BRUCK

“L’antisemitismo è una nuvola nera sull’Europa”

Edith Bruck, sopravvissuta ai campi di Auschwitz, Bergen-Belsen e Dachau, oggi scrittrice e poetessa, racconta il suo inferno e ritorno “L’ignoranza del passato alimenta un nuovo odio verso gli ebrei”

Il ritorno dai campi di concentramento è stato per molti “la fatica delle pianure”, avrebbe detto Bertolt Brecht. La crudele quiete dopo l’inferno, l’esperienza dolorosa di un mondo che voltò ostinatamente le spalle ai tanti che tornavano dall’abisso. Edith Bruck, nata novant’anni fa in un piccolo villaggio ungherese e deportata a tredici, ha attraversato sette campi di concentramento e di sterminio, da Auschwitz a Dachau a Bergen-Belsen. Nel suo ultimo, struggente libro, Il pane perduto (La nave di Teseo), la poetessa e scrittrice ripercorre la sua discesa agli inferi, ma si sofferma anche sul ritorno in un mondo insofferente.

Che ha consentito all’antisemitismo di non estinguersi mai.

La voce profonda e musicale di Edith, dall’altro capo del telefono, è la stessa che dalla fine della guerra non ha mai smesso di raccontare e ricordare. A sessant’anni dal suo primo libro, ha sentito l’esigenza di tornare sulla sua storia. Perché “i musi di latte”, i ragazzi con cui parla nelle scuole, sono sempre più inconsapevoli, sempre più impreparati, quando incontrano una delle più straordinarie testimoni della Shoah.

«L’antisemitismo è tornato, è una nuvola nera sull’Europa». E perché è tornato, o perché non è mai andato via, ce lo spiega a partire dalla copertina del libro. È una foto di Edith, il suo volto bellissimo, pensoso e contratto dal dolore, mentre la sua mano sfiora un muro.

Edith, dov’era in quella foto?

«Ero nel mio villaggio, in Ungheria.

Ci sono tornata negli anni ’80, per un documentario che hanno girato sulla mia vita. Quando sono andata a visitare la scuola, i bambini avevano tutti il fiocco rosso. Erano ancora gli anni del comunismo.

Dopo che avevano letto ad alta voce un brano del mio libro, ho chiesto alla classe: “cosa sapete della storia del villaggio?”. Si è alzata una bambina e ha detto: “c’era una signora molto ricca, ebrea, che viveva al cimitero. Un giorno sono venute delle persone — la bambina non era in grado di dire chi fossero — e le hanno detto di andarsene”.

Questo hanno insegnato ai bambini. Il nulla! Nessuno sapeva che eravamo stati deportati, perseguitati. Non ci possiamo meravigliare che adesso in Ungheria gli ebrei vengano insultati per strada. Che siano tornate quelle storie orribili. Sugli ebrei ricchi, sugli ebrei che controllano il mondo. Che ci sia quest’antisemitismo feroce. Io ho scritto questo libro perché credo che sia molto più importante ricordare oggi che 60 anni fa.

Sull’Europa intera sta tornando una nuvola nera».

Nel libro lei racconta anche la delusione del ritorno, dopo la liberazione.

«Quando ero nei campi e lottavo tutti i giorni per sopravvivere, pensavo: “se ne uscirai viva il mondo ti chiederà perdono in ginocchio”. E invece quando siamo tornati dai campi abbiamo scoperto con profondo dolore che il mondo continuava a tenere gli occhi chiusi, che non ci voleva vedere. Che eravamo soltanto un peso. Con mia sorella ci siamo dette “ma perché siamo sopravvissute, perché abbiamo lottato per la vita?”. È stato un momento molto amaro.

Eravamo molto sole».

Il rifiuto l’ha spinta ad attraversare per mezza Europa e il Mediterraneo, ma poi è approdata a Roma e non l’ha più abbandonata.

