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Quando la fatica perde valore, quando ci sembra di potere letteralmente volare, in eleganti volteggi, simili ad uccelli.

Guardate questa foto, seguite il miracoloso volo di questi ragazzi, come si staccano dell’erba calpestata e indurita. Ci sembra di individuarne i volti, familiari, forse siamo noi stessi in questa vecchia foto in bianco nero, o è come se lo fossimo, perché nella felicità ci assomigliamo tutti.

Lo dice Anna Karenina e io ci credo: tutte le famiglie felici si assomigliano….mentre ognuno è infelice a modo suo…

Anche a noi, una volta almeno, è capitata la gioia di questa leggerezza, sospinti come eravamo da una misteriosa forza, che gonfiava i muscoli, distendeva gli arti, verso la palla ovale, perché è l’istantanea ingiallita di una partita di rugby, durante un inverno che immagino piovoso, e se ne vedono gli schizzi di fango sulle maglie, sulle gambe imbrattate.

Oppure, è stato (aprite il vostro album personale), un prato di periferia, quello dove, finita la partita, dimenticavamo sempre la giacca o il maglione, o perdevamo le scarpe nell’erba alta, durante la fuga, inseguiti dai cani randagi.

Nella foto, la palla è fuori campo, non si vede, la meta è paradossalmente svanita, ma pure incombe, anzi sfugge, schizza, è contesa.

Mi affascina, nel giocatore più in basso nella foto, la leggerezza, e il miracolo di come essa possa coesistere con tanta vitalità. Come può essere che una massa così enorme di energia si concentri, per un breve istante, in un punto, senza incenerire, distruggere, annichilire ciò che la contiene.

La fatica arranca nella diapositiva, ha lo spasimo di un ultimo sforzo, quello che si intuisce nei due giocatori trafelati che inseguono da dietro, tanto lontani da apparire miraggi, ectoplasmi in poco informi. Fuori gioco, fuori dall’evento e dal sogno; non potranno mai dire che c’erano anche loro, quel giorno.

L’affanno viene da lì, dissipata energia, agonismo di maniera.

Il miracolo è altrove, e vola sulle spalle di tutti, quasi fosse un angelo annunciatore, quasi ti pare che al posto delle braccia ci siano due ali ad accompagnare il folgorante planare dalle nuvole verso il prato dell’altro giocatore. Il fango e il sudore non li senti, solo senti la gioia inebriante di quando ti liberi del corpo, e divieni puro pensiero, atto creativo tu stesso. 

Il prato è un palcoscenico, la nuova terra dove nasce la bellezza del gesto e la nobiltà formativa dello sport, uno spettacolo in cui l’agonismo unisce, non è mai lotta che divide.

Ecco una cosa che Ronaldo non saprebbe mai fare con tutti suoi milioni: mettere in campo la bellezza per la bellezza, per sentirsi non solo giocatori, ma uomini autentici.

    

 

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