Sono geloso di Massimo Cacciari

Pubblico il gustoso pezzo di Alfonso Berardinelli, apparso sul Foglio alcuni giorni fa. Conobbi Cacciari quando era sindaco di Venezia, poco prima che nel 1996 un disastroso incendio distruggesse il teatro La Fenice, triste episodio destinato a segnare la sua prima consiliatura. Qualcuno prese a chiamarlo corvo nero, per via dei capelli e barba corvini, indefettibili.

Massimo Cacciari, filosofo e politico veneziano
Massimo Cacciari, filosofo e politico veneziano

Fu durante una affollata assemblea politica, quando Cacciari, forte del seguito personale e annusando l’aria che tirava, pareva intenzionato a fare un suo movimento politico, affrancandosi dalla vecchia sinistra. Ma subito mi resi conto che Cacciari non aveva nessuna voglia di staccarsi dalla laguna. Troppo lavoro e troppo rischio. Cacciari mi è sempre stato simpatico perché vedevo in lui un irregolare, insofferente alle nomenclature e agli omaggi rituali a quel modo di fare che venne poi chiamato “politicamente corretto”. Strano che oggi sia proprio lui ad accusare Renzi di avere la vocazione del senza partito! Che Renzi abbia avuto il coraggio di fare ciò che a lui non riuscì?

Il ritratto che Berardinelli fa di Cacciari è gustoso, la penna è intrisa nel veleno quanto basta. Forse trascura un pregio di Cacciari: l’autoironia sotto traccia e lo sguardo cinico e romantico, ad un tempo, che il filosofo veneziano manda sul mondo, in cui si sente molto della sua natura di uomo lagunare, un poco stracco e caudale.      

Sono geloso di Massimo Cacciari, filosofo necessario a tutti.

Esistono in ogni momento culturale, che può durare un anno o dieci, certe figure di spicco da cui non si può prescindere, a cui non si sfugge, che non bisogna mancare, se si è interessati a capire l’aria del tempo, l’aria che tira, il tempo che fa, i sogni, i bisogni, le superstizioni e le manie di chi frequenta l’ambiente cultura.

Il critico Alfonso Berardinelli
Il critico Alfonso Berardinelli

In questi tempi o soltanto mesi, di vuoto, di confusione, di inutile affollamento, di mancanza di criteri e di valutazioni condivise e fondate, non si può evitare di considerare, almeno per qualche minuto, una figura da tempo nota, un tipo nato per trovarsi sempre in prima fila, ma che da alcuni mesi, a quanto pare, in prima fila è il solo a farsi veramente notare e di cui non si riesce a fare a meno. In politica, in filosofia, in teologia, in teologia politica, in qualunque arte, Massimo Cacciari non può mancare e colma sempre un vuoto. Gode di questo privilegio. Nonostante la sua perenne e misteriosa aria di superiorità, lui va dovunque. Anzi va dovunque proprio per questo: per la sua aria di superiorità. Come dire? Cacciari “fa superiorità”. Fa l’impressione di elevare il livello di cultura di qualunque talk-show con il suo semplice e fisico manifestarsi.

Quando non si sa chi invitare si invita Cacciari, quando non si sa chi intervistare si intervista Cacciari, quando non si sa chi premiare si premia Cacciari, quando non si sa di chi parlare (come me in questo caso) si parla di Cacciari, che è sempre a portata di mano e pronto a fare la sua parte.

Dovunque presente, “ubiquo ai casi” come il commissario Ingravallo di Carlo Emilio Gadda, factotum e naturale showman, Cacciari è la più bella maschera filosofico-politica che il carnevale di Venezia abbia regalato alla commedia mediatica italiana. Cacciari è appagante e gli si fanno volentieri i più ammirati complimenti, sicuri di non sbagliare. A fargli i complimenti ci si eleva.

In questi ultimi mesi l’apoteosi ha toccato limiti forse insuperabili. Da quando si è accesa in cielo la stella di un filosofo teologico-politico come Giorgio Agamben, con la sua recente ma scintillante fama internazionale, anche non volendo Cacciari è costretto a marciare in salita. Ma c’è sempre qualcuno che lo aiuta: a volte la televisione, a volte l’accademia. Senza mettere insieme queste due cose non c’è modo di recuperare lo spazio perduto. Se poi ci si aggiunge un poco di politica da professore televisivo, ci si può sentire ancora irresistibili.

In quanto irresistibile, Cacciari mesi fa è stato anche premiato come eminente filologo classico all’Università di Bologna: proprio lui che manca della probità e dell’umiltà indispensabili al filologo, dato che riesce a malapena a distinguere fra quello che hanno scritto i filosofi letti un momento prima e quello che ha pensato lui di testa sua. Come filosofo, Cacciari prevalentemente cita o criptocita. Di solito lui cita senza precisare la fonte, nello stile del “pastiche” involontario.

