QUANDO A ROMA ERAVAMO COMUNISTI

COSA RIMANE DELLA DOLCE VITA ROMANA, DI QUELLE SERATE CHE FACEVANO SCHIFO A CARLETTO MAZZARELLA. IL TRIDENTE, LUOGO DOVE SCIUPARE LA VITA, LEGGENDO PAESE SERA SEDUTI AL BAR ROSATI. QUANDO CARMELO BENE APPARVE ALLA MADONNA E IL POP ROMANO PERSE L’AEREO PER N.Y. 

 

 

Articolo di Stefano Malatesta per “la Repubblica”

 

Negli anni Sessanta tutti o quasi tutti gli artisti continuavano a essere o si dichiaravano comunisti. Ma questa appartenenza non si presentava così assoluta e drastica come era stata nel passato. Non era una scelta di vita, ma piuttosto una comodità e una convenienza.

Essere di sinistra non significava pensare sempre alla Rivoluzione e progettare un ardito assalto al Palazzo d’Inverno, detto anche “Montecitorio”. Per lavorare e partecipare alle Arti, per fare film che riuscissero a riscuotere critiche positive, per scrivere libri non ignorati dai grandi saggisti, bisognava essere immersi in questo vasto ambiente “di sinistra”.tridente

Il quasi monopolio in Italia, della cultura di sinistra, era favorito dall’abilissima e anche ricattatoria propaganda del PCI, che presentava il comunismo come l’unica ideologia veramente democratica, in tempi in cui la Russia stava sotto il tallone di Breznev. Ma dipendeva anche dall’assenza di un contraltare: la destra non rappresentava una vera alternativa.

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Novella Parigini

 Negli anni Sessanta giornalisti, scrittori, pittori e anche cineasti avevano una precisa collocazione nel tessuto urbano di Roma: il Tridente, lo spazio in cui confluivano Via del Babbuino, Via del Corso e Via Ripetta. Nelle viuzze trasverse erano nati una quantità di locali che assomigliavano ai luoghi semplici e insostituibili di cui aveva parlato con nostalgia uno scrittore americano: “Amavi i tuoi amici e quello era un posto dove potevi incontrarli ogni giorno”.

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Opera di Novella Parigini

 Via Margutta schierava ancora i cosiddetti pittori di via Margutta, un genere folkloristico per fortuna in via di esaurimento, riconoscibile per il fazzoletto rosso di campagna annodato al collo alla artista, e per le opere di modesta fattura che esponevano lungo la strada. I più noti autori di queste croste erano Novella Parigini e Anna Salvatore che godevano di una notorietà assolutamente ingiustificata, perché erano appoggiati da una molto letta rubrica di Paese Sera, all’epoca foglio obbligatorio della sinistra romana e romanesca, gestita da Berenice, una brava e informatissima columnist.

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Opera di Anna Salvatori

 A poca distanza, sopra il Bolognese aveva preso una casa Alberto Moravia, lo scrittore romano per eccellenza, soprannominato “L’amaro Gambarotta”. Via dell’Oca era piena di studi, di atelier e di gallerie, come la Galleria dell’Oca, di Luisa Laureati, che si avvaleva della consulenza del marito, Giuliano Briganti, storico dell’arte e amatissimo personaggio nel mondo della cultura romana e internazionale.

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Carlo Mazzarella

 Ma per la verità era stata Luisa a guidare nella giungla dell’arte contemporanea i primi passi di Giuliano, brillante studioso del manierismo, ma incerto e perplesso di fronte ai capolavori dell’avanguardia che sembravano indistinguibili dalle grandi cazzate. In Via del Vantaggio abitava Carletto Mazzarella giornalista della Rai, che aveva frequentato insieme a Vittorio Gassman l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico.

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Alberto Moravia

La sua casa aveva una bellissima terrazza frequentata da attori e giornalisti dove sembrava che Carletto passasse felicemente le sue dolci serate romane. Ma una volta alla presenza di pochi amici Carlo buttò via la maschera e si esibì in un invettiva contro Roma di genere apocalittico:

«Tutti lodano le serate romane ma queste mi fanno sinceramente schifo. Roma è nata su una palude e ha mantenuto un clima umido e appiccicoso assolutamente insalubre. I romani antichi quando potevano scappavano dalla città per andare sui colli Albani nei dintorni. Cicerone andava a Tuscolo, Tiberio andava a Capri e Augusto a Capo Miseno ».

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Alcuni protagonisti del Gruppo 63

Più in là c’era il Ferro di Cavallo, una libreria dove i commessi erano tutti giovani architetti i cui cognomi terminavano tutti per –ini: Duccio Staderini, Puri Purini, Nicolini, che inventerà poi più tardi l’Estate Romana. La libreria era un luogo di grandi incontri, scendevano giù da Milano Volponi, Feltrinellli, Umberto Eco e dal Veneto Comisso, sempre più contadino da sembrare una zolla di terra.

