O LA VITA O LA MORTE

27 Lug 2025 | 0 commenti

Potrete leggere due articoli: il primo vede la “lunga vita” come un prodotto di merchandising, il secondo dal punto di vista della scienza, messa alle strette dai tagli ai fondi e dalla ostilità crescente verso la ricerca, in particolare dall’amministrazione americana. Il grosso limite di ambedue gli articoli è che danno per scontato che il prendersi cura di sè sia un dato acquisito, una consapevolezza diffusa, una conquista storica. Peccato che vale solo per l’Occidente! Nel mondo sono milioni coloro che muoiono per fame e oltre 300 milioni di bambini soffrono fame e malnutrizione.


Fermare il tempo è sempre stato un sogno dell’umanità. Non perdere vigore, non perdere bellezza. Gli dèi dell’Olimpo, nutrendosi di ambrosia e nettare, avevano garantita eterna giovinezza. Dorian Gray, nel romanzo di Oscar Wilde, sposta lo scambio faustiano anima-conoscenza sul piano inclinato della non decadenza fisica, scivolando nella perdizione fino allo schianto. Ma è nel nostro presente, primi decenni del terzo millennio, che quell’aspirazione è diventata obiettivo costante della scienza. Scavalcati i confini del mito e della letteratura, archiviati i patti col diavolo, il ribaltamento dei processi di “aging” viene tentato e ritentato nei laboratori, offerto alle cure della medicina e spesso venduto a un pubblico frastornato dalle novità, consumato dall’ansia di non saperne abbastanza.

Di tutto questo racconta l’ultimo libro di uno degli studiosi più rispettati, l’americano Eric Topol, accademico e cardiologo, autore di Super Agers: An Evidence Based Approach to Longevity. Che cosa si propone Topol? Di mettere nero su bianco, in sintesi semplice, un approccio alla longevità che sia fondato su dati, prove, riscontri. E, ancora di più, di allontanare dai sistemi sanitari il rischio di una forbice feroce tra chi potrà permettersi “la lunga vita”, pagandosela, e chi, aggrappato alla zattera di Medicare negli Stati Uniti o della mutua italiana, dovrà accontentarsi delle briciole di un banchetto esclusivo.

Potremmo citare, con Topol, quattro linee di sviluppo. La riprogrammazione delle cellule per ringiovanirle (controindicazione: l’insorgenza di tumori). Lo studio di farmaci che puntano all’ablazione di cellule senescenti (controindicazione: l’eliminazione di cellule che sono invece necessarie). Le trasfusioni di sangue da organismi più giovani a organismi meno giovani (funziona nei topi, ma tra esseri umani è una terapia pericolosa per le derive immorali di sfruttamento che potrebbe innescare). Infine la scoperta di molecole che, sperimentate in un campo, si rivelano a sorpresa utili per gli effetti di longevità: ultimo caso è la rapamicina, individuata sull’isola di Pasqua o Rapa Nui, da cui il nome. Utilizzata per ridurre il rigetto nei trapiantati, questa molecola naturale, prodotta da un batterio del suolo, si è mostrata in grado di allungare l’esistenza degli animali del 20% (controindicazione: indebolirebbe il sistema immunitario).

All’interno di un perimetro ancora così incerto, una domanda ci richiama al buon senso, pubblico e privato: ma noi vogliamo strappare brandelli di tempo o vogliamo vivere bene, cioè senza malattie croniche, il più a lungo possibile?

Se è la seconda la nostra risposta, concentriamoci sulla prevenzione davanti alle tre principali cause di morte: il cancro, i disordini neurodegenerativi, le malattie cardiovascolari – con possibilità di riduzione del rischio affatto trascurabili (rispettivamente del 40%, 45%, 80%). Ai sistemi di controllo tradizionali, dovremmo poter accostare lo studio personalizzato degli orologi biologici, grazie a una quantità oggi straordinaria di informazioni che l’Intelligenza artificiale sa rielaborare. Non dovremmo accontentarci degli esami per fasce di età o tipologie, bensì farci accompagnare nell’indagine della nostra storia e situazione. Di che cosa rischio di ammalarmi e quando? Quale strategia mirata e combinata sarà la migliore per me?

Alla pubblicazione, sul New York Times, di un’anticipazione del saggio di Eric Topol, i lettori hanno risposto a centinaia condividendo la propria esperienza ed esaltando l’incidenza degli stili di vita. Esercizio, no fumo, poco alcol, nutrizione sana, relazioni. Un 85enne, smarrito, contesta: «Più facile procurarsi le dosi anti obesità che vivere in comunità». Un coetaneo lo incoraggia: «Prenditi un cane, un gatto, un libro». Un 69enne si augura «altri 10 anni così e poi un asteroide sulla testa». Un 79enne lo avverte: «Arrivaci e poi vedrai che ti scansi».

