrebbero dare qualche dritta.”

 

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