POP, FORTISSIMAMENTE POP

PROSEGUE IL SUCCESSO DELL’ARTE FIGURATIVA ITALIANA DEGLI ANNI DEL BOOM. UN ARTICOLO DI LUCA BEATRICE NE RIEVOCA LE TAPPE E SPIEGA IL SUCCESSO DI MERCATO. A SETTEMBRE APRE ALLA FONDAZIONE MAGNANI ROCCA A MAMIANO DI TRAVERSETOLO (PR) UNA GRANDE MOSTRA SULLA POP ART ITALIANA. UN’ OCCASIONE DI RILETTURA CRITICA, SENZA NOSTALGIE, DI UN GRUPPO DI ARTISTI FRA I MIGLIORI DEL PANORAMA INTERNAZIONALE DI META’ ‘900 

 

Lo abbiamo sottolineato più volte. Da diverso tempo l’arte italiana sembra inevitabilmente costretta a guardarsi indietro, segno che i nostri anni mancano di stimoli creativi e di proposte, neppure lontanamente paragonabili a quella che fu la nostra età dell’ oro cominciata negli anni ’60.

mario schifani Handy Warol
Mario Schifano con Andy Warol, anni ’60

Se è ormai conclamato il recupero critico e mercantile del primo concettuale, della pittura monocroma, dell’ ambiente milanese sviluppatosi attorno a Fontana e Azimuth, gli ultimi mesi hanno fatto riscontrare risultati molto importanti a proposito di quegli artisti romani attivi a piazza del Popolo e dintorni, proprio mentre si stava attraversando il primo significativo boom economico del dopoguerra.

 

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Opera Mario Schifani

Roma all’ inizio degli anni ’60 era la città italiana dal maggior respiro internazionale e non solo perché capace di attrarre diversi artisti dall’ estero, soprattutto dall’ America, ma anche per il fenomeno della Hollywood sul Tevere, la presenza di molti scrittori e intellettuali, insomma il terreno fertile per un ambiente davvero vivace. Ai tavolini del Caffè Rosati si incontravano i tre pittori più famosi e discussi della Nuova Scuola Romana: Mario Schifano, Franco Angeli e Tano Festa.

A loro si riconosce finalmente un ruolo di assoluta originalità in quella che chiameremo la Pop romana, anche se tale denominazione mostra diversi limiti poiché stiamo parlando di lavori più complessi che avvertono la crisi della pittura e aprono verso l’ Arte Povera.

Dopo anni di mercato basso, colpa anche della sovrapproduzione -i tre dovendo mantenere parecchi vizi avevano necessità di dipingere molto- oggi si riconoscono quotazioni finalmente importanti.

cesare tacchi
Opera di Cesare Tacchi

Un Michelangelo di Festa in maggio ha decuplicato la stima da Finarte, da 7 a oltre 70mila euro; gli Schifano degli anni ’60 hanno da tempo raggiunto quotazioni ragguardevoli e fa bene chi sta cercando opere dei ’70, un periodo discontinuo ma molto creativo, mentre gli ’80 che rappresentano la sua rinascita pittorica sono in parte da riscoprire.

Cesare Tacchi: Gold woman, 1965
Cesare Tacchi: Gold woman, 1965

Di Franco Angeli sono molto ricercati gli Half Dollar datati giusti e le veline, che fino a poco tempo fa si portavano via con niente. Pare che dietro questa operazione sulla Scuola di piazza del Popolo ci sia qualche grande mercante internazionale, i ben informati dicono che Gagosian stia comprando diverse opere, con conseguente levitare dei prezzi.

Antonio Fomez davanti ad una sua opera
Antonio Fomez davanti ad una sua opera

Il successo della Pop romana, però, non si ferma ai tre artisti più famosi.

Si parla con insistenza dei Gesti tipici di Sergio Lombardo, che ha rappresentato una cerniera tra l’ arte figurativa e il concettuale; di una sempre più evidente uscita dalla pittura, con formulazioni che si avvicinano molto a ciò su cui stava lavorando Michelangelo Pistoletto a Torino, da parte di Cesare Tacchi e Renato Mambor. Raro ed esclusivo, ma questo da sempre, il lavoro raffinatissimo di Francesco Lo Savio, fratellastro di Tano, morto molto giovane all’ inizio degli anni ’60.

