STRAVAGANTE HOSTEL, VERONA

 

 

Ci sono progetti che esistono e progetti la cui esistenza è di fondamentale importanza.
Stravagante Hostel, che ha aperto i battenti lo scorso 7 luglio nella città di Verona, è uno di questi.

Fortemente desiderato dalla Cooperativa Sociale L’Officina  dell’AIAS ONLUS, questo ostello ha come obiettivo quello di ridare valore alla città e all’uomo puntando sui valori sociali.
Stravagante Hostel mira a diventare un luogo di ospitalità unico per la città, sia per i servizi che offre ma, soprattutto, perché ad occuparsene saranno dei giovani con disabilità.
I ragazzi, con l’aiuto di cooperatori, volontari e familiari, si occuperanno dell’accoglienza, della gestione e anche della piccola osteria annessa.
L’ambiente dell’ostello, 800 mq suddivisi in 5 piani, è stato curato, per volere della Cooperativa Sociale L’Officina, anche da Rame Project, un collettivo di artisti di murales e writer che si è occupato di decorare le mura esterne ed interne della costruzione regalandogli anche un grande valore artistico.

KoesLuca FontPeeta e Lucamaleonte hanno realizzato 4 interventi diversi, ognuno con il suo stile e significato che rendono l’ostello un luogo ancora più unico.

Noi siamo andati a trovare Lucamaleonte a Verona, quando ancora il suo murale non era finito e abbiamo parlato di Roma, dell’eterna rivalità fra le due squadre della città (quindi tra me e lui), dei suoi lavori più iconici, di rap, di street art, del progetto e del suo immenso significato.
Qui sotto trovate la nostra chiacchierata e “Tutti diversi, tutti uguali”, il bellissimo muro che ha deciso di creare per Stravagante Hostel.

Il tuo lavoro, essendo su strada, interagisce con tutto l’ambiente che lo circonda, sia dal punto di vista architettonico sia da quello sociale. Che tipo di intervento hai deciso di creare per un progetto particolare come quello di Stravagante Hostel?

Il contatto con Andrea (Koes) e con il progetto Rame c’è ormai da molto tempo, sono andato abbastanza a colpo sicuro perché i committenti avevano ben chiaro in mente ciò che volevano.
Erano rimasti molto affascinati dal Mucchio di Fagiani che ho realizzato a Roma per la mostra al Macro “Cross the Streets” e avrebbero voluto replicarlo, io gli ho proposto delle alternative e quella che è piaciuta di più è quella dei pappagalli, probabilmente per il tanto colore che lo contraddistingue.
Il disegno di chiama “Tutti diversi, tutti uguali” e, nonostante il significato non sia di prima lettura, ciò che ho voluto rappresentare è il concetto di inclusività.
Il progetto è stato molto semplice, è venuto tutto molto naturale, ho voluto mantenere il mio stile ma usare molto più colore di quanto ne uso di solito.

Com’è stato per te lavorare ad un progetto così carico di significato e dalla forte impronta sociale?

Colpisce, e rispetto a tanti altri progetti e luoghi ti fa pensare, ritengo sia una fortuna poter collaborare con delle realtà che ti riportano con i piedi per terra.
È molto facile nel mio mondo lavorativo perdere di vista determinate cose, le più semplici e belle, e questi progetti ti riportano in una dimensione più umana.
Dimensione umana che poi è profondamente radicata nel progetto Rame dove è molto forte la voglia di creare link fra artisti, amici e progetti.
Un qualcosa che fino a 10/15 anni fa era molto comune nel mondo della Street Art ma che si è andata a perdere perché ognuno preferisce guardare al proprio orto, rispetto che condividerlo.

La street art ha subito una forte evoluzione, da arte disturbante è diventata una dei principali mezzi di riqualificazione del territorio. Pensi che un progetto come questo possa aiutare a “riqualificare” la mentalità di persone e istituzioni?

Non so bene se a livello locale possa effettivamente aiutare, ma ci sono città, come ad esempio Roma, in cui ormai è quasi fin troppo sdoganata.
Spesso diventa anche una leva politica per fare propaganda, io, rispetto a questo, ho fatto un passo indietro.
Mi piace aderire ai progetti anche con il cuore, crederci.
Nei progetti commerciali c’è un altro spirito, collaboro con Bvlgari ormai da 3 anni, abbiamo fatto cose molto belle insieme ma, ovviamente, in quel caso il mio lato artistico è molto indirizzato.
Quando invece interviene una realtà politica, istituzionale, ma anche una galleria, con la quale posso essere in conflitto preferisco non inserirmi, non apprezzo tutti questi giochi di potere che spesso calcano la mano sul concetto di riqualificazione, come se davvero stessimo salvando il mondo.
Sono dei disegni sui muri, possono un minimo cambiare la testa della gente ma se poi le cose non vengono fatte con il cuore non servono assolutamente a niente.

E quindi tu come lo hai vissuto l’ingresso della street art nelle gallerie d’arte?

Non ho mai sofferto questo passaggio, non ho iniziato a fare i miei lavori illegalmente per strada e cominciato ad esporre dopo anni, è successo tutto quasi contemporaneamente.
Ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare con la street art in un momento in cui ancora non c’era un grandissimo giro, soprattutto in Italia, e questa cosa ha portato a far girare il mio nome molto all’estero.
Due anni dopo aver cominciato a fare stencil sono stato chiamato dagli Stati Uniti per delle mostre, quindi mi è venuto abbastanza naturale.
Per me l’importante è fare le mia arte, se lavoro per strada utilizzo un linguaggio, se invece lavoro per una mostra ne utilizzo un altro, sempre mio. Sono due realtà che possono convivere tranquillamente.

Al progetto hanno preso parte tutti gli attori di Rame Project, Koes, Luca Font, Peeta e ovviamente tu. Cosa accomuna il tuo lavoro con quello dei tuoi colleghi?

Per me è sempre un onore lavorare al fianco di artisti che stimo, di Luca ho anche un tatuaggio, sono appositamente partito da Roma per farmi tatuare da lui a Bergamo quasi 10 anni fa, Peeta è un mostro sacro in quello che fa.
Per questo progetto abbiamo lavorato senza parlarci, cromaticamente il mio lavoro e quello di Luca hanno molti tratti in comune, però l’ho scoperto quando ho visto il suo muro, non prima.

Stravagante Hostel è un progetto per i giovani nostrani che parla però ai giovani di tutto il mondo, qual è il messaggio più forte che avete voluto comunicare?

Non bisogna dimenticarsi dell’inclusività, un valore fondamentale che stiamo perdendo.
Ci sono delle realtà che non vanno guardate con l’occhio della tenerezza ma con l’occhio della normalità, entrare in un bar e trovare un barista diversamente abile non fa alcuna differenza, il caffè viene buono o schifoso lo stesso.
Questo progetto è meraviglioso perché vende un servizio. Chi verrà qui non lo farà perché prova tenerezza, pagherà per essere ospitato e ricevere ciò di cui ha bisogno.
In più l’idea di inserire al suo interno delle opere con un valore artistico importante gli regala anche qualcosa di più.
Se io posso mettere del mio per dare ancora più risonanza ad un progetto come questo lo faccio molto volentieri.

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