DECIDERE CIO’ CHE E’ GIUSTO

A 40 ANNI DALLA MORTE DI GIORGIO AMBROSOLI, LA MOGLIE NE RICORDA LA FIGURA ESEMPLARE. DIRSI BORGHESI NON E’ MAI UN INSULTO, SPECIE SE SI MUORE PER ASSOLVERE AL PROPRIO DOVERE VERSO SE’ STESSI, LA FAMIGLIA E IL PAESE.

Giorgio Ambrosoli

«Quarant’anni dopo, è andata come scriveva suo marito? Direi proprio di sì». In una mattinata di riflessioni e ricordi, un’unica volta le lacrime bagnano il ciglio di Anna Lorenza Gorla in Ambrosoli, per tutti Annalori. Quando rievoca quella lettera, presagio di morte e testamento di vita, con cui il marito le prospettava gli anni futuri senza di lui. Giorgio Ambrosoli era consapevole, che avrebbe «pagato a molto caro prezzo l’incarico» ricevuto dalla Banca d’Italia di commissario liquidatore dell’impero finanziario di Michele Sindona. Correvano gli anni Settanta. E da allora tutto è andato come immaginato in quelle righe, scritte dietro a un tabulato.

Innanzitutto, quella notte dell’11 luglio 1979, quando un killer venuto dagli Stati Uniti uccise l’avvocato milanese. Quei tre spari restano un’insormontabile frattura tra le cornici delle fotografie sul tavolino del soggiorno: da un lato, gli scatti in bianco e nero di una giovane coppia e i colori sfocati di tre bimbi, dietro una finestra di Monte Marcello; dall’altra, le immagini a colori di tutto quello che è venuto dopo. I ragazzi cresciuti, secondo gli auspici paterni, «nel rispetto dei valori e nella coscienza dei doveri, verso se stessi, la famiglia e il Paese»; e tutto il lascito di questo schivo professionista, divenuto esempio di «consapevolezza, professionalità, spirito di servizio e libertà».

Annalori Ambrosoli

Sono questi, a detta della moglie, i valori che meglio rappresentano la condotta di Giorgio Ambrosoli, un modello civico a cui anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, rende tributo, partecipando domani al Piccolo Teatro al premio intitolato all’avvocato milanese. «Un riconoscimento che ci conforta – sorride Annalori –, ci rasserena e contribuisce a sanare una ferita, di cui si erano già presi cura Sandro Pertini e Carlo Azeglio Ciampi». È la ferita aperta dalle assenze davanti a quel cadavere ingombrante. Non c’erano uomini del governo o della politica, alle esequie nella basilica di San Vittore. Partecipò ai funerali invece Paolo Baffi, governatore della Banca d’Italia, che aveva affidato nelle mani di questo giovane professionista la voragine da 268 miliardi di lire della Banca privata italiana. Poi anche l’altro governatore Guido Carli sentì «il desiderio di venire a conoscere i bambini. Mi portò un biglietto da visita di Giorgio, con un messaggio: ringraziava per aver avuto l’opportunità di fare qualcosa per il Paese».

Quattro decenni dopo, in un’epoca distante da quegli anni di finanze spericolate e violenza cieca, ma anche di fiducia profonda e impegno collettivo, questo resta il più autentico insegnamento di Giorgio Ambrosoli: anteporre il bene della collettività. «Più volte questa lezione è stata tradita – avverte la moglie – ma è stata anche accolta da tanti giovani che io e i miei figli, Francesca e Umberto, incontriamo nelle scuole. Ed è seguita da altrettanti silenziosi professionisti. Anonimi cittadini, che fanno il loro dovere, nel rispetto delle regole». Dall’attuale casa, non lontano da quel marciapiede di via Morozzo della Rocca dove l’avvocato fu assassinato, lo sferragliare del tram accompagna le riflessioni di questa donna, che non ha mai smesso di tenere per mano la sua famiglia. Come in quella foto, dietro al feretro del marito. E anche quando il lutto è tornato a imporsi, con la morte improvvisa del secondogenito, Filippo, di cui resta alle pareti un’incisione, con uno scorcio della casa al lago. Sul tavolino, invece, due titoli sono in evidenza: “La scelta. Giorgio Ambrosoli” e i discorsi del cardinale Carlo Maria Martini.

Carlo Maria Martini

Mentre parliamo, le considerazioni sulle crisi finanziarie di quarant’anni fa si sovrappongono con le cronache recenti, del dissesto di altre banche, del crack di società ritenute solide, di nuove operazioni finanziarie spericolate, come di controlli che non hanno funzionato e di risparmiatori, che spesso hanno perduto. A loro per primi, invece, pensò il liquidatore dell’istituto di Sindona, nel respingere le pressioni di chi voleva tutelare il bancarottiere di Patti, nel messinese, divenuto nella vulgata «il salvatore della lira». «Quel valore della responsabilità verso la collettività ora mi sembra diluito», si rammarica Annalori, prima di citare un nome: Mario Draghi, governatore della Banca centrale europea. «Non abbiamo contatti diretti, ma – premette – riconosco in lui gli stessi valori di Giorgio, lo stesso spirito con cui ha assunto il suo ruolo».

Non ci saranno altri protagonisti dell’attualità in questo dialogo, più volte interrotto dalla suoneria a cucù del cellulare che la riporta a ulteriori impegni. I nipoti da accompagnare nella casa di famiglia di Ronco di Ghiffa, sul lago Maggiore, «dove Giorgio è cresciuto»; i dettagli da concordare per la cerimonia in teatro; le iniziative benefiche a cui partecipare. «Perché a Milano la borghesia resiste, anche se quasi ovunque è all’angolo».

