La cultura ebraica antica, per affiancare l’uomo nelle sue fatiche e alleviare le sue paure, aveva inventato il Golem, una creatura fantastica fatta di argilla. Oggi nel mondo digitale, in cui la virtualità si confonde con la realtà, abbiamo l’Avatar, per gli indù incarnazione divina (in sanscrito si dice “avatāra”).
Se non è una incarnazione divina poco ci manca, tante sono le cose che la sua presenza mette a soqquadro e le possibilità che apre alla nostra portata, nel vano tentativo di sopire la nostra insaziabile voracità.
Un esempio è quello rappresentato, secondo Pietro del Soldà (Amore e desiderio, Feltrinelli editore) dal “rifiuto del romanticismo, un’esaltazione dell’identità che nega razionalmente la fusione con l’altro, e con essa l’eros e il desiderio….Oggi la conoscenza della sessualità non avviene attraverso i corpi, ma attraverso le immagini». Il digital twin, cioè la replica virtuale e interattiva, non vuole il rapporto fisico, ma solo la sua immagine. Questo transfert ci esenta dall’obbligo della presenza e dal fastidio del contatto fisico.
Al riguardo, ancora Del Soldà, osserva il seguente paradosso: “malgrado il rifiuto di ogni contatto, si cerca nell’altro il riconoscimento e il plauso mediante un dispositivo tecnologico che ha la funzione di disinnescare la minaccia del coinvolgimento diretto, la fisicità dei corpi, la responsabilità dell’agire”
Oltre all’amante o fidanzatino virtuale, sono parecchi ancora gli aspetti della nostra esistenza destinati a mutare radicalmente, sollevando atroci interrogativi.
Ebbene, oggi è possibile lasciare in eredità e in perpetuo la nostra immagine e la nostra voce, invocare non l’oblio come diritto, bensì una resurrezione digitale che, grazie alla A.I., ci faccia rivivere nell’attualità, interloquire con pertinenza, rispondere ai consigli se richiesti, fornire ogni informazione possibile, esprimere giudizi, modificare lo storytelling della nostra vita, magari, perché no, modificare le nostre ultime volontà.
Dopo avere consumato una vita, costruito più o meno qualcosa si vorrebbe conservare, replicare, estendere, fino a quando il GOLEM virtuale, sotto forma di numero e informazione, non trasformi la nostra vita in un infinito esistere, in cui reale e virtuale si confondono perché sono la stessa cosa.
Sarà questa la vera immortalità? Dopo avere costruito nei millenni il mito del corpo, della salvezza come resurrezione della carne, la psiche, o l’inconscio, o l‘anima o la coscienza come vogliamo chiamare la nostra interiorità, dopo avere introdotta la volontà di potenza come volontà che vuole se stessa, scopriamo che tutto si riduce in granuli di energia, in microchip al silicio?
La fede nel soprannaturale, in Colui che sempre c’è e sempre è esistito, è destinata davvero a degradarsi, nella civiltà della tecnica, nel nichilismo senza scopi, nella imperscrutabile variabilità di un logaritmo quantistico?
Sono interrogativi che svaniscono nell’abisso della nostra mente prima ancora di essere evocati, ma ci sono.
Interrogativi senza risposta, ma rassicuranti, in fondo, poiché il peggio irrimediabile sarà quando non si porranno più.