«Quando siamo tornate, tutti ci dicevano, ogni volta, “lavatevi, lavatevi”. Anche quando eravamo già spidocchiate, quando eravamo pulite. Ci dicevano “ho da mangiare per tre o quattro giorni”, poi ci cacciavano. Non sapevano cosa fare di noi. Eravamo degli avanzi di vita.

E ci dicevano “anche noi abbiamo sofferto”. Al mio villaggio ci hanno inseguito con l’accetta. Avevano paura li denunciassimo, a noi non passava neanche per l’anticamera del cervello».

Ha mai incrociato qualcuno dei suoi aguzzini?

«Sì, due volte. Una volta la kapò Aliz, in Israele. Sono scappata. E un’altra volta a Roma, sempre una kapò.

Non le ho mai denunciate».

Aliz fu la kapò che le disse indicando il fumo della ciminiera: quella è tua madre. Perché non l’ha denunciata?

«Io non ho mai accettato di fare la spia, di fare ad esempio la Läuferin .

Erano quelle che portavano le notizie da una baracca all’altra per una briciola di pane in più. Non mi sono fatta disumanizzare. Ma sono stati i tedeschi a ridurre tanti così.

Ecco perché non ho mai denunciato le kapò. Però, e di questo ho discusso spesso con Primo Levi, per me non è vero che sono le circostanze che ti rendono una carogna. Mia madre mi aveva dato un’educazione molto forte, morale, e io non l’ho mai dimenticata. E poi, forse perché ero nata povera, ho sempre avuto pietà per i diversi, i deboli».

Nel libro lei parla per la prima volta di odio non in riferimento ai nazisti che la torturarono per anni, ma a un inglese, un liberatore.

Perché?

«Eravamo ancora vicino a Bergen-Belsen, nelle baracche di transito, in attesa di essere rimpatriati. Rubammo un pollo in un villaggio. Ci sembrava la manna dal cielo. Lo arrostimmo, con l’acquolina in bocca, eravamo euforici. Arrivò questo ufficiale inglese che diede un calcio al pollo perché non l’avremmo dovuto rubare. Il pollo finì nel fango, divorato dai cani. Ero infuriata.

Perché quell’uomo era un liberatore, era un uomo, non un nazista. Non ho mai avvertito odio verso i tedeschi, mai. Perché per me non appartenevano al genere umano. Le faccio un esempio. Una volta incrociammo un gruppetto di ragazzini della Hitlerjugend. Cominciarono a sputarci addosso. E miravano al nostro sesso. Io li guardai e mi dissi, che pena che mi fate».

Dopo le sofferenze nei campi e il rifiuto del dopo, cos’è che l’ha spinta a vivere?

«Già quando ero in Germania, sono stati alcuni gesti piccoli, semplici che mi hanno restituito la fiducia negli esseri umani. Un tedesco a Dachau che mi ha chiesto come ti chiami, “we heisst du”. Non credevo alle mie orecchie: allora sono un essere umano, pensai, e non un numero. Un soldato che mi lasciò un po’ di marmellata nella gavetta. Una bambina che mi regalò un pettinino per i miei capelli, che erano lunghi un centimetro. Sono queste le cose, queste luci che ti fanno andare avanti. Che ti fanno pensare che non è tutto buio pesto».

In Ungheria sono stata in una scuola: gli studenti non sapevano niente delle deportazioni, delle persecuzioni Non gli avevano insegnato nulla Non ho mai denunciato le kapò neanche quelle che incontravo per strada. Mi sono sempre rifiutata di fare la spia, di farmi disumanizzare

Articolo di Tonia Mastrobuoni

Edith Bruck è nata in Ungheria nel 1931, sopravvissuta alla Shoah, è scrittrice poetessa e saggista. E’ stata sposata col regista Nelo Risi, deceduto nel 2015

Il libro Il pane perduto di Edith Bruck è edito da La nave di Teseo (pagg. 128, euro 16)