ALBERTO SAVINIO, flâneur a Milano

Milano dal decimo piano di un grattacielo: è il primo sguardo sul capoluogo meneghino restituito da Alberto Savinio in Ascolto il tuo cuore, città. È l’inizio di una prolungata flânerie, che è insieme percorso fisico nel corpo della città ma anche viaggio nel deposito immenso di ricordi, nozioni, storie, avvenimenti che costituiscono la “memoria” dell’autore.

Memoria è per Savinio un deposito inesauribile, che poggia le sue basi e trae nutrimento dal “passato”. Non è dunque solo una memoria individuale, ma qualcosa che si potrebbe dire memoria collettiva: i pensieri degli altri uomini, l’eredità che viene dalla storia dell’umanità. Ricordi personali e altrui si fondono in un Museo traboccante di immagini.
Per Savinio, la realtà in costante movimento della città può essere raccontata solo attingendo a quel patrimonio di immagini che viene dal passato. La realtà osservata viene ricomposta grazie a un nuovo ordine garantito dalla Memoria. Savinio ricorda, tra l’altro, che l’arte stessa è figlia di Mnemosine. È questo il processo che consente di scoprire la realtà che è nascosta dietro la realtà, in un invito a imparare a vedere, a scovare ed esprimere la voce remota delle cose. Il doppio aspetto che esse possiedono.

“Penso con gratitudine, come il naufrago dal rottame cui si aggrappa pensa alla terraferma, ai miei lavori segreti e alla mia vita solitaria, così bene intonati all’estrema timidezza del mio carattere; e penso allo sforzo, all’allenamento cui mi sarei dovuto sobbarcare se invece che ai lavori poetici e alla vita solitaria mi fossi avviato, come volevano i miei genitori, alla vita di azione.”:


La convivenza tra memoria individuale e memoria letteraria spinge Savinio in continue divagazioni, digressioni, narrazioni di storie. Tutto emerge e si fonde in misura dell’esplorare la città, nel corso di visite, percorsi casuali, passeggiate, esplorazioni, nel corso dei quali, contemporaneamente, la scoperta del tessuto urbano e del suo contenuto diventa esplorazione profonda della psiche. In una di queste esplorazioni Savinio poggia il suo taccuino sul muretto di una cancellata e si appresta a prendere delle note, quando scopre di essere avvicinato da alcuni gatti, evidentemente attratti dal suo taccuino.

Le vie di Milano sono particolarmente atte al conversare, scrive Savinio. Questa loro qualità è da ascrivere soprattutto alla loro ottima pavimentazione: la prima selciatura risale al 1265 e fu opera del podestà Napo Torriani.

Da allora, e Stendhal poté confermarlo, Milano ebbe sempre fama di “ben selciata”. Via Manzoni, però, è la meno adatta per il fragore dei tram, che penetra nel corpo non attraverso le orecchie ma attraverso lo stomaco. La memoria di Verdi e della sua morte aleggia nell’albergo all’incrocio tra via Manzoni e via Croce Rossa. La storia traborda dal Castello Sforzesco e dal Parco di Milano alle sue spalle, da Piazza Belgioioso con la casa di Alessandro Manzoni, dal “fabbricone di aspetto assirobabilonese, che i milanesi chiamano Acquario”, e dal Museo di Storia Naturale a Porta Venezia. Le piazze, invece, “non hanno nulla di apprestato: sono incontri casuali di vie nelle quali il vento della fantasia si raccoglie e gioca, perché in questa città tranquilla e felice altro vento non tira, se non quello della fantasia sottile e pacata”. La piazza dove sorge la Chiesa di San Sepolcro è il luogo da cui partirono i milanesi per la prima crociata e in cui Mussolini fondò il primo Fascio di Combattimento.

IL centro storico, il quadrilatero che corre parallelo a via Torino sono meta delle sue flanerie: Via Valpetrosa, via Cardinale Federico, Piazza della Rosa. Strade, taverne, ristoranti, specialità culinarie, tutto rimanda ad altro, crea assonanze, rievoca, collega. La Pinacoteca di Brera, l’ingresso di un palazzo patrizio, Corso Buenos Aires, riportano alla mente di Savinio qualcos’altro: la sua prima mostra di pittura a Parigi nel 1927 e la prefazione di Jean Cocteau, i racconti di Edgar Allan Poe, l’Uomo invisibile di Wells, i romanzi di Kafka.

“A conclusione della mia visita all’Accademia di Brera, Francesco Messina mi fa entrare nella classe di scultura, nella quale egli stesso professa. Dalla soglia egli annuncia ad alta e chiara voce il mio nome. Gli allievi intenti a modellare la creta si levano dagli scanni e levano il braccio al saluto [romano]; e il braccio al saluto leva pure l’ignuda fanciulla che sta ritta sulla pedana del modello. Una vampa di vergogna mi offusca la vista, e a testa bassa, come il toro che s’accinge all’attacco, traverso l’aula fra i trespoli dietro il mio gentile amico, fingendo di guardare qua e là, ma nulla vedendo delle esercitazioni di quegli scultori in erba..

Tutto concorre a creare un’idea di Milano, un’impressione in profondità, aiuta a catturare la sua aura. Non ultimo il fatto che la città “riposa sull’acqua, e questa è una delle principali ragioni della sua perenne freschezza. L’acqua scende dalle Prealpi, s’avvia per misteriosi fiumi sotterranei, cede alla pendenza della vallepadana, passa a sei metri sotto le case di Milano, continua e va a ingrossare il Po”.

L’intero libro si snoda come una sorta di conversazione passeggiata, s’inabissa nelle pieghe della metropoli, “città tutta pietra in apparenza e dura”, ma in fondo “morbida di giardini”, e greca molto più di tante altre città italiane, si impossessa dei suoi segreti olfattivi, dell’odore di legno bruciato esalato dai camini, scopre il fascino della nebbia, e l’orgoglio con cui i milanesi ne parlano. E diventa qualcos’altro: una lunga prolusione il cui senso profondo è una ricerca di sé.

Articolo di Paolo Melissi per ww.satisfiction.se

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