Ti cerco e ti respingo

 

Il musicologo e scrittore Paolo Isotta
Il musicologo e scrittore Paolo Isotta

Da quando Paolo Isotta ha dismesso, dopo decenni, i panni di eccelso critico musicale per il malandato Corriere della Sera, sta vivendo una seconda giovinezza, questa volta come scrittore e memorialista d’alto rango, come si addice a cotanto personaggio. Dopo la Virtù dell’Elefante, rifiutato da ben sei editori ma poi libro di buon successo, è ora la volta di Altri campi di Marte, sempre edito da Marsilio in Venezia. I libri di Isotta sono una eterna divagazione sul tema, ricchi, suggestivi e, a tratti, difficili. La sua lingua è dotta, sembra uscire dal fondo di un armadio, ma spesso è avvincente, sempre alleggerita da quell’ironia indulgente che gli anni e i troppi ricordi gettano sulle cose, sugli uomini e sulle loro vicende. In questo pezzo al centro è il contrastato, ma profondo, antico legame fra Riccardo Muti e Isotta, due personalità che nello stesso tempo paiono respingersi e cercarsi.  Sarebbe bella una replica di Muti.    

 

Febbraio del 2014. L’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, della quale ne La virtù avevo scritto esser diventata, grazie alla cura Muti, una delle migliori d’Europa, a quel che sembra della cura Muti non è consapevole; o non è felice. Così ha fatto una serie di sgarbi al Maestro; pare che, durante certi scioperi fatti cadere proprio durante la produzione della Manon Lescaut, un gruppo di orchestrali abbia invaso minacciosamente il suo camerino.

Poco più in là s’è svolta una tournée in Giappone sempre capitanata da Muti : una cosa che onora l’Italia e lo stesso teatro: ebbene, una cospicua massa di orchestrali ha osteso certificato medico per non parteciparvi. Cosa molto romana, visto ciò ch’è accaduto a fine anno coi vigili: ma qui stiamo parlando d’un impegno nazionale.

La decisione di Muti (di dimettersi, ndr) fu forse presa ex abrupto, di certo in tal modo fatta conoscere;    senza che ne venisse informato preventivamente Alessio Vlad, che del Teatro dell’Opera è il direttore artistico; non ne venni fatto cerziore nemmeno io. Alessio e io siamo stati trattati come le truppe italiane in Africa durante la Seconda Guerra Mondiale, che Rommel abbandonò appiedate nel deserto andandosene coi camions e i carri armati. Il non aver Muti pensato di avvisarci (io ne avevo titolo nella mia qualità sia di, m’illudevo, amico del cuore sia in quella dell’unico critico musicale che a Muti desse atto del lavoro al Teatro dell’Opera svolto) significa che per lui Alessio e io  siamo pula di grano, niente.

Muti è cascato come un allocco nella trappola di chi se ne voleva liberare e facendolo esasperare liberato se n’è. Adesso egli non ha più in Italia un luogo ove poter dirigere l’Opera: salvo che a Ravenna, il  festival della moglie, ove a luglio 2015 dirige il Falstaff colla regia della moglie. A Ravenna la di lui stazione romana doveva per più motivi dar fastidio. A Roma la presenza di Alessio Vlad impediva alla signora Cristina di spadroneggiare in teatro come faceva alla Scala, ove addirittura interloquiva cogli orchestrali dettando loro norme di comportamento.

Paolo Isotta e Riccardo Muti
Paolo Isotta e Riccardo Muti

Il più grande direttore vivente è stato per me uno dei più cari fra gli amici del cuore: certe cose non possono cancellarsi; ma lo è stato. Egli dirige Opere con le regie della moglie e della figlia (la quale ha tuttavia talento). La figlia fa la voce recitante in cose da lui dirette. Accompagna in concerto sinfonico il genero pianista: i due figli maschi gestiscono la sua attività e la sua immagine artistica in un modo che suscita  la gioia dei nemici e l’ilarità di tutti…. Certo, per lui si tratta d’una sventura: la  sventura di non aver volontà di creare un recinto inviolabile pel suo essere artista.