L’importanza delle scelte quotidiane è lezione acquisita. Stiamo imparando a prenderci cura di noi stessi, dal cibo al movimento. Circondati da longevity influencer e personal trainer, assediati da integratori e protocolli, la nostra consapevolezza – al centro – è una conquista storica. Se questo è il nostro dovere individuale, per noi stessi e la tenuta del sistema, non trascuriamo però mai il diritto di tutti a una sanità che funzioni nelle emergenze e sappia innovare nella prevenzione.

Corriere della Sera, Sette, BARBARA STEFANELLI


La salute è circolare perché il suo mantenimento nella singola persona dipende in gran parte dai risultati di ricerche scientifiche che si ottengono anche grazie alla circolazione di idee ed alle collaborazioni transnazionali fra scienziati. La nuova amministrazione statunitense, che in questi giorni compie i cento giorni di attività, ha imposto tagli sostanziali, e sostanziosi, agli enti pubblici che si occupano di ricerca biomedica ed ambientale come i National Institutes of Health (NIH), i Centers for Disease Control (CDC) di Atlanta, la Environment Protection Agency (EPA) ed il NoAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), licenziando migliaia di ricercatori insieme ai loro capi. Come se non bastasse il colpo di questa scure sulla conoscenza specifica — che è materia preziosissima — adesso sono in arrivo altre drammatiche novità.

È imminente il taglio delle risorse economiche che finanziano le ricerche competitive nell’ambito della galassia NIH. Stanno cioè per sparire le cosiddette calls, ovvero i bandi di ricerca, e con esse i grants, che sono i progetti di ricerca veri e propri. È notizia di qualche giorno fa la sospensione dei finanziamenti per le attività di ricerca a scopo terapeutico delle seguenti malattie o condizioni: tumori del sangue (leucemie e mielomi), cancro del fegato, melanoma, cancro alla mammella, tumori della testa e del collo, cancro del colon e del retto, cancro al rene, cancro esofageo, cancro alle tube di Falloppio, carcinoma neuroendocrino, cancro al polmone, cancro ovarico, HIV, malattie mitocondriali, obesità, ictus, diabete, sclerosi multipla, malattie neuromuscolari, malattia polmonare cronica ostruttiva, deficit nella salute mentale, uso di alcol, demenza, depressione /ansia/disordine post-traumatico da stress, abuso di droghe, depressione post partum. Queste sono condizioni che riguardano tutto il mondo e, in particolare, chi ha un’aspettativa di vita elevata come il mondo occidentale. Non si sa se, come e quando verranno rimpiazzati questi finanziamenti, ma di certo la decapitazione e lo svuotamento di progetti di ricerca sulle cure di questi mali si è già trasformato in un blocco dei programmi e, quindi, della ricerca sulle terapie salvavita.

L’ho già scritto sulle pagine del Corriere il 13 marzo e l’ho ribadito in questa rubrica. La situazione è davvero drammatica per i ricercatori, per i pazienti di oggi e per quelli che verranno diagnosticati domani. Se noi europei non raccogliamo la sfida e facciamo qualcosa adesso, torneremo ahimè tutti indietro di decenni, con conseguenze negative rilevanti: una possibile riduzione dell’aspettativa di vita nei Paesi più avanzati, da aggiungersi all’inevitabile espansione delle malattie che colpiscono il Sud del mondo a causa della interruzione dei programmi Usa sulla cooperazione internazionale.

Il momento di rilanciare la ricerca europea è questo. Uno dei più grandi competitor sta gettando alle ortiche decenni di esperienza, capacità e conoscenza ed è questa la finestra utile per potenziare il settore sfruttando il vuoto che avanza. I piani per il rilancio ci sono, uno ventennale è stato proposto per l’UE da Amaldi, Antonelli, Maiani e Parisi e si trova sul sito dell’Accademia dei Lincei. Attiviamoci e spingiamo insieme, nell’interesse di tutti, affinché almeno uno di questi piani sia attuato, per occupare degli spazi che attrarrebbero investimenti, contribuendo così a riprendere le redini della salute individuale e globale anche a ridurre la stagnazione dell’economia dell’Unione.

Articolo di Ilaria Capua per il Corriere della Sera

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