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Marino Mazzacurati Aotoritratto

Il Gruppo 63 capitanato da Angelo Guglielmi, Alfredo Giuliani ed Elio Pagliarani arrivava per maltrattare chi non scriveva con il linguaggio dell’avanguardia. Si vedeva anche Nico Garrone, padre di Matteo il regista cinematografico, che diventerà critico teatrale di Repubblica, uomo geniale che aveva il raro dono della leggerezza.

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Ennio Flaiano

Ma il vero centro di tutti quelli che si dicevano artisti erano Piazza del Popolo è il bar Rosati, un caffè costoso ed elegante che aveva molti tavolini all’aperto. Qui erano nati tutti i celebri soprannomi che si pensava li avesse inventati Ennio Flaiano, ma in realtà erano di Marino Mazzacurati, uno scultore. Ogni tanto al caffè compariva Carmelo Bene che si presentava così: «Carmelo Bene, male tutti gli altri». Aveva inventato il più bel titolo di un libro degli anni Sessanta: Sono apparso alla Madonna.

Una volta arrivò da Rosati con la camicia nera, tutto vestito da fascista ma veniva perdonato perché lo si riconosceva come un genio imprevedibile. Chi non veniva mai da Rosati era Fellini, preferiva rimanere dalla parte di Via Margutta, senza attraversare la piazza sedendosi al Canova. Nel 1960 uscì la Dolce Vita.bar-rosati

Così come è stata raccontata dal film, quella dolce vita non è mai esistita tranne se non per due o tre squallidi episodi di troiette che avevano mostrato le tette ad un pubblico di flaneur che non andavano mai a letto.

La capacità affabulatoria di Federico, il grande bugiardo, non aveva rivali, insieme con Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, nell’inventare storie che non avevano nessun riscontro con la realtà. Capace di far passare le strade di Ostia per quelle di Rimini, come aveva fatto con I Vitelloni.bar canova

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Il pittore Mario Schifano

Pochi sanno che l’idea della Dolce vita gliel’aveva data Branco Bokun, un simpatico e affascinante personaggio, un diplomatico di carriera serbo, che al momento in cui le truppe naziste avevano travolto la Jugoslavia era stato mandato a Roma per un’impresa disperata. Convincere il papa che gli ustascia di Ante Palevic erano sì dei cattolici, ma erano anche dei brutali assassini e non andavano appoggiati dal Vaticano.

Branco, che ho conosciuto a Londra molti anni più tardi, rimase a Roma anche oltre la fine della guerra senza mai riuscire ad incontrare Pio XII. In compenso scrisse un libro di straordinario interesse, A spy in the Vatican, che racconta Roma in modo esattamente contrario a quello di Roma città aperta.

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Opera di Mario SChifano

I pittori di punta del gruppo Pop Romano erano : Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli e Giosetta Fioroni. Non so chi li abbia riuniti sotto la voce Pop, un termine alla moda che poteva significare molte cose, certamente non aveva nulla a che fare con Andy Warhol, uno che adorava le celebrità ed era diventato anche lui celebre dipingendole; aveva passato la parte finale della sua vita come cantore di Reagan, con la funzione di pittore di corte come erano stati Rubens o Tiziano ai tempi di Carlo V.

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Carmelo Bene

L’artista più geniale era Tano Festa, che in vita non trovò mai un critico all’altezza dei suoi lavori. Il Barone Franchetti, il vero proprietario della Tartaruga, lo spedì in America per farlo inserire nella lista degli artisti Pop di successo, ma i collezionisti yankee in nome di Leo Castelli, non volevano che la più grande corrente artistica americana fosse contaminata da europei, e Tano, come scrisse a Plinio de Martiis, fu costretto a “smammare”.

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Tano Festa

Negli ultimi anni il degrado fisico di Tano aveva assunto aspetti che mettevano in imbarazzo anche gli amici, non sembrava più il vagabondo rissoso da osteria, lo era diventato realmente, ma in alcuni momenti ritornava quella sua leggiadra poesia che lo faceva assomigliare al più grande poeta di tutti quegli anni, Sandro Penna.

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Opera di Tano Festa ispirata al Giudizio Universale di Michelangelo

Una volta scendendo in Piazza del Popolo prese un taxi dicendo al conducente di portarlo a Palermo. Arrivato all’Hotel des Palmes tirò fuori una carta d’identità che aveva rubato due giorni prima a Renato Guttuso e al concierge disse: «Sono Renato Guttuso, vorrei una stanza». Naturalmente venne ospitato lussuosamente, quando il pittore a Roma aveva capito che era Tano il suo omonimo.

Morì a 50 anni giovane come tutti gli altri artisti pop. Al suo funerale Franchetti lesse la sua più bella poesia il Vascello fantasma. Molti conoscevano i versi a memoria, ma quella fu un’occasione in cui piansero tutti, consapevoli che stavano seppellendo l’eroe romanesco e dolcissimo che aveva interpretato un’epoca e una città meglio di qualsiasi altro.

 

 

 

 

 

 

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