RACCONTO DI NATALE

 

E’ STATO UN SOGNO, FELIX, COME SPIEGARLO ALTRIMENTI-QUELLA NOTTE, SOTTO LE BOMBE, NEL RIFUGIO, NON C’ERA CON ME UNA PERSONA IN CARNE E OSSA, MA UN ANGELO.

 

 

 

Il signor Giovanni accostò la porta con riguardo non appena vide la coda di Felix sparire oltre lo stipite. Felix era il gatto del vicino che usava ispezionare nottetempo i suoi quartieri di caccia. Per la cucina di Giovanni, un localuccio annerito dal fumo, aveva una particolare predilizione. La testa eretta, i lunghi baffi dritti e nervosi, andava annusando ogni angolo, arrotava minaccioso le unghie raschiandole sul logoro pavimento di legno, ma poi, sopraffatto da un’improvvisa indolenza, si arrampicava sul divanetto, acciambellandosi fra le gambe di Giovanni che lo aspettava battendo le mani sulle cosce.
Faceva freddo quella notte, fuori il vento soffiava forte e la stufa bruciava allegramente mandando un buon tepore.
Era la vigilia di Natale, il primo che Giovanni passava da solo. In quegli ultimi anni tante cose si erano allontanate da lui. La sua bottega di artigiano, chiusa per via dell’artrosi che gli deformava le mani. Nessuno lo cercava più, nemmeno per qualche lavoretto, gli attrezzi stavano arrugginiti in fondo a una cassa. Aveva rinunciato anche alle spedizioni in montagna, la domenica, in autunno, a cercare funghi. L’aria leggera gli dava giramenti di testa e l’affanno gli mozzava il respiro.
Il circolo degli anziani,diventato l’unico rifugio, era stato chiuso. Le caldaie sono da sostituire, si giustificava il sindaco. Era stato bravo a briscola, mano ferma, memoria sicura. Capace di calare carte che facevano sobbalzare il tavolo. Si puntava poco, un caffè, un pacchetto di Saiwa, qualche cioccolatino.
Chiusa l’ultima partita, tutti dispersi come foglie i compagni, chi di qua e chi di là, scatarrando in solitudine.
La malinconia premeva opprimente la testa di Giovanni quella sera. Come una nuvola nera. Giovanni agitò nel buio le mani, come a scacciare mosche invisibili. Aveva un groppo alla gola. Si sollevò delicatamente posando Felix di fianco. Il gatto aprì gli occhi che baluginarono come due tizzoni. “Eh, tu non puoi capire, Felix”- gli disse.
Era il primo Natale che passava da solo, dopo moltissimo tempo. Molte cose l’avevano abbandonato, tanto che non capiva perché mai quella fiammella di vita che sentiva dentro si ostinasse ancora ad ardere.
“Nemmeno il toscano questa notte sembra funzionare” si disse stizzito. Era l’aria umida della cucina a spegnerlo, e poi gli sapeva amaro come il fiele.


Dalla credenza Giovanni tirò fuori una bottiglia di grappa, ne rimaneva giusto il fondo, appena un bicchierino, poi anche quella sarebbe finita. La grappa lo consolava, anche se non era mai stato un bevitore. Ora quel liquore aspro dal calore liquido appesantiva le palpebre e gli dava una piacevole sensazione di abbandono, di distacco dalle cose.
Così si immaginava il suo ultimo viaggio: lento, come una marea che avanza e blandisce, copre, cancella. Una sola vibrazione, un solo suono infinito che vibra con l’universo.
Sentì in strada uno scoppio di risa, passi affrettati, poi botti di petardi.
L’aveva conosciuta lì, proprio sotto casa, in una notte come quella, con il cielo così sereno, le stelle come coriandoli luminosi, tanti anni prima.
Le case del quartiere erano allora buie e silenziose, tutti trattenevano il respiro, e capirono poi quanto quella notte fosse memorabile. Fu il rombo minaccioso dei bombardieri a dirlo, il cielo solcato da una ragnatela luminosa di crepitii, l’aria scossa da bagliori lontani.

