Prodigalità e avarizia

Paperon de Paperoni, cartoon disneyano simbolo del ricco spilorcio
Paperon de Paperoni, cartoon disneyano simbolo del ricco spilorcio

Il filosofo individualista Bernard Mandeville nella seconda metà del ‘600 scrive un’opera intitolata La favola delle Api, un classico della filosofia moderna, al centro di ogni discussione sulla società civile e sulla morale.

Corollario della tesi paradossale secondo la quale dai vizi privati derivano benefici pubblici, è la seguente affermazione: “Se non fosse per l’avarizia, la prodigalità presto resterebbe senza risorse; e se nessuno guadagnasse e mettesse da parte più in fretta di quanto spende, pochissimi potrebbero spendere più in fretta di quanto guadagnano”.

In fondo, l’Avaro di Moliere, misantropo simbolo dell’avarizia, oppure padron ‘Ntoni dei Malavoglia e la sua “robba”, sono una polarità non un accidente o una devianza dalla virtù.

In ogni grande storia di famiglia, si pensi a I Viceré di De Roberto o al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, ad ogni arcigno avaro segue un prodigo dissipatore, segno che, in questo caso, avarizia e prodigalità sono le facce di una stessa medaglia.

Possiamo affermare che una sta sotto e l’altra sopra in un’ideale scala di valori? Non credo. E ancora, possiamo dedurne che stando ambedue nell’agire umano una non può esserci senza l’altra?

Socialmente parlando, cioè riferito il discorso alla sfera collettiva, possiamo concludere, in una logica a somma zero, che sì; anzi che l’accumulo della ricchezza nella nazione (PIL) assurge a principio cardine della “funzione ridistributrice” dello Stato, attraverso la leva fiscale.

Sul piano personale, appunto privato, le cose cambiano. Prima dell’uso della ricchezza entro in gioco come essa è stata accumulata, perché un conto è avere creato ricchezze con il lavoro, altra rubando; un conto è spendere in iniziative di beneficenza, altra in azioni corruttive.

In questo caso i vizi privati e la loro somma collettiva è e restano, anzi si trasformano, in vizi pubblici.

 

 

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