Gae Aulenti

Da questo terrazzo, Milano è una successione di tetti antichi, facciate liberty e l’eco lontana di quella laboriosità che l’architetto Gae Aulenti volle celebrare con ago e filo a piazzale Cadorna. «Ho tanti amici impegnati nelle carceri, a difesa di donne maltrattate, per i tossicodipendenti e i popoli in difficoltà. E trovo che questo – argomenta – sia un valore autentico della borghesia illuminata, incarnata a pieno da profili come quello di Piero Bassetti». A questo mondo rimanda il libro di Corrado Stajano, che ha universalmente consacrato Giorgio Ambrosoli come “Un eroe borghese”. «Oggi le persone storcono la bocca davanti a quest’aggettivo. Sembra quasi un insulto, ma il riferimento era proprio a quella parte di popolazione attenta alle esigenze del Paese, che non si accontenta del proprio benessere». Giorgio Ambrosoli «avrebbe potuto vivere tranquillo con le sue serene abitudini e, invece, per la passione dell’onestà – scrisse Stajano – si scontrò con un genio del male», Michele Sindona e con gli interessi che rappresentava.

E non ci fu solo l’estremo sacrificio a dimostrarne l’etica. A ritroso nel tempo, c’è una successione di gesti simbolici, come quando, insieme ad altri genitori, spazzò il cortile della scuola elementare dei figli, dopo la corsa stra-Ruffini. C’è una fotografia del ’79 a documentarlo e potrebbe essere sovrapposta a quelle del maggio 2015, «quando i milanesi – rievoca Annalori Ambrosoli – scesero in piazza a ripulire i muri, dopo le devastazioni dei no expo. È lo stesso bisogno di fare ciascuno la propria parte». Parole che sono la didascalia a luoghi e persone e ricordano, per dirla con Agostino, che «come noi siamo, così sarà il nostro tempo». E nel tempo in cui Giorgio Ambrosoli visse, la vita per molti era concepita in relazione a una comunità, identificata anche dalle Istituzioni. «Così presenti nella sua condotta», così sentite nella sua città. «Lo richiama quell’applauso infinto alla prima della Scala, per il presidente Mattarella: era un affidarsi all’Istituzione più alta». All’opposto, quando sono gli stessi pilastri dello Stato, dalla Banca d’Italia alla magistratura, a finire nelle polemiche, «ci si sente smarriti», riflette la signora Ambrosoli, mentre richiama la fiducia, «ricambiata», del marito verso Palazzo Koch.

L’uccisione di Giorgio Ambrosoli non fu solo opera di un commando di killer e del volere di uno spregiudicato, condannato all’ergastolo come mandante, ma quella morte maturò anche negli «intrighi e nelle collusioni con ambienti politici, massonici e mafiosi», avvertì il pubblico ministero, Guido Viola, nella requisitoria al processo contro Sindona. Uno spaccato del Paese, su cui invitava a meditare. E quell’appello ritrova la sua attualità tutte le volte che un crack non è solo la «disavventura di un affarista, ma il culmine di un certo modo di fare finanza, politica ed economia», come scrisse Il Sole24 Ore all’epoca.

Michele Sindona

Il fallimento della banca di Sindona si rivelò un guazzabuglio di opacità, di cui quell’avvocato dai modi riservati aveva da subito compreso l’entità e la pericolosità. Non riuscì infatti a nascondere «la sua preoccupazione, già quando telefonò a casa, per annunciare l’incarico di commissario liquidatore della Banca Privata. “Sono solo”, mi disse», rammenta la moglie, che avvertì il peso di quelle parole. Solo poco prima, c’era stato «il fallimento da 70 miliardi della Società finanziaria ed erano stati nominati tre commissari. Per un crack da 250 miliardi di lire, invece, il commissario era uno solo e non ancora quarantenne». Non volle mai la scorta Giorgio Ambrosoli, «perché dopo la strage degli agenti di Aldo Moro in via Fani non voleva mettere a rischio altri giovani padri», ma non ricevette alcuna tutela nemmeno quando «trovò nel garage della banca una pistola, che sarebbe dovuta essere nella cassaforte. Da solo, dovette trovarsi un avvocato». E quella fu la volta in cui la moglie si arrabbiò di più. Giorgio Ambrosoli era solo con la sua coscienza, che gli dettava di «non amministrare a suo piacere, ma decidere ciò che è giusto», secondo il monito dell’Apologia di Socrate, scelto per la tesi di laurea; e solo era con la sua consapevolezza, di pagare a caro prezzo quell’incarico; di essersi creato solo nemici, ma anche di aver avuto – come scrisse – «un’occasione unica di fare qualcosa per il Paese».

Anche ora, Annalori Ambrosoli si ritrova a pensare al ritrovamento di quella lettera, con qualche «rammarico», confida. Quel giorno, d’istinto aveva deciso di andare in Banca d’Italia, a parlare col governatore dei cupi presagi di quel biglietto. «Se anche fossi riuscita a incontrarlo, quel gesto – conclude – avrebbe significato la fine del mio matrimonio». Così rimise il foglietto – e le sue angosce – tra le carte del marito, sul tavolo impero. E quelle righe negli anni sono diventate per la famiglia, «un testamento morale»; per molti italiani, un manifesto di vita. In un Paese, in perenne ricerca di nuovi eroi borghesi.

Articolo di Raffaella Calandra il Sole 24 Ore