Nel 1966 John Berger, grande scrittore ed etnografo visivo, arruola il suo amico fotografo Jean Mohr e insieme seguono per tre mesi l’attività di un medico di campagna, John Sassall, che lavora in una comunità isolata e depressa nell’Ovest dell’Inghilterra. Ne raccontano e documentano la vita, le abitudini, gli incontri. La storia di quello che oggi definiremmo “un medico di una volta” diventa un libro: Un uomo fortunato. Storia di un medico di campagna.

Pubblicato nel 1967, oggi è un classico della medicina. Inizia come resoconto e procede come racconto filosofico dell’epopea di un uomo che aspira alla conoscenza e approda alla malinconia. Leggerlo dopo la pandemia da Covid-19 è particolarmente interessante per riflettere sulla nostra idea di cura, sui significati della relazione medico-paziente, sulle dinamiche psicologiche che la malattia attiva nel paziente come nel medico.

«I paesaggi possono essere ingannevoli», è l’incipit con cui John Berger si presenta al lettore. «A volte si direbbe che un paesaggio non sia tanto lo scenario della vita dei suoi abitanti quanto un sipario dietro il quale hanno luogo le loro lotte, le loro conquiste e le loro disgrazie». Capiamo subito che, quando parla di “paesaggi”, Berger non si riferisce solo a quelli esterni, ma anche all’universo del mondo interno, psicologico. «C’è una curva nel fiume», scrive poco dopo, «che spesso ricorda al dottore il suo fallimento». Pagina dopo pagina, la voce di Berger è accompagnata dalle fotografie di Jean Mohr. Le prime ci mostrano scene bucoliche: una strada che attraversa boschi e campi, due uomini in barca su un fiume tranquillo. Col procedere del testo, le fotografie da nitide e soleggiate sembrano farsi più buie e nebbiose. Il dialogo tra testo e foto è uno degli aspetti più suggestivi di questo libro: la conversazione tra la scrittura di Berger e la fotografia di Mohr ci coinvolge in un’intimità partecipe, spesso dolente, mai invadente. In principio il dottor Sassall non sapeva ancora guardare oltre le presentazioni sintomatiche dei pazienti. All’inizio della carriera la sua esperienza del rapporto con loro era semplificata dalla convinzione che il medico è un agente attivo e oggettivo che incontra un paziente passivo e soggettivo. Non aveva «pazienza con niente tranne le emergenze o le malattie gravi».

John Sassall al lavoro

Si occupava solo di crisi in cui «il paziente era semplificato dal grado della sua dipendenza fisica dal medico. Lui stesso era del resto semplificato, perché il ritmo di vita che aveva scelto gli rendeva impossibile e superfluo analizzare le proprie motivazioni». Poi accade qualcosa, una rivelazione improvvisa (che non vi rivelerò) gli mostra come la vita dei pazienti non sia sempre quella che appare in superficie. L’ovvio ma folgorante riconoscimento che le apparenze possono essere ingannevoli, lo porta a un nuovo approccio al suo lavoro, uno sguardo che prevede la comprensione di ciò che muove le persone e le rende ciò che sono. Impara ad ascoltare, a costruire ponti tra il mondo esterno presentato dal paziente e il mondo di significati che compongono la relazione del paziente con se stesso e con gli altri.

Berger non ci offre solo il ritratto di un medico speciale ma anche la descrizione di un modo di fare il medico oggi pressoché scomparso perché appartenente all’epoca in cui il corpo del malato prevaleva sulla macchina della medicina. Lo dico con nostalgia, ma senza giudizio. Conosco i pro e i contro di entrambe le epoche e di entrambe le medicine. Ma questo non mi impedisce di cogliere alcune verità trasversali a ogni epoca e ogni medicina, come questa, che sembra tratta da La morte di Ivan Il’i? ed è invece una delle pagine più belle di Un uomo fortunato. «Il paziente infelice va dal medico per offrigli una malattia – nella speranza che almeno questa parte di lui (la malattia) possa essere riconoscibile […] Agli occhi del mondo lui non è nessuno; ai suoi occhi il mondo non è niente. Il compito del dottore – a meno che non si limiti ad accettare la malattia per quello che è, assicurandosi peraltro un paziente difficile – è riconoscere l’uomo. Se l’uomo può cominciare a sentirsi riconosciuto […] la natura senza speranza della sua infelicità sarà stata modificata». Sassall comprende che tra le varie posizioni del medico ci sono la testimonianza («il suo ruolo di testimone è prezioso, perché ha visto morire molte altre persone») e il riconoscimento. Un riconoscimento necessario «sia sul piano fisico sia su quello psicologico». Mentre leggiamo queste parole lo sguardo incontra di nuovo le fotografie di Mohr. In una di queste Sassall esamina l’addome di una ragazza. Una mano ferma palpa il quadrante superiore sinistro. Gli occhi di lei sono spalancati, ma fiduciosi; guarda lui che la osserva. I successi meravigliosi della medicina tecnologica e di quella informatica non devono farci dimenticare il ruolo della semeiotica quando tocca il corpo del malato, «l’indice che palpa le profondità», diceva Michel Foucault. Quando Sassall parla con un paziente, è come se lo stesse anche toccando con le mani «in modo da avere meno probabilità di fraintendere»; quando lo visita con le mani è come se «stessero anche conversando».

L’approccio di Sassall alla pratica medica è radicale, intrepido, talvolta onnipotente. Sono la sua dedizione estrema e la sua crisi, anche depressiva, a offrirci l’opportunità di domandarci, in quanto medici odierni, come siamo cambiati, come possiamo bilanciare il meccanismo complesso di gratificazione e frustrazione alla base della professione medica. Sassall iniziava a intuirlo: «A volte mi domando quanto di me sia ciò che resta del vecchio medico di campagna tradizionale e quanto di me sia un medico del futuro. Si può essere entrambe le cose?». Nonostante le differenze tra la cultura medica di un medico di campagna inglese degli anni Sessanta e quella di un medico cittadino di oggi, Un uomo fortunato coglie qualcosa di universale e duraturo nella vita di un medico.

Sole 24ore, Vittorio Lingiardi

In copertina: John Berger