FRA APOCALITTICI E INTEGRATI

Saremo migliori? La clausura forzata nei mesi passati (altri se ne preannunciano?) ha indotto parecchi di noi all’introspezione, se non proprio all’esame di coscienza. Nessuno sarà come prima, si legge. Ma sarà poi così? E poi, migliori rispetto a cosa?

Migliorare ed essere diversi vuole dire cambiare, cioè inserirsi in un percorso di miglioramento che spesso richiede fatica. Basteranno i sacrifici di ieri e di oggi a innescare questo processo? Si sa che da una crisi si può uscire in due modi: in salita o in discesa, in quest’ultimo caso dritti verso la decadenza. Non ho la competenza per sofisticate analisi sociologiche o previsioni economiche di lungo periodo, ma l’esperienza degli anni e la professione mi hanno reso familiare il mondo interiore delle pulsioni.

Prima osservazione: è vero che il cambiamento può essere innescato da fattori esterni alla nostra psiche, ma come ogni processo estrinseco spesso esso è occasionale: finita l’emergenza tutto torna come prima. I cambiamenti consapevoli richiedono ben più di una quarantena.

Seconda osservazione: come consideriamo ciò che ci sta accadendo, singolarmente parlando e come collettività? Gli apocalittici (*)considerano il Covid-19 come il segno del castigo di Dio, trasformando la clausura in un percorso di espiazione. Gli integrati (*)vedono la pandemia come una dolorosa fase, sintomo di uno stile di vita che va posto sotto controllo, magari rivolgendo uno sguardo indulgente verso quei regimi che le pandemie le domano a colpi di editti e soldati sulle strade.

In mezzo stanno i politicamente corretti dall’animo ecologico, quelli che “l’avevano previsto”, più propensi a una lettura in chiave ecologica. Per costoro, ispirati dall’ecologismo integrale esposto nell’enciclica di papa Francesco Laudato si’, la Terra si sta ribellando, il Covid non è che la prima delle tante sciagure se non ci fermiamo e la finiamo una buona volta di sfruttare ed inquinare.

Ritardi, incomprensioni, contrordini, sono dovuti proprio a questi diversi modi di vedere la pandemia. Un capitolo a sé sono i battibecchi dei soliti mattatori politici, che, poveretti, alla clausura hanno dovuto aggiungere la crisi di astinenza derivata dalla declassata esposizione nell’infosfera dei social.

Per scendere nel profondo di ognuno di noi non è indifferente sapere dove ci collochiamo rispetto a questa tripartizione. Già sulla percezione del reale, sulla descrizione di ciò che è tangibile, non sempre si è d’accordo, figuriamoci se dobbiamo convergere sul giudizio da dare a un nemico invisibile e, peggio ancora, di cui abbiamo molta paura.

Per tornare al percorso di trasformazione, è pur vero che abbiamo esempi fulgidi di percorsi compiuti da persone che, scosse da una profonda crisi interiore, sono passate dalla malvagità, dall’egoismo e dalla sopraffazione sugli altri, a una vita dedicata al bene e alla compassione.

Ma, appunto, si è sempre trattato di una risposta interiore, maturata col tempo e nel profondo dell’animo e che, solo occasionalmente, è poi emersa in tutta la sua energia e alterità. Si parla di ispirazione (laica o religiosa non importa), una parola che usiamo per definire il punto di partenza di un percorso, destinato a testimoniare il vero obiettivo finale: la conoscenza di se stessi.

Certamente la prova che stiamo attraversando, con i suoi drammi, segnerà una discontinuità col passato, ma il cambiamento interiore è altra cosa, segue altre vie, altri tempi. Non si migliora solo perché si ha paura, si migliora perché lo si decide. Non si cambia perché costretti, ma perché ci si ribella alle angustie della vita che conduciamo e se ne progetta una nuova.

(*) I termini apocalittici e integrati sono  ripresi dal saggio (1964) dello scrittore, saggista, filosofo e linguista italiano Umberto Eco (1932-2016), dedicato alla comunicazione e alle teorie della cultura di massa.

In primo piano: Ambrogio Lorenzetti, affreschi per L’allegoria ed effetti del buon e del cattivo governo, Siena.