Solleone

 

Verso 25 o 30 anni mi venne da considerare poco virile lo sbaciucchiamento con mio padre ad ogni mio rientro al paese, dove lui si era rintanato per una vecchiaia precoce quanto duratura.

Mi sembrava sufficiente una vigorosa stretta di mano e mi sentivo come Corto Maltese, o come un ruvido personaggio di Hammett.

Lui la prese di merda e quando mi accorsi di averlo urtato la frittata era fatta.

Le mie parole lo dovevano avere offeso, oltre che sconcertato, e avrà certo pensato che volessi un poco schifarlo, ma questo lo penso io perché, col suo solito, signorile riserbo, lui lasciò cadere la cosa.

Un altro proponimento, che assunse la rigidità di un vero e proprio precetto, venne parecchi anni dopo: quello di considerare il sudare disdicevole, segno di pochezza, di incapacità a dominarsi. Una vita trafelata come sintomo evidente di insufficienza, l’umidore sfatto della fronte, il colletto fradicio, l’alone di sudore sotto le ascelle, erano per me segni di decadimento, disfacimento, di predominio del corpo e della fisiologia della carne sull’intelletto, sul distacco illuministico e il dominio sulle cose.

Mi immaginavo che un essere bionico, imperturbabile e freddo, fosse il traguardo ultimo di una sicura intelligenza delle cose.

Poi lessi che il sudore è indispensabile, che la traspirazione garantisce il giusto equilibrio termico e aiuta ad espellere sostanze e tossine altrimenti pericolose per la vita.

La fissa mi passò rapidamente, ma ha lasciato un segno, credo.

Quando c’è il solleone, inizio un rituale di guerra fra me e le zaffate soffocanti del sole: mi rintano come un animale, oscuro le stanze, rallento ogni attività, do spazio all’ozio contemplativo, al semplice far niente in attesa che le ombre della sera prendano il sopravvento e il primo vento notturno agiti le cime degli alberi.

Ancora oggi vedere una persona sudata mi dà fastidio, ma non tanto per l’afrore (anzi, se proviene da una donna può addirittura essere conturbante), ma perché sento, nell’evidente squilibrio termico, il sopravvento di quella parte di noi che è la soma, che ci portiamo dietro appunto perché animali.

In evidenza un’opera di Adolg Gottlieb

 

 

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