Fra le due guerre

Piero Chiara, scrittore dei laghi e dei confini
Piero Chiara, scrittore dei laghi e dei confini

 

Sono qui nella mia casa rifugio di V… E’ domenica pomeriggio, il cielo chiuso, un’aria grigia che induce a  sonnolenza.

Ho letto, nella rubrica Piccola Italia, racconti di provincia della Stampa, il bel articolo di Michele  Brambilla su Luino e su Piero Chiara, uno scrittore che molto ho amato.

Questa la chiusa: “nella provincia navigo in silenzio, attento a non svelarne l’enorme importanza per  timore che sociologi, i letterati, i sindacalisti, i sottosegretari, gli umoristi e gli altri uomini di primo piano  vengano a disturbarmi nel meglio dei miei godimenti, cioè nel pieno del mio lavoro più serio, che è quello  di vivere”. Sono parole di Piero, leggendole un fiume inarrestabile, caldo, di emozioni e rimpianti mi ha  invaso, costringendomi ad alzarmi e a scrivere quanto sentivo dentro.

L’articolo è corredato da belle foto dei luoghi, come sono ora, e da una foto dello scrittore: ampia fronte stempiata, capelli bianchi, occhiali scuri, naso aquilino e labbra sottili. Corporatura minuta, stretta in una giacca taglio anni 70, perché appunto la foto deve risalire a quell’epoca.

Sull’affermazione di Chiara circa il “suo lavoro più serio” cioè “vivere” credo che dovrò ritornare. Nel frattempo mi piace ricordare Chiara e il suo tempo, che ha coinciso in parte col mio, essendo lui nato nel 1913 (accetto scommesse che nessuno si ricorderà del suo centenario, neanche il suo comune di nascita!).

Non ho avuto modo di conoscerlo personalmente, anche se ricordo, fra le tante, una intervista in diretta su una radio locale a Levico terme, dove lui venne per un premio letterario ed io soggiornavo per cure.

La sua arte affabulatoria non si serviva della parola, non essendo un grande oratore, ma della penna, nella quale era un virtuoso. Nel senso classico del termine, non avendo smanie di sperimentalismi, anzi la sua ambizione era di apparentarsi e continuare l’opera dei grandi, a cominciare dal Manzoni.

Chiara esordì anziano, attorno ai 50 anni, grazie al compaesano Emilio Sereni, che dalle sue lettere ne capì il potenziale di scrittore.

Il valore letterario di Chiara risalta a tutto tondo se solo si pensa alla magistrale traduzione che egli fece delle Histories di Casanova. Credo che in fondo, sotto il suo sonnacchioso aspetto professorale, l’animo vero di Chiara fosse quello di un grande libertino, pensoso e spavaldo in un tempo.

Il periodo considerato da Chiara, -che fu uno scrittore prevalentemente autobiografico, che quando usciva dalla sua Luino, come ad esempio nel Cappotto di Astrakan, romanzo poco ricordato, ma prova ambiziosa e ben riuscita, sempre al suo lago poi ritornava- è quello che genericamente si dice, anche con una  sintesi a suo modo poetica, “fra le due guerre”.

Ma cosa significa, a cosa si allude più precisamente, quando si fa riferimento a quegli anni?

Le guerre sono sempre uno spartiacque, sanguinoso solco che separa generazioni, epoche, modi e condizioni di vita.

Gli anni sono quelli che vanno dal 1915 al 1945, cioè un trentennio densissimo di vicende per l’Europa. Accenno per suggestioni, sull’onda dei ricordi o delle letture scolastiche  e senza alcuna pretesa, alcune di esse.

Si apre con la scoperta della Relatività generale, prosegue con una rivoluzione, quella sovietica, mentre la Madonna appare a Fatima. Sono in America gli anni del proibizionismo, di D’Annunzio che occupa Fiume, mentre gli artisti intorno a Gropius fondano la Bauhaus. Mentre in USA si avviano le trasmissioni radiofoniche, in Europa si tiene l’ultima grandiosa battaglia di cavalleria fra Russia e Polonia. In Italia il Fascismo, con il saluto romano, in Germania Hitler e le Camicie Brune.

Mentre Hubble scopre che l’universo si espande e Fleming la penicillina, le truppe americane portano con loro in Italia il boogy-boogy; Al Capone ha la meglio su Moran con la strage famosa di San Valentino.

Il crollo della Borsa americana del 1929 pone un freno ad una crescita economica senza precedenti, alimentata dalle politiche espansionistiche di molti paesi.

Primo Carnera diventa il simbolo del gigante buono, nasce la fabbrica dei sogni di Cinecittà e, per non essere a meno degli americani, l’EIAR;  pochi anni ancora e, sotto la suggestione del futurismo, Enzo Ferrari fonda la sua casa di automobili. Non potendosi comprare la Balilla, gli italiani si innamorano del ciclismo su strada.

Sartre pubblica, in una Parigi da poco liberata, L’Essere e il nulla, manifesto dell’esistenzialismo e suggello di un epoca, finita con le rovine della guerra; nel settembre del 1943 crolla il Fascismo, nasce Salò e in Usa Bette Davis vince l’Oscar con Perdutamente tua. Dalla radio gli italiani sono incantati ad ascoltare i trilli e i gorgheggi del Trio Lescano.

Tutto ciò può essere compreso sotto l’etichetta “fra le due guerre”, oppure essa è una mistificazione, un volere ridurre ad unicum ciò che è irriducibilmente diverso?

Non vi è dubbio che tale espressione contiene in s’è un potenziale evocativo enorme, almeno per chi appartiene alla mia generazione e a quella precedente la mia. E’ come rivedersi in un album di fotografie, in cui sfogliandolo uno può scegliere quello che riconosce, rivede, intuisce, o si immagina sia stato.

Per questo “fra le due guerre” è un modo di dire che trovo discorsivo e seducente, perché possiede la dolce indeterminatezza della poesia piuttosto che  l’approssimazione autobiografica spacciata come storia.