Vagabondare in città rende libere. Da Virginia Woolf ad Agnès Varda, il saggio di Lauren Elkin racconta le flâneuse che flirtano con la strada. Il rapporto fra le donne e la città.

Una delle immagini più celebri di una donna che cammina per strada è una foto scattata da Ruth Orkin negli anni Cinquanta. Ritrae l’amica Ninalee Craig a passeggio per una strada di Firenze. Sul significato della scena nessuno concorda. La giovane va stringendosi al petto uno scialle messicano. Intorno a lei ci sono quindici uomini: la stanno guardando tutti, o quasi. Uno le si para davanti con le mani in tasca; un altro fa una smorfia e sembra che si tocchi i genitali. Lei ha l’espressione altezzosa e irrigidita, in qualche modo timorosa.

E’ un episodio di molestia in una strada a metà del Novecento, un esempio di quello che le donne potevano (e possono) subire quando si avventurano da sole per una città. Tuttavia per Craig e Orkin l’interpretazione era sbagliata: la foto voleva trasmettere indipendenza. Al centro c’era una donna che giocava con i codici, con l’abbigliamento, e intanto andava oltre prendendosi gioco dei pregiudizi su come una donna si doveva comportare. Lo spazio non è neutro, lo spazio va conquistato. Se una donna non può ancora camminare in città come cammina un uomo, lo spazio diventa una questione femminista.

Secondo Lauren Elkin, saggista americana, la flâneuse è colei che riconquista lo spazio e, nello spazio urbano, trova il suo percorso identitario. Flâneuse. Donne che camminano per la città a Parigi, New York, Tokyo, Venezia e Londra, edito in Italia da Einaudi con la traduzione di Katia Bagnoli, parte da una questione linguistica. C’è nel vocabolario francese una parola elegante e speciale: flâneur. Significa “persona che vaga senza meta”. E’ una parola che nasce nella prima metà dell’ottocento, nei passages parigini, le gallerie coperte tutte vetro e acciaio.

Parigi, passage

Appena Napoleone III incaricò Haussman di ridisegnare le strade di Parigi, gli uomini cominciarono a camminarci e a conoscerle. Baudelaire e Benjamin fecero del flâneur una figura leggendaria, simbolo di libertà e autodeterminazione. Il flâneur capisce la città come la capiscono pochi dei suoi abitanti, perché l’ha memorizzata con i piedi; è in sintonia con le vibrazioni che riverberano dai luoghi, sa senza conoscere, si affida all’istinto. Tuttavia il flâneur è attestazione degli agi e dei privilegi maschili, di quella libertà di movimento che era concessa solo agli uomini. E le donne? Il femminile flâneuse è una definizione immaginaria, dice Elkin: la maggior parte dei vocabolari francesi non la riporta. Nonostante la pratica della flânerie rifletta i privilegi di un maschio benestante, Elkin traccia una geografia di donne che hanno conquistato a modo loro uno spazio nella città. “La flâneuse sta tuttora lottando per essere vista, anche oggi, quando, come ci piacerebbe pensare, ha praticamente libero accesso alla città”.

Camminare conferisce una sensazione di appartenenza, di radicamento. Uno spazio diventa un luogo quando gli attribuiamo significato con il movimento, quando lo vediamo come qualcosa da percepire, da comprendere, da sentire. Camminare è come leggere: dunque interpretare e dare una nuova visione del mondo. La flâneuse interpreta lo spazio e ricrea un territorio a partire da un punto di vista femminile. “Lasciatemi camminare. Lasciatemi andare al mio passo. Lasciate che senta la vita muoversi dentro e intorno a me. Datemi emozioni. Datemi inaspettati angoli curvilinei. Datemi chiese inquietanti e splendide facciate di negozi e parchi dove mi posso sdraiare. La città ti mette in moto, ti fa andare, spostare, pensare, desiderare, impegnare. La città è vita”.

Virginia Woolf conosceva l’arte del camminare. Per lei passeggiare da sola per Londra era di grande riposo. Dal suo punto di vista si sarebbe dovuto leggere almeno un libro su ogni strada. Tra i tanti indirizzi, Woolf visse più a lungo nella piazza di Bloomsbury, dove scrisse la maggior parte dei suoi romanzi. Il trasferimento a Bloomsbury avvenne in parte grazie a sua sorella Vanessa. Lei chiuse la vecchia casa, lei ne trovò una nuova, lei organizzò il trasloco in attesa che Virginia si riprendesse dall’ultimo esaurimento e dal tentativo di suicidio.

