DUE PER DUE A VENEZIA

Doppia mostra a Venezia di Georg Baselitz. Il maestro tedesco è protagonista in laguna a Palazzo Grimani e alla Fondazione Vedova, dove torna a “ incontrare” l’amico italiano.

È l’estate di Georg Baselitz a Venezia dove l’artista tedesco, il mito espressionista, devoto a James Ensor, Munch e Otto Dix, folgorato dalla pittura, come azione autonoma, energia primigenia, toccato dalle visioni apocalittiche medioevali, come quelle dei trionfi della morte di Pisa e di Palermo, ha ben due mostre a suggellare i suoi ottantun anni. 

Fondazione Vedova

Vedova accendi la luce, alla Fondazione Emilio e Annabianca Vedova (fino al 31 ottobre), nel quattrocentesco Magazzino del Sale alle Zattere, dove c’era lo studio di Emilio Vedova, riattiva il sodalizio intellettuale e l’amicizia con l’artista italiano, che Baselitz conobbe a Berlino negli anni Sessanta e che fu per lui, ventenne, uscito dalla guerra e da una Germania distrutta, una straordinaria fonte d’ispirazione. L’artista tedesco ha lavorato a questa mostra (realizzata con Generali Italia e la Galleria Thaddaeus Ropach), con Fabrizio Gazzarri e Detlev Gretenkort, che ne hanno definito il percorso espositivo ritmico e serrato, scandito da due rigorose sequenze di quadri della stessa identica dimensione allineati a uguale distanza l’uno dall’altro che accompagnano il visitatore in un percorso di smaterializzazione del colore e dell’immagine, testimoniando quell’affinità elettiva che ha legato i due uomini per tutta la vita, e anche dopo.

Emilio Vedova

Affinità che si respira nei rosa e nei neri delle opere di Vedova accendi la luce, realizzate per questa mostra, dove l’artista, più che creare alla maniera del veneziano, entra in dialogo con lui, imprimendo nei quadri quella sensazione potente del baratro e dell’abisso, quella vertigine che ha connotato l’arte dei due intellettuali che rispondevano al conflitto mondiale con un’immensa energia vitale e un altrettanto radicato spirito critico verso la razionalità, tanto che Baselitz se ne allontana fino a distorcere e capovolgere l’immagine.

Palazzo Grimani

Immagini capovolte, dipinti, sculture, bassorilievi sono esposti in Archinto, nel magnifico Palazzo Grimani, ex residenza rinascimentale a ridosso di Santa Maria Formosa, in una mostra curata da Mario Codognato (fino al 27 novembre), prodotta da Gagosian con Venetian Heritage, ispirata all’enigma esistenziale del ritratto del cardinale Filippo Archinto dipinto da Tiziano nel 1558, ai rossi della porpora di Vecellio, a quell’intensità che si ritrova nelle opere esposte.

Realizzate con una tecnica ispirata alla stampa in cui il controllo dell’autore lascia il passo all’espressività del gesto e della pressione di due tele l’una contro l’altra, le dodici opere realizzate per Palazzo Grimani, installate nelle cornici settecentesche della Sala del Portego, dialogano con sculture lignee nere, in cui si percepisce la materia, la torsione della materia, l’incomunicabilità. Quel tormento esistenziale di Sartre, Beckett e Ionesco, autori con cui Baselitz condivide la destrutturazione dell’individuo, quella struggente, irrisolta, attuale dimensione esistenziale che qui è resa in modo ancora più potente da un contesto così storico, umanistico e a misura d’uomo come è Venezia, una delle città che Baselitz ama di più.

Quali sono i luoghi di Venezia che preferisce?

«Amo Venezia nella sua interezza. Venezia è il complesso urbano antico meglio conservato che si possa trovare, unico al mondo. Quando le magnificenze della città furono costruite, l’arte cresceva nelle chiese e nei palazzi dove lavorarono i migliori artisti di tutti i tempi».

Per lei la città è stata un punto di svolta.

«È alla Biennale di Venezia, nel 1980, che le mie opere hanno raggiunto il mondo e la mia fama è diventata internazionale. Considero tuttora Venezia il punto di riferimento più importante per l’arte contemporanea e per quanti la amano».

Georg Baselitz: Archinto ride

Oggi come influenza la sua opera?

«C’è stato un dialogo costante negli anni, con Emilio Vedova, con la città dove sono venuto spesso, qualche anno fa ho curato la mostra di Vedova proprio al Magazzino del Sale dove un tempo c’era il suo studio e oggi quest’ultima mostra».

Quando ha conosciuto Emilio Vedova?

«Comprai un quadro di Emilio, il Manifesto universale del 1957, da Rudolf Springer a Berlino come documento, il mio primo sguardo verso ovest. Era un quadro astratto, con un suo fondamento importante come Piranesi e una sua potenza espressiva. Me ne sono subito innamorato. Poi ho conosciuto l’artista e l’uomo e per me è stato un incontro fondamentale».

Com’era Berlino a quell’epoca?

«La Germania è stata completamente distrutta dalla guerra e questo dramma ha influito su ogni aspetto della vita sociale nelle città, ovviamente anche nell’arte e sulla mia arte».

Com’è stato per lei quel periodo?

«Il peggiore della mia vita e al contempo il migliore: sono ripartito da zero. Nella mia scuola a Berlino Ovest, la Hochschule für Bildende Künste, nel 1958 hanno organizzato una grande mostra retrospettiva di degli Espressionisti americani. Fantastica! L’esposizione fu sponsorizzata dalla Cia per i tedeschi a scopo educativo ed informativo. E poi ne seguì un’altra di Jackson Pollock. In quel periodo ero stato a Parigi e avevo visto l’intero scenario dell’arte contemporanea. Sono momenti che hanno segnato per sempre la mia vita e le mie opere».

Articolo a cura di JOCHEN LITTKEMANN – In copertina un’opera di Emilio Vedova.