PORTAMI VIA LA MEMORIA E NON SARO’ MAI VECCHIO

Noi non siamo chi crediamo di essere. L’equivoco rapporto con la verità.

Il 25 novembre al Torino Film Festival «I nomi del signor Sulcic», nuovo film di Elisabetta Sgarbi: storia di carte false e identità scambiate. «Dentro ci sono riferimenti alla mia vita». Un omaggio di Magris e Pressburger.

Una giovane ricercatrice dell’università di Ferrara si presenta alla sinagoga di Trieste. Cerca notizie di una certa Sara Rojc. Il rabbino la indirizza al cimitero ebraico, il cui custode la accompagna su una tomba. Sara è morta nel 1992. L’uomo congeda la ragazza con alcune vecchie foto, un passaporto dell’ultima guerra, una confidenza («Credevo sarei morto senza esaudire l’ultimo desiderio di Sara, mi aveva detto di dare queste cose al primo che fosse venuto a chiedere di lei») e un avvertimento: «Cosa cerca? Risvegliare la memoria non è sempre un bene». Per qualcuno però a volte è necessario. È così che comincia I nomi del signor Sulcic, il nuovo film di Elisabetta Sgarbi scritto con Eugenio Lio e prodotto con Rai Cinema, in distribuzione da febbraio ma in anteprima domenica 25 novembre nella sezione Festa mobile del Torino Film Festival. Nel cast, tra gli altri, Lucka Pockaj, Elena Radonicich, Roberto Herlitzka, ma soprattutto un Gabriele Levada che di mestiere non farebbe l’attore bensì il valligiano sul Po — già presente nella trilogia firmata Sgarbi sugli Uomini del Delta — e tuttavia dotato di un carisma naturale talmente potente che venti secondi di un suo primo piano in silenzio, chiusi con un «andiamo», basterebbero da soli a tirarti dentro la trama: un viaggio non solo nella memoria e nella storia di una famiglia, per scoprire che niente è quello che sembrava e fare i conti — anche noi spettatori, in fondo — con tutte le volte in cui diamo per scontato che quanto sappiamo di noi sia vero. Perché è la storia che ci è stata sempre raccontata e ci ha fatto dimenticare che noi in quella storia non c’eravamo, e che la nostra conoscenza è fatta di parole tramandate: le quali potrebbero non avere nulla a che vedere con la verità. E allora le andiamo dietro, alla giovane ricercatrice. Eccola con Irena Ruppel, una donna misteriosa che sembra parlare solo sloveno, ma essere anche l’unica a capire tutto. Dal momento in cui il viaggio le conduce in una casa sul Po, quella di Gabriele. Al quale Irena non dice nulla salvo andarsene dopo avergli lasciato scritto il suo nome, e il nome di un posto sull’Isonzo appena di là dal confine e cioè Tolmin — prima della guerra Tolmezzo — e una parola: «Grazie». Quanto basta perché Gabriele di lì a poco parta a sua volta seguendo un filo che attraverso Trieste, Lubiana, Tolmin lo porterà a ricostruire una storia di nazisti, spie, carte false, identità cambiate, vite reinventate. «I nomi del signor Sulcic — dice la regista — assomigliano a quei sogni di superficie di cui parla Freud, che prendono pezzi della vita reale e li trasfigurano alla luce di paure più profonde. Nel film compaiono chiari riferimenti alla mia vita: le fotografie dei miei nonni, le case dell’Ariosto di via Giuoco del Pallone a Ferrara, che erano di mia madre, la casa di Ro Ferrarese dei miei genitori, i nomi di alcuni personaggi come Elena Cavallini. E anche persone reali: Gabriele Levada, Claudio Candiani e Giorgio Moretti sono davvero allevatori che vivono in una valle remota del Delta. Ma tutto viene trasfigurato in una storia che stravolge la verità». Come in un sogno con dentro altri sogni.

Giorgio Pressburger, regista, scrittore e grande animatore culturale

Per esempio quello in cui compaiono uno struggente Giorgio Pressburger (alla cui memoria, oltre che ai genitori di Elisabetta Sgarbi, il film è dedicato: «Penso che non ce la farò — dice stanchissimo — a finire la scuola») e Claudio Magris, che qui si ritrova adulto su un banco di scuola con l’amico, a citare come fosse un suo tema per la maestra quella che in realtà è una frase del vangelo di Filippo: «I nomi sono un grande inganno, perché distolgono dalla verità. I nomi sono nel mondo per confondere a meno che non si conosca già la verità». Che poi è, quello del rapporto con la verità e di chi siamo noi, il tema essenziale del film. Pieno di riferimenti per immagini (il Valerio Zurlini de La prima notte di quiete) e citazioni come quella in cui Herlitzka, il «custode delle memorie» della Sinagoga di Trieste, tra un salmo e l’altro infila un passo di Non luogo a procedere di Magris. La più bella è in realtà una frase che, confida Elisabetta Sgarbi, ripeteva sempre suo padre Giuseppe: «Portami via la memoria e non sarò mai vecchio».

Articolo apparso su La Lettura del18 Nov 2018 a firma di PAOLO FOSCHINI

Elisabetta Sgarbi dirige la Casa editrice La Nave di Teseo (qui), fondata nel 2015 con Umberto Eco . E’ autrice di numerosi filmati fra i quali degni di nota: la trilogia Uomini del Delta, La lingua dei furfanti, sul Romanino, Il pianto della statua, Quiproquo, Il castello del Catajo.

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