Londra, piazza Bloomsbury

Fu così che ebbe origine Gordon Square n. 46. Agli occhi di Virginia il quartiere di Bloomsbury sembrava il posto più bello, più eccitante e romantico del mondo. Si sentiva lo strepito del traffico, si incontrava per strada ogni genere di creatura. Sì, Bloomsbury era un quartiere più povero rispetto a Kensington: attirava gente decorosamente povera, riformatori politici, scrittori senza un soldo. Woolf lo considerava un ecosistema diverso da quello al quale era abituata, e in un certo senso costituì per lei uno spazio di libertà. Poteva lasciarsi alle spalle l’eredità famigliare: la madre, infallibile angelo della casa, e il padre, l’eminente vittoriano. In quel luogo si poteva leggere la vera vita del mondo. A Bloomsbury lei e Leonard potevano iniziare una vita ex novo, ribelle e originale: non era solo un’area geografica ma un’entità astratta, un’idea di creatività e un concetto di libertà. Per Virginia Woolf camminare significava pensare. Cominciò a camminare dappertutto, spesso portando a spasso il cane di Vanessa. Le piaceva anche prendere l’autobus per Hampstead, salendo sempre al piano superiore. Durante queste spedizioni solitarie, la vediamo diventare sé stessa. Woolf riflette a fondo sul rapporto tra le donne e la città. Nel 1927 scrive un magnifico saggio sulla flâneuse e sul suo street haunting. All’interno delle nostre case siamo circondati dagli oggetti famigliari che ci ricordano chi siamo ed esprimono la nostra identità. Ma appena usciamo dal nostro ambiente quotidiano, perdiamo ogni rassicurante riferimento e ci spossessiamo di noi stesse. In città non siamo più noi, diventiamo funzioni del paesaggio urbano. Non siamo più oggetti dello sguardo, ma entità dotate di spirito di osservazione, senza un genere: neutre. Passeggiando per la città siamo esseri androgini, al di fuori di ogni limite e categoria, dunque liberi. Per Virginia Woolf la città è sempre di grandissima ispirazione. La signora Dalloway è una che flirta con la strada, forse è la più grande flâneuse della letteratura del Novecento. Le piace passeggiare per Londra molto più che passeggiare in campagna. E’ quello che pensa Virginia: camminare per strada aveva un valore conoscitivo. Il mondo sembrava un blocco di materiale oscuro che camminando dentro la sua testa si trasformava nel suo equivalente linguistico, in un universo dotato di senso.

Virginia Woolf

Nel corso dei secoli, moltissimi uomini e moltissime donne si sono trasferiti dalla campagna alla città per reinventarsi. Basta pensare ai romanzi di Flaubert, Stendhal, Balzac. Era successo però anche ad Aurore Dudevant, intrappolata in campagna e in un matrimonio infelice. E allora, intorno al 1830, Aurore scappa: scappa a Parigi senza un soldo, vive in un appartamento al quarto piano senza ascensore e coltiva la sua intenzione di diventare una scrittrice. In campagna si era già travestita più di una volta da uomo per montare a cavallo, ma a Parigi va oltre. La madre le aveva confessato che durante la sua infanzia il padre per risparmiare la vestiva come un maschio: Aurore ne trae ispirazione. A Parigi cerca in ogni modo di passare per un ragazzo. Con i calzoni e gli stivali ai piedi poteva volare da un punto all’altro della città, senza che nessuno la notasse o disturbasse. Poteva solcare Parigi come un vero flâneur: è così che Aurore si trasformò in piazza di Bloomsbury. Tuttavia, proprio cercando di confondersi tra la folla, Sand si distingueva: così creò il mito di se stessa che la portò al centro della scena. L’ambiguità le garantiva l’indipendenza. Tutti parlavano degli articoli che scriveva per Le Figaro contro il governo, ma la vera fama arrivò con il suo primo romanzo, Indiana, accompagnato da recensioni sbalorditive e dallo spaesamento dei lettori, incapaci di decidersi se fosse stato scritto da un uomo o da una donna.