Di recente è tornata d’attualità la polemica intorno all’acustica del San Carlo. Il burocrate Nastasi, che da anni gestisce da padrone il Ministero dei Beni Culturali,  aveva effettuato, nella qualità di commissario del teatro napoletano,  imponenti lavori di cosiddetto “restauro”: il suo progetto prevedeva che del cemento fosse posto sotto il palcoscenico, la cassa armonica più risonante del mondo.

Tutti lo scongiurarono di non farlo; colla sua arroganza burocratica egli lo fece tamquam le proteste non fuissent, credo anche per dimostrare al mondo che quando lui comanda nemmeno Cristo disceso dalla Croce può fermarlo.

Muti venne a visitare i lavori e si fece fotografare a fianco di Nastasi con l’elmetto da operaio in testa; e ancora in un’intervista del marzo 2015 di fronte a una polemica sul tema suscitata di nuovo da Roberto De Simone ha affermato l’acustica esser dopo i lavori quella di sempre.  Del pari non volle schierarsi al mio fianco – il suo intervento sarebbe stato decisivo – quando  feci la campagna a pro del ripristino per la sala degli originari colori azzurro e argento del 1816: quelli borbonici, d’incomparabile eleganza; e quale meraviglioso contrasto con la tenda color rosso vinaccia  dipartentesi dalla corona a ricoprire il palco reale!

Dal Nastasi dipendono i contributi ministeriali alle attività musicali; dunque anche ai festivals; quello di Ravenna è locupletatissimo.

Io non so a Muti quanto interessi riconoscere il merito degli amici; quanto alla sua concezione dell’amicizia è sintetizzata in una sentenza di  Spinoza (Ethices Pars V): Qui Deum amat, conari non potest, ut Deum ipsum contra amet. (Chi ama Dio non può  tentare di far sì che Dio contraccambi.)

Gli ho inviato qualche anno fa la partitura della Sinfonia di Marinuzzi perché l’eseguisse a Chicago e non l’ha neanche aperta. Gliel’ho fatta ascoltare a casa mia, ha riconosciuto ch’è un capolavoro e non l’ha eseguita né l’eseguirà. Gli ho raccomandato di studiare La battaglia di Legnano, l’unico capolavoro di Verdi ancora incompreso, e non ha avuto il tempo. Negli ultimi cinque anni è riuscito ad aggiungere un sol titolo all’intero suo repertorio, il Simon Boccanegra.  Figuriamoci se farà mai qualcosa di Alfano; esegue le Sinfonie di Hindemith e Honegger.

Nel corso del 2015  ha diretto un concerto a Modena per commemorare Luciano Pavarotti che avrebbe compito ottant’anni. Fa bene; meglio farebbe a commemorare Sviatoslav Richter, uno dei sommi pianisti del Novecento che ne compirebbe cento; e ancor meglio a commemorare Marinuzzi dalla morte del quale nel 2015 ricorrono settant’anni. Nel 1994 la Banca Lombarda e la Scala pubblicarono un volume sul Maestro contenente due compact-disc con tutte le sue registrazioni esistenti, salvo La forza del destino, ch’è ancora disponibile sul mercato .

Muti_RiccardoDa allora a oggi  di esso Muti ha posto l’orecchio solo alla Sinfonia della Norma; né mai all’unica esecuzione completa che di Marinuzzi possediamo, La forza del destino: majora premunt. Tre anni fa convenni con lui che Francesco Libetta gli mandasse un’antologia di sue interpretazioni affinché l’ascoltasse e decidesse se Libetta meritava d’essere invitato a Chicago. Non l’ha mai ascoltata: e si tratta del più grande pianista vivente.

A Chicago avrebbe dovuto, in ordine di età, invitare i Quattro: Nicolosi, Caramiello, Libetta, Carusi; i Cinque con Bresciani. Avrebbe fatto una splendida figura e avrebbe fatto il suo dovere di italiano. Ha accompagnato il pagliaccesco pianista Lang Lang invece di protestarlo, quasi fosse un qualsiasi Cristoph Eschenbach. Invita i mediocri Oppitz e Buchbinder: se mi domandassero il motivo non  saprei spiegarlo.  Si riempie la bocca della parola Italianità:  a differenza di quel che non facesse Abbado, le tasse le paga in Italia: e poi?

l tradimento di Muti. – tratto da libro “Altri campi di Marte” (Marsilio) di Paolo Isotta

 

 

 

 

 

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