Antonio Fomez; invito al consumo
Antonio Fomez; invito al consumo

 

Altro importante recupero è quello di una artista che è stata protagonista della vita culturale italiana, in particolare per i rapporti con la letteratura attraverso il compagno Goffredo Parise e l’amicizia con Guido Ceronetti: a Giosetta Fioroni, le cui opere argentate degli anni ’60 sono ricercatissime, il MARCA di Catanzaro dedica una personale fino al 31 agosto, ed è giusto sottolineare il ruolo niente affatto marginale di una donna in un universo piuttosto maschilista.

Giacomo Spadari
Giangiacomo Spadari

Anche Fioroni comincia a costare belle cifre, pur essendo ancora appetibile per un buon investimento.

 

In generale il clima romano degli anni ’60 dimostra una vitalità inedita che la Capitale toccherà poi solo un ventennio dopo, con la Transavanguardia e il ritorno alla pittura. Corretta dunque la datazione 1960-67 che suggeriscono i curatori della mostra Pop City al Macro di Roma fino al 27 novembre. Come a dire, il 1968 segna la fine di un’ epoca straordinaria, caratterizzata dalla sperimentazione e dall’innocenza, fatta affogare nella politica e nell’eccesso di ideologia.

Domenico Gnoli
Domenico Gnoli

Se a Roma nel ’65 apre il Piper, primo locale per giovani dove suonarono tutti i musicisti più importanti dell’epoca e Schifano era di casa, solo tre anni dopo con gli scontri di Valle Giulia e la morte simbolica di Pino Pascali sembra davvero che un ciclo si stia chiudendo. E di questa inversione di rotta ne risente anche l’arte.

Michelangelo Pistoletto davanti alla Venere degli stracci
Michelangelo Pistoletto davanti alla Venere degli stracci

Perciò le opere prodotte tra 1960 e 1967 vanno inseguite e ricercate, proprio perché si collocano nel periodo storico in cui l’Italia entra definitivamente nella contemporaneità. Mentre Milano si avvia a diventare la città del design e di un certo gusto minimale, a Roma trionfa il Pop, con ben poco da invidiare rispetto alla scena britannica e americana.

Articolo di Luca Beatrice per il Giornale

Opera di Francesco Lo Savio
Opera di Francesco Lo Savio

 

 

 

 

Dalla presentazione della mostra: ITALIA POP. L’ARTE NEGLI ANNI DEL BOOM

Dal 10 settembre all’11 dicembre 2016 la Fondazione Magnani Rocca ospita una grande mostra sulla Pop Art italiana, composta da circa ottanta opere provenienti da importanti istituzioni pubbliche e prestigiose collezioni private.

 

Opera di Giosetta Fioroni
Opera di Giosetta Fioroni

La mostra intende fornire una lettura articolata e innovativa delle vicende che hanno portato alla nascita e alla diffusione di una “via italiana” alla Pop Art, pienamente in sintonia con le analoghe esperienze maturate in ambito internazionale e al tempo stesso linguisticamente autonoma rispetto ai modelli statunitensi ed europei del periodo.

Opera di Renato Mambor
Opera di Renato Mambor

Per evidenziare la specificità della declinazione italiana della Pop, la mostra prende avvio con due opere esemplari provenienti dalle stesse collezioni della Fondazione, una ‘Piazza d’Italia’ di Giorgio de Chirico e un ‘Sacco’ di Alberto Burri, due fonti primarie, storiche, dell’approccio italiano alla contemporaneità, alla figurazione e all’oggetto.

Non a caso, d’altra parte, inizialmente la critica aveva parlato di una stagione “neo-metafisica” a proposito dell’opera di autori come Mario Schifano o Tano Festa, e lo stesso Schifano, come è noto, omaggerà esplicitamente Giacomo Balla e il Futurismo in due serie pittoriche centrali nello sviluppo del suo percorso.

Opera di Sergio Lombardo
Opera di Sergio Lombardo

La mostra procede poi con quelli che si possono considerare i precursori del linguaggio Pop propriamente detto, una serie di autori che, a partire dagli anni dell’immediato secondo dopoguerra hanno affrontato i temi del nuovo paesaggio visivo in un paese che andava uscendo dai traumi della guerra e aprendosi a nuovi, inediti stili di vita, capaci di generare naturalmente anche nuove immagini: Gianni Bertini, Enrico Baj, Mimmo Rotella, Fabio Mauri, hanno saputo cogliere per primi la nuova temperie culturale, il nuovo clima anche sociale che andava maturando negli anni Cinquanta, e le loro opere si pongono, stilisticamente e temporalmente, a fianco di quelle dei neo-dadaisti statunitensi come Jasper Johns e Robert Rauschenberg o dei coevi esponenti del francese “Nouveau Rèalisme”.