“Nel buio del rifugio ci cercammo le mani, per vincere a paura, per sentire la vita scorrere sotto la pelle, per prolungare il tepore buono di quella inattesa intimità. Uscimmo che eravamo già innamorati. Fu un matrimonio di guerra, solo l’ebrezza della giovinezza poteva vincere un febbraio così gelido e ostile.”
Ora gli anni si affastellavano confusi nella mente di Giovanni, come fotogrammi sbiaditi, sensazioni slabbrate, inghiottite subito dal buio, quasi fossero ricordi di un altro. Anche loro lo stavano lasciando.
Pensò alla vecchiaia decrepita che l’aspettava, alla solitudine delle sue giornate ed ebbe paura.
La sua mano, appoggiata sul dorso setoso di Felix si chiuse a scatto, spasmodica. L’animale pare destarsi sorpreso, tese i nervi, poi tornò a rilassarsi.
“Il primo lavoro lo trovai a sterrare per liberare le strade, pulire i canali, raddrizzare le strade. Poi vennero i cantieri per tirare su le case. Lavoravo molto e cominciavo a guadagnare bene. Lei mi aspettava la sera, il viso pallido, lo sguardo che gli pareva sempre severo. E che io non vedevo, non capivo, divorato com’ero dal lavoro, dal sogno della mia bottega. Non vennero figli, l’amore non si spense, no! ma fra noi cadde il velo della rassegnazione. Ma senza un perché. Continuammo a volerci bene, ma senza slanci, invidiando in segreto la gioia degli altri, ma non avendo il coraggio di chiederne un po’ per noi. Sembrava dovesse durare in eterno, quasi che nella nicchia in cui ci erano rifugiati il tempo non avesse potere alcuno di corrompere e sciupare. “Ma quella sera riordinata la cucina lei uscì, lo faceva solo se c’era da fare spesa, o andare alle poste o dal medico. Si appoggiò alla bicicletta e mi lanciò uno sguardo trasparente come un filo di fumo, poi dileguò.”

Ora Giovanni parlava ad alta voce, Felix non l’ ascoltava, né poteva capirlo, nemmeno Giovanni aveva capito mai quel suo gesto, come si potesse dileguare, sparire letteralmente una persona in carne e ossa. Era successo giusto un anno prima, le strade piene di neve, mentre nella piazza l’albero natalizio illuminava le case con la sua luce intermittente. Le tracce delle ruote della bicicletta si fermavano in mezzo alla piazza, sotto l’albero e poi… poi più nulla, come se fosse stata rapita in cielo, come se una forza misteriosa l’avesse sollevata in alto, oltre i tetti, verso le stelle.
“E’ stato un sogno, Felix, come spiegarlo altrimenti. Quella notte, sotto le bombe, nel rifugio, non c’era con me una persona in carne e ossa, ma un angelo. Forse, finito l’incarico è tornata da dov’era venuta, e si è portata la bicicletta con sé, perché nemmeno quella si è trovata. Lassù si muovono con le ali, ma forse ogni tanto un giro in bicicletta se lo fanno volentieri. In fondo sono stato un uomo fortunato, ora l’unica cosa che chiedo è starmene qui e, chiudendo gli occhi, sentirmela vicina, come quella notte sotto le bombe.”
Poco dopo mezzanotte l’uscio di Giovanni si aprì, un’ombra sembrò uscirne, scivolare lungo la scala sulla neve intatta dei gradini, perdersi nell’ombra spettrale degli alberi.
Felix uscì poco dopo miagolando, immobile odorò l’aria, sembrò inseguire con aria stupita i fiocchi di neve che lenti scendevano dal cielo e li salutò con uno sbadiglio.

 

Le immagini che illustrano il racconto sono dei presepi opera della bottega di Giuseppe Ercolano di Meta di Sorrento (Na) che ringraziamo.(www.presepenapoletano.net)

 

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