BRUCK

Edith Bruck, lei oggi compie 90 anni. Il suo libro Il pane perduto (La Nave di Teseo) corre per il premio Strega, giovedì 29 aprile il presidente Sergio Mattarella l’ha ricevuta al Quirinale per nominarla Cavaliere di Gran Croce, papa Francesco è venuto il 20 febbraio a trovarla a casa.

Un momento straordinario della sua vita di intellettuale ebrea, sopravvissuta alla Shoah

«Sì, tutti avvenimenti bellissimi. Sono contenta. Se fosse accaduto vent’ anni fa sarebbe stato diverso. Oggi mi sembra una specie di conclusione, di fine. Ho una maculopatia progressiva, vedo sempre meno: però, non so come, riesco a scrivere. Ma sono qui, e certo non mi lamento».

Lei si chiede nel libro se i riconoscimenti siano più alla sopravvissuta a diversi campi di concentramento (Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen) o più alla scrittrice. Ha una risposta?

«Sono spesso indicata come una sopravvissuta, forse anche per la mia decisione di testimoniare. Ma sono una scrittrice, un’autrice di poesie.

Edith Bruck con lo scrittore Achille Campanile agli inizi degli anni 70

Io non parlo solo di me stessa, nei libri: ma del mondo, dei giovani e del loro domani, dell’umanità. Ieri la persecuzione è toccata a me con il nazismo, oggi può toccare a te, domani ad altri. Per questo scrivo.

Non bisogna mai tacere per esempio oggi contro il razzismo, l’intolleranza, l’aggressività, l’indifferenza, anche la volgarità. Vedo raduni di fascisti, incredibilmente tollerati. È una nube nera che avanza, molto preoccupante».

Cosa la preoccupa?

«Io ho novant’ anni e certe volte sono stanca di girare… Ma per esempio giorni fa alcuni professori di una scuola romana mi hanno detto: signora per favore venga a raccontare, qui certi ragazzi cantano inni fascisti, non sappiamo più come fare.

Come si fa a tirarsi indietro? Sono piena di lettere di giovani che mi ringraziano dopo le mie visite nelle scuole. I ragazzi supplicano di sapere e di capire, molto più di quanto pensiamo».

Il pane perduto del titolo è quello che stava lievitando prima che la sua famiglia fosse strappata, nella primavera del 1944, dal villaggio ungherese di Tiszakarád al ghetto di Sátoraljaújhely, prima tappa della deportazione verso Auschwitz. Lei, la piccola Edith Steinschreiber, aveva solo 13 anni.

«Mia madre non smise mai di piangere per quel pane, nel suo pianto era confluito il terrore, il dolore, la consapevolezza della fine del nostro mondo. In quei giorni, soprattutto sul treno verso Auschwitz, noi figli di colpo diventammo adulti e i nostri genitori vecchi».

Lei avrebbe poi perso madre, padre e un fratello nei campi nazisti. Il libro è denso di ricordi strazianti. C’è anche il suicidio della sua amica Eva, morta fulminata dalla corrente del filo spinato. Lei pensò mai al suicidio, in quei campi?

«Ricordo il corpo di Eva, appeso a braccia aperte, come un Cristo sulla croce… No, mai pensato al suicidio. Troppo forte il mio attaccamento alla vita. Ho superato anche una delle ultime prove a Bergen Belsen quando dovemmo “ripulire” come ci dissero, il campo dai cadaveri degli uomini morti.

Si formavano le piramidi umane sotto la tenda della morte. Uno di loro era ancora vivo, mi disse: “Racconta, non ci crederanno, racconta, se sopravvivi, anche per noi”. Così ho fatto».

Una stessa pagina del libro ha colpito sia il Papa che il capo dello Stato. A Dachau un soldato le gettò addosso una gavetta ordinandole di lavarla. Però in fondo aveva lasciato della marmellata…

«L’aveva lasciata per me. Rappresentò una delle luci che mi aiutarono ad andare avanti, a sperare, a sopravvivere. Un significato enorme, ed entrambi lo hanno capito. Il Papa mi ha chiesto di raccontargli quella storia, e anche Mattarella».

Due incontri indimenticabili, c’è da immaginare.

 «Il Papa emanava calore, mi ha detto che approvava la mia lettera finale a Dio. Chissà cosa approvava? I dubbi? Le domande? La ricerca? A Mattarella voglio un gran bene: è un uomo serio, giusto, mi dispiace che finisca il suo mandato».

 Perché ha scelto l’Italia come definitiva Patria?

«È stata l’Italia a scegliere me. Dopo la liberazione, tornai in Ungheria, andò male. Poi la Cecoslovacchia, il tentativo fallito di radicarmi in Israele, quindi la Grecia, la Turchia, la Svizzera… nel 1954 capitai a Napoli in tournée con uno spettacolo dove ero ballerina in una compagnia di esuli.

Il Papa che fa visita a Edith Bruck il 20 febbraio scorso

Progetti a novant’ anni?

Mi sembrò che la città mi dicesse “benvenuta!”. La gente si parlava dalle finestre, i panni stesi, chi cantava Maruzzella . Una vitalità vibrante nell’aria. Poi scoprii Roma: monumentalità, eternità, maestosità. Mi sentii a casa. Lì conobbi mio marito, il poeta e regista Nelo Risi. L’amore della mia vita. Alla fine l’ho assistito per dieci anni, un lungo Alzheimer. È stato il più bel periodo della mia esistenza: far nascere ogni giorno un essere umano, assistendolo».

«A giugno esce un mio libro di poesie, sempre per La Nave di Teseo. Si intitola Tempi . Parlo dell’oggi, dei giovani, della loro educazione: dovrebbero abituarsi subito a dividere ciò che hanno con gli altri, a partire dalle merende a scuola».

Guardandosi indietro, rifarebbe tutto ciò che ha fatto nella vita?

«Tutto. Non rimpiango niente».

Paolo Conti per il “Corriere della Sera”