 

Opera di Tano Festa
Opera di Tano Festa

Assieme a loro, alla fine degli anni Cinquanta anche autori come Schifano, Renato Mambor, Gianfranco Baruchello riflettono sui temi dello schermo e dell’oggettualità della pittura, ponendo le basi per lo sviluppo della vera e propria stagione d’oro della Pop Art italiana tra il 1960 e il 1966.

Un momento di straordinario fervore artistico che investe l’intera penisola, che ha i suoi centri nevralgici nelle città di Milano e di Roma, ma che trova luoghi di diffusione estremamente significativi anche a Torino e in Toscana, per non citare che i centri dove maggiore è l’incidenza di tale tendenza sulla scena artistica.

In questa sezione si vedranno quindi i capolavori di Mimmo Rotella ed Enrico Baj, degli autori romani riuniti sotto l’etichetta di “Scuola di Piazza del Popolo”, i già citati Schifano, Festa, Mambor, Mauri e poi Franco Angeli, Umberto Bignardi, Mario Ceroli, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Cesare Tacchi, Claudio Cintoli, le opere degli artisti operanti a Milano come Valerio Adami, Lucio Del Pezzo, Emilio Tadini, Antonio Fomez, i torinesi Piero Gilardi, Aldo Mondino, Michelangelo Pistoletto, i toscani Roberto Barni, Adolfo Natalini, Gianni Ruffi, Roberto Malquori.

Tano Festa rielabora Mechelangelo
Tano Festa rielabora Mechelangelo

Una lettura che si conclude con la presentazione di un altro fenomeno cruciale nell’evoluzione del linguaggio Pop in Italia, vale a dire quella declinazione che, a partire dal 1966 e almeno fino ai primi anni Settanta utilizza le immagini e gli stilemi della cultura di massa per realizzare un’arte esplicitamente politica, che riflette il nuovo clima sociale diffuso in tutto il mondo alla fine del decennio: in questa sezione si trovano opere di alcuni autori presenti in quelle precedenti come Schifano, Angeli, Bertini, ma soprattutto degli esponenti di quella ”figurazione critica” – come Giangiacomo Spadari, Paolo Baratella, Fernando De Filippi, Sergio Sarri, Umberto Mariani, Bruno di Bello o Franco Sarnari – che si rivelano oggi come un’ulteriore, originale contributo italiano alla diffusione del “popism” in ambito internazionale.

Opera Ferdinando De Filippi
Opera Ferdinando De Filippi

Ciò che rende questa mostra un autentico unicum, irripetibile nel panorama espositivo non solo nazionale, è la possibilità di vedere una serie di sculture nelle straordinarie sale della Villa dei Capolavori, la dimora storica di Luigi Magnani, artefice della Fondazione Magnani Rocca: gli animali in metacrilato di Gino Marotta, le sculture di Pino Pascali, i legni di Mario Ceroli, la “Prima televisione a colori” di Gianni Ruffi dialogano con gli arredi e i dipinti della Fondazione, in un sorprendente confronto tra il mondo classico e la cultura popolare degli anni Sessanta. Anche uno splendido e rarissimo quadro di Domenico Gnoli, grande artista morto giovanissimo, proveniente da un’importante collezione privata, entra in dialogo con capolavori della pittura antica della Fondazione.

In mostra, accompagnano le opere pittoriche e scultoree alcuni significativi pezzi di design dell’epoca, oltre a rimandi all’editoria e alla discografia, che permettono allo spettatore di immergersi appieno nel clima culturale del periodo, momento cruciale di svecchiamento della cultura italiana in chiave internazionale, al confronto diretto con la nuova cultura di massa, analizzata in quegli stessi anni da grandi intellettuali attivi nel nostro paese come Pier Paolo Pasolini o Umberto Eco.

Opera Sergio Sarri
Opera Sergio Sarri

La mostra, curata da Stefano Roffi e Walter Guadagnini – già autore di storiche ricognizioni sull’argomento come “Pop Art UK 1956-1972”, “Pop Art Italia 1958-1968”, entrambe alla Galleria Civica di Modena, “Pop Art 1956-1968” alle Scuderie del Quirinale a Roma, nonché di numerose personali dedicate ai protagonisti del movimento – è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, contenente i saggi dei curatori e di altri studiosi, oltre alla riproduzione di tutte le opere esposte.

 

 

 

 

 

 

 

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