Se Sand aveva un rapporto di radicamento viscerale con la città, per Sophie Calle la città aveva senso se diventava luogo di pedinamenti. L’artista francese lasciò nel 1970 l’università dove insegnava anche il filosofo Baudrillard. Lasciò l’università e si mise in viaggio per sette anni: rimase un po’ nel sud della Francia, poi se ne andò a Creta e da lì in Messico, negli Stati Uniti e infine in Canada, dove lavorò in un circo. Nelle sue interviste ha dichiarato che tutti questi viaggi servivano per scappare da qualcuno o per raggiungere qualcuno. Una volta tornata a vivere a Parigi non aveva lavoro, non aveva amici, si sentiva persa. “Fu per questo che cominciò a seguire la gente: per avere qualcosa da fare”. Un giorno segue per ore un uomo, poi lo perde di vista. Quando lo rincontra gli sente dire che il giorno dopo sarebbe partito per Venezia, e così decide di partire anche lei. E’ la sua prima volta a Venezia, ma la città sembra legata al suo destino: il suo cognome – Calle – è la parola veneziana con cui si indica la strada. Insegue Henri B, così lo chiama; lo fotografa ovunque vada a Venezia: in valigia ha una parrucca bionda, cappelli, velette, tutto il necessario per travestirsi e passare inosservata. Il progetto si chiamerà Suite vénitienne. Il segugio aderisce al percorso di un altro e così trova sé stesso. “Dimmi chi perseguiti e ti dirò chi sei”, scriveva André Breton all’inizio del romanzo Nadja.

George Sand

La città che ho attraversato senza meta ritrovando me stessa in ogni angolo è stata Lisbona. Mi ero messa sulle tracce di Ricardo Reis, il personaggio di José Saramago, e avevo trovato il suo albergo e poi la casa dove doveva aver vissuto. La città è mossa: tutta discese e salite; sembra di camminare sopra delle onde, sembra di solcare oceani del pensiero. Ma è la luce a consolarti sempre, una luce che fa il cielo indaco e rimanda i colori in una consistenza vivida. Nulla può essere inautentico a Lisbona. E’ lì che ho capito che dovevo cambiare vita, che dovevo seguire le mie passioni, che dovevo amare di più, concedermi di più, ingaggiare un continuo corpo a corpo con l’esistenza. Quando si sceglie una città bisogna anche capire come attraversarla. Elkin trova sé stessa a Tokyo solo quando smette di cercare la città al livello della strada. Tokyo è una metropoli che va scoperta facendo le scale, prendendo ascensori, violando tetti.

Quando Truffaut, Godard & co. diedero vita alla nouvelle vague inseguendo i loro personaggi reinventarono Parigi. Era ora una città moderna, fotogenica e nello stesso tempo nostalgica. Nostalgica nel presente. Dopo il successo di Fino all’ultimo respiro di Godard, il produttore voleva un film simile, che valorizzasse Parigi come luogo di avventure quotidiane. Godard gli consigliò una giovane regista, Agnès Varda, che propose un film su una giovane cantante in ansiosa attesa del risultato di una biopsia. La donna vagola per le vie di Parigi, cammina per due ore. Il film si intitola Cléo ed è stato girato in un solo giorno. E’ un film che racconta la paura di una giovane donna per la sua vita che si fonde con la vaga paura della città. Ma è la città stessa a farle dimenticare di sé stessa e a impedirle di piangersi addosso; è la città che la costringe a guardare avanti. Parigi è la cura perché Cléo, nella città, vede ciò che non vorrebbe vedere; inizia a capire le cose che avrebbe preferito lasciare al buio. Agnès Varda, regista vagabonda che sceglieva un soggetto per vedere dove l’avrebbe portata, mettendo in atto una vera e propria flânerie cinematografica, filmando incontri fortuiti, raccogliendo ogni tipo di informazione, sostiene che siano i luoghi ad abitare dentro di noi. In fondo siamo fatti di tutti i luoghi che abbiamo amato e di tutti i luoghi in cui siamo cambiati: di ognuno prendiamo un frammento e lo tratteniamo.

Agnès Varda

Virginia Woolf in quel bellissimo saggio del 1927, A zonzo. Un’avventura londinese, scrive che possiamo integrarci nel mondo cittadino solo se consapevoli dei cambiamenti del paesaggio affettivo. E’ solo prendendo coscienza dei confini invisibili della città che possiamo sfidarli. Una donna che cammina nella città si concede il diritto di intervenire nella stessa organizzazione dello spazio. Camminando decise per la città, scrive Elkin, “affermiamo il nostro diritto di disturbare la pace, di osservare (o non osservare), di occupare (e non occupare) e di organizzare (o disorganizzare) lo spazio, alle nostre condizioni”. E di metterci a fuoco con più precisione.

Gaia Manzini per Il Foglio Quotidiano