Pubblichiamo volentieri l’articolo col quale Geppetto riprende la sua collaborazione al blog. Un pezzo di scottante attualità in cui si analizza la politica del governo Meloni e si getta lo sguardo sul futuro del sistema Italia, con grande lungimiranza e consapevolezza dei rischi che la democrazia corre da noi e nel mondo.
Nel cacofonico e asfittico dibattito politico italiano capita di assistere all’emergere di voci inconsapevolmente del “sén fuggite” che hanno il pregio di essere una sublimazione della parte più profonda e sincera del pensiero.
Prendete l’esempio di questi giorni: la frase della Meloni: “in quale giorno della settimana cadrà il 12 dicembre”, a commento dello sciopero indetto dalla CGIL di Landini per quel giorno.
In apparenza una battuta sarcastica, uno sfottò ritenuto inopportuno, da alcuni triviale e stizzato, subito ripreso dai fedelissimi e amplificato dai social: “non si può trasformare il diritto di sciopero in licenza di bloccare il Paese», sbotta il deputato leghista Furgiuele.
Partito l’ordine di scuderia, la strategia prende contorni più consistenti e rivelatori.
Scrive Andrea Colombo sul Manifesto: ” dopo Meloni arriva Salvini: «Invitiamo Landini a rinunciare al weekend lungo e organizzare lo sciopero in un altro giorno della settimana». Poi è una valanga. Dichiarazioni a mitraglia che partono dagli spalti tricolori leghisti, azzurri e che intasano le agenzie di stampa: tutte identiche, tutte concentrate solo sul maledetto venerdì. Come se a fronte di una manovra che dà pochissimo a tutti e quel poco lo ripartisce all’insegna dell’iniquità il problema fosse in che giorno si sciopera.”
A sinistra dello schieramento politico si è parlato di ipoteca del diritto di sciopero, di paura della premier per ogni forma di protesta.
Ma se proviamo ad alzare lo sguardo al di là del 12 dicembre e a rivedere, come in una moviola, i tre anni trascorsi dal 22 ottobre 2022- data di insediamento del governo Meloni- ad oggi, ciò che emerge con maggiore evidenza non è un riformismo cauto, fattivo e consapevole, ma un populismo autocratico, in preparazione e preludio di una democrazia illiberale, come ne vediamo in giro, in Europa e nel mondo. Dico ciò come comune cittadino, senza strumentali allarmismi, ma con limpida consapevolezza e ferma volontà oppositiva.
La filastrocca: il popolo mi vuole, qui comando io come donna, madre e cristiana, è ben oltre che una amenità alla Cetto La Qualunque. Nasconde un fine preciso e sistematicamente perseguito con le astuzie e il camaleontismo politico necessari.
La visione della premier del Quarticciolo non nasce da una malcelata paura, come pure titola il Manifesto. La Meloni fa il suo gioco, alternando vittimismo a sbandierata incorruttibilità, è come una farfalla nel bozzolo che promette prima o dopo di uscire, ma nel frattempo parla, urla, fa smorfie, spesso con una reticenza minacciosa.

La domanda diventa allora: ma in Italia gli ingredienti ci sono tutti per una operazione di svuotamento della democrazia parlamentare italiana fuori dai principi costituzionali? Basta travestire tendenze autoritarie sotto un leaderismo da underdog? Illuminare di carisma, con apparizioni sui social media, forme altrimenti oscure di familismo di potere? Limitare le libertà civili con l’appello diretto al popolo “che lo vuole”?
No!, alla lunga per vincere bisogna calare le carte e farlo al momento giusto. L’offensiva per questa “operazione speciale” si muove su due fronti: le istituzioni e le rappresentanze sociali.
Sul piano istituzionale, due sono gli ostacoli: le istituzioni democratiche e l’opposizione politica che vanno indebolite e superate, per limitarli prima e eliminarli poi.
Accantonato per il momento il premierato, per non inimicarsi il presidente Mattarella, troppo benvoluto dagli italiani, il governo Meloni ha preso a pasticciare con la Carta costituzionale.
La riforma (si fa per dire) della giustizia appena varata, la preannunciata modifica della legge elettorale, un europeismo spurio e appiccicato con lo sputo, lo svuotamento di Camera e Senato (lavorano solo per ratificare quanto deciso dal governo da martedì pomeriggio e venerdì mattina), vanno in questa direzione.
Gli esempi potrebbero continuare: dallo spoil system, alla occupazione della RAI, alla Biennale di Venezia, alle mani sul sistema bancario, al nepotismo come prassi, ecc.
Si dirà: ma lo fanno tutti. Sì, ma chi ha votato la destra turandosi il naso, come raccomandava Indro Montanelli anni addietro, si sarebbe aspettato qualcosa di meglio.
Prassi e strutture ereditate dalla prima repubblica? Oramai obsolete nell’epoca digitale e della connettività globale? Il concetto stesso di mediazione, di sintesi e attenzione alle esigenze delle parti sociali è del tutto sconosciuto al governo Meloni e visto col fumo agli occhi perché in palese contraddizione col populismo illiberale.
Neutralizzato il Parlamento resta ancora nel gozzo il nocciolo duro: quello delle istituzioni attraverso le quali il corpo sociale vive e si organizza e le sue forme di rappresentanza agiscono. In sintesi l’essenza stessa della democrazia improntata a libertà e giustizia per tutti.
L’esatto contrario della visione autocratica, in cui il filo diretto con il popolo non ammette altri interlocutori. Oramai la politica nell’era digitale non si fa col confronto, il dialogo con le parti sociali e i portatori di interesse, ma col soliloquio, l’egomania, la volontà di potenza. Una politica che non unisce ma divide, in cui l’eletto o chi governa non rappresenta la nazione ma il suo partito e il suo clan elettorale.
Volete la riprova? Confrontate Mattarella con la Meloni. Il primo è tutt’uno con il ruolo di garante impeccabile che la Costituzione gli riserva. La seconda non è stata in grado di fare il salto per passare dal ruolo di rappresentante della destra a quella di tutti gli italiani, non ci prova nemmeno. Io stesso ero fra quelli che, preso atto con sorpresa del risultato elettorale, hanno pensato: ma sì, vediamo come se la cava, può non essere un passo falso,…in fondo una giusta dialettica del sistema.
Ma subito si è visto che non sarebbe stata capace di parlare a tutti, nell’interesse di tutti i cittadini, ma del suo popolo, in linea con la sua concezione politica. Alla Meloni sta bene rappresentante una parte, essere soggetto discriminante, capo di un governo che divide perché divide et impera.