Ma oltre che filologo classico, Cacciari è anche critico militante, critico di poesia contemporanea: è stato invitato a Milano a presentare l’opera poetica completa di Giovanni Raboni, appena uscita da Einaudi. Il che dimostra a quale grado di miserevole irrilevanza pubblica è arrivato lo specifico mestiere di critico letterario. Il critico letterario nessuno lo vuole, fa tristezza.

Dal punto di vista della resa televisiva Cacciari, che da Venezia, sua polis, non si muove, può contare su altri vantaggi. Non è lì in studio a confondersi con gli altri invitati. Lui compare e campeggia su tutti manifestandosi dal maxischermo. Non è una furbizia. Procurarsi vantaggi sugli altri gli viene naturale. Come quando parla di filosofia, procede per istinto, non ha neppure bisogno di pensarci.

In questo periodo uno come lui ha un inciampo: è Matteo Renzi. Infatti Cacciari ha dichiarato (scendendo di livello) che detesta Renzi. Ha capito bene che quel “ganzetto” toscano è impermeabile alla filosofia e quindi al suo magnetismo di filosofo insondabile, tipico e per antonomasia. Renzi non è un decisionista teologico-politico alla Carl Schmitt (su cui Cacciari gli farebbe volentieri una lezione), è invece un decisionista pratico, che per decidere fa prima a parlare che a pensare.

A Cacciari va comunque riconosciuto un primato. Come icona e parodia dell’intelligenza ha raggiunto la perfezione. A settant’anni ha una bellissima capigliatura nera e soprattutto una barba da filosofo greco sempre ugualmente nera da quarant’anni, che funziona da maschera. Il vero volto di Cacciari, il suo volto intero, nessuno può dire di conoscerlo. Quella barba è buia e fitta come una selva di citazioni. In ogni discussione, poi, si mostra impaziente e annoiato. Inclina il viso, alza il sopracciglio. Noi italiani troviamo irresistibili le maschere. Guai a chi non ne indossa una. Per avere un’identità chiara bisogna essere mascherati. La folta e imponente barba di Marx, i folti e tragici baffi di Nietzsche devono avere suggestionato molto il giovane Cacciari, che ha deciso di farne uso anche lui. Con il viso così celato, il filosofo con il piede in due o tre staffe acquista il vantaggio di esibire il suo io senza svelarlo. In un tale filosofo l’io che parla è simultaneamente esibito e abolito. E’ un Io superiore che si autotrascende ogni volta che appare.

Rispetto a un individuo così notevole e che tutti notano, gli altri intellettuali italiani, nessuno escluso, sembrano schivi e appartati, discreti, gentili e poco visibili. Perfino Eco, Sanguineti e Arbasino, nel confronto fisico con Cacciari non ce l’hanno fatta. Le sue carte vincenti, le ragioni per cui si comprano i suoi libri senza riuscire a leggerli (nessuno è mai stato capace di recensirli), sono le carte che in Italia hanno il massimo punteggio: la politica (uno spettacolo e un vizio nazionale) e la filosofia (un ipnotico feticcio). Cacciari parla di piccola politica come se parlasse filosoficamente di una Grande politica, che nel nostro piccolo paese non c’è mai stata. Sì, va detto, qualche volta Cacciari esprime pareri politici sensati, che però avevamo già sentito parlando con il vicino di casa o con il tassista. La cosa ovvia lui non la dice come se fosse ovvia per tutti, ma come se fosse ovvia solo per lui che la dice e l’ha capita prima. Il quid che rende unica la recita del nostro uomo è questo solo tono, questo solo tema: “Io ho capito in anticipo quello che voi non capite neppure in ritardo. Perciò che ci sto a fare io qui con voi?”. Eppure sta lì. Non se ne va. Anzi torna. E’ sempre pronto a tornare. Basta chiamarlo.

In conclusione. Sono forse geloso di Cacciari? Non me ne ero accorto, ma forse chissà. Chi ci tiene, lo pensi. Perché a me no e a lui sì? Già, perché no? Se mi invitano in tv (raramente è successo) dico di no. Non mi ci sento, non vengo bene. Se mi volessero premiare come filologo, direi di no perché non sono un filologo. Lui non è un filologo, però si fa premiare come se lo fosse. Se mi avessero invitato a presentare le poesie di Raboni, avrei detto di no, perché come critico letterario potevo anche criticarlo. Cacciari ha detto di sì, anche se Raboni non lo aveva mai letto. Chissà che cosa è riuscito a dire. Avrà parlato di Raboni come Heidegger parlava di Hölderlin, altri argomenti non ne conosce.

Sembrare severi, amare il “pensiero negativo” e dire sempre di sì. Ah, questo è il